giovedì 22 dicembre 2011

L'Importanza del Manager



Prenderò spunto da un articolino di Stefano Feltri (da non confondersi con l'abominevole quasi omonimo) su Il Fatto Quotidiano di ieri, intitolato: E licenziare i manager ?, che a sua volta riporta la pubblicazione Primo, licenziare tutti i manager, del professore della London Business School Gary Hamel, recentemente uscita sulla Harvard Business Review.
La tesi, in estrema sintesi, è che i grandi capitani d'azienda non possano fare molto più che danni, dato che la loro inefficienza nel prendere decisioni è garantita dalla distanza dalla prima linea della realtà operativa, che aumenta proporzionalmente al potere decisionale; e non giustifica minimamente l'enorme costo della loro retribuzione.
Come controfattuale appropriato, viene riportato il caso della Morning Star, un'industria conserviera di grande successo negli Stati Uniti che lavora pomodori, ed è interamente gestita dai lavoratori che si auto-organizzano in gruppi di lavoro spontanei a seconda del coinvolgimento di ciascuno nei compiti dell'altro, senza nessun manager.

Di sicuro il ruolo di conduzione delle imprese tende ad essere valutato moltissimo, e sempre di più: nonostante le aziende non se la passino molto bene, nel 2010 i compensi per i "top manager" sono cresciuti mediamente del 17% in Italia, e del 23% negli U.S.A. Sempre negli Stati Uniti, nel 2010 gli Amministratori Delegati delle 500 più importanti aziende quotate in Borsa hanno percepito in media emolumenti pari a 343 volte quelli di un operaio delle stesse aziende; trent'anni fa, nel 1980, lo stesso rapporto era di 42 volte. In Italia l'andamento è stato del tutto simile; nel 2010 i compensi del 10 % dei lavoratori con i compensi più bassi e quelli del 10 % con quelli più alti, erano in rapporto 1 a 243. E, calcolando anche il valore delle stock options, il costo del lavoro di un singolo Marchionne è pari a quello di 6400 (seimilaquattrocento) operai Fiat: il motivo per cui merita tale spropositata retribuzione è avere polso sufficiente per disfarsi di qualche migliaio di operai allo scopo di ridurre il costo del lavoro. C'è qualcosa che non quadra in questo discorso ? In realtà quasi nulla quadra.

Sono giustificate queste ricompense così sproporzionate ? E quanto incidono realmente le capacità di un manager nel determinare il successo di un'azienda ?
Teoricamente la risposta sarebbe semplice: basta guardare i risultati. Ma appunto per questo non è semplice affatto.

Ogni attività ha periodi favorevoli, nei quali quasi tutto "funziona", o momenti di crisi, indipendenti dalle scelte che si fanno. Molto spesso il successo o l'insuccesso sono definiti dall'epoca in cui si occupa una certa posizione più che dalle capacità. Si potrebbero raccontare migliaia di storie di grandi manager cacciati dopo alcuni anni di risultati scadenti, e dei loro successori baciati dal successo semplicemente portando avanti progetti già impostati dal predecessore; e che magari chiamati ad incarichi ancor più importanti ancora avvolti dall'aura del trionfo, lasciano l'azienda prima che vengano alla luce i disastri provocati dalle loro scelte.

All'inizio degli anni '50 un manoscritto fu sottoposto a molti editori dal padre dell'autrice, e ripetutamente rifiutato perchè "molto noioso", "tedioso resoconto di tipici litigi familiari, piccoli fastidi e adolescenti emotivi", "anche se fosse stato scritto cinque anni fa, quando l'argomento era attuale, non avrebbe avuto possibilità". Quando infine quel testo fu stampato, Il Diario di Anna Frank divenne uno dei libri più venduti al mondo.
Nell'ambito dell'editoria, come delle produzioni cinematografiche, è più facile avere delle controprove, perchè a volte l'editore o il produttore sono costretti a mangiarsi le mani vedendo un progetto da essi rifiutato portato al successo da altri, e gli esempi potrebbero essere migliaia e migliaia.
Il produttore di Hollywood David Picker disse: "Se avessi detto sì a tutti progetti che ho bocciato, e no a tutti quelli che ho accettato, le cose sarebbero andate all'incirca nello stesso modo".
In realtà, per quanto si studi e si valutino i pro e i contro di un qualsiasi progetto, è pressochè impossibile prevederne il successo a priori, se poi ci si dovrà misurare con i gusti del pubblico, e l'esito può essere legato ad una quantità enorme di variabili incontrollabili.
Le cose non vanno diversamente per chi produce elettrodomestici o pentole a pressione, ove un manico dalla forma ergonomicamente perfetta può non incontrare il gusto estetico della massaia, o il colore di una manopola può rendere più attraente un prodotto concorrente.
Questo non vuol dire che non ci siano manager più bravi di altri: si tratta di prendere decisioni, alcune di importanza vitale, altre secondarie; e in una serie di scelte, ciascuno di noi prenderà delle decisioni giuste ed altre sbagliate; alcuni saranno più bravi perchè sbaglieranno con meno frequenza di altri. Ma in quali sequenze le serie di successi e di errori si dispongano nel corso del tempo, è pressochè completamente casuale.
Una serie di scelte indovinate può garantire uno strepitoso successo per qualche anno, poi magari il semplice ritorno alla frequenza di errore "normale" (piazzandone magari qualcuno nelle decisioni cruciali) può portare al declino. E magari uno molto bravo potrebbe avere una frequenza di scelte sbagliate un pò superiore al suo standard nei primi anni, con una fase negativa destinata ad essere ribaltata in seguito, ma non potrà dimostrarlo perchè sarà silurato prima.

Il primo grafico (1) mostra i rendimenti degli 800 più importanti fondi di investimento degli Stati Uniti nel quinquennio 1991-95. Le barre nere rappresentano il rendimento maggiore o minore rispetto alla riga centrale orizzontale, che è semplicemente la media; gli 800 gestori sono ordinati da sinistra a destra dal "migliore" al "peggiore".

Se doveste investire ora i vostri risparmi per i prossimi anni, scegliereste qualcuno che si trova verso sinistra o verso destra in questa graduatoria di rendimenti ?

Ebbene, nel secondo grafico ci sono gli stessi 800 fondi, disposti nello stesso ordine da sinistra a destra, con le barre nere che rappresentano il loro rendimento nei 5 anni successivi, 1996-2000.

Se si guarda l'immagine nel suo complesso, si può notare che le barre nere tendono a stare, nell'insieme, un pochino più in alto nella parte sinistra che in quella destra della figura; quindi ci sono effettivamente dei gestori un pò più bravi di altri; ma le fluttuazioni casuali sono largamente preponderanti e rendono le differenze "sistematiche" pressochè impercettibili.

Una controprova si ebbe in un famoso e divertente esperimento condotto in Italia nel 2006. Su un tavolo fu messo un mucchio di cubetti, ciascuno con il nome di un titolo quotato in Borsa, rappresentanti l'intero indice Mibtel. Ad un simpatico macaco di cinque anni di nome Tilly, fu fatto capire che veniva premiato con una caramella ogni volta che consegnava un cubetto preso dal mucchio allo sperimentatore. In questo modo fu scelto un portafoglio di cinque cubetti, in base alle competenze economico-finanziarie del macaco (per la cronaca: Autogrill, Eni, Finmeccanica, Montepaschi e Tenaris), con cui costruire un fondo di investimento virtuale. Dopo un mese, al netto di tasse e commissioni, il fondo-macaco ebbe un rendimento dell' 1,4%, contro lo 0,7% della media dei fondi azionari italiani gestiti da operatori professionali ed esperti.

Non ho alcun dubbio che su un periodo di tempo più lungo, gli operatori professionali avrebbero dimostrato di fornire risultati migliori della scimmia (per quanto, a livello umano, le mie simpatie vadano al macaco piuttosto che ad un broker); ma è appunto il lungo termine il fattore cruciale per la valutazione delle capacità in attività soggette a forti influenze casuali nell'ottenimento dei risultati, come è la gestione delle aziende.
In realtà, occorrerebbe che ogni manager rimanesse alla guida della stessa società per 30 o 40 anni, attraversando un'adeguata serie di fasi favorevoli e sfavorevoli, per potere fare una valutazione minimamente rigorosa delle sue capacità in base ai risultati conseguiti; ma questo, evidentemente, non accade mai.

Quindi, l'idea di licenziarli tutti in blocco non è così campata in aria, specialmente se bisogna strapagarli a livelli esorbitanti. L'abbattimento dei costi sarebbe sicuro, il decadimento nei risultati no. Almeno nel breve periodo, il rapporto costi/benfici favorisce il macaco.

(1) I grafici e diverse altre informazioni sono tratti da: Leonard Mlodinow - La passeggiata dell'ubriaco - Le leggi scientifiche del caso. Rizzoli, 2010

mercoledì 14 dicembre 2011

Stiamo attenti, ci difendono





Si moltiplicano le indesiderabili imprese dei difensori della nostra razza. Ieri, giusto mentre stavo scrivendo qualche riga prendendo alcuni spunti da un bell'articolo di Marco Revelli su il manifesto sull'assalto al campo Rom di Torino, è arrivata la nuova esplosione dello stesso malefico bubbone a Firenze. Ricominciamo dunque da capo.
Trovo molto difficile vedere una relazione o qualche forma di parallelismo tra i due fatti, se non che sono due ramificazioni distinte che si originano dallo stesso sottofondo culturale. Decenni di propaganda razzista producono i loro frutti in molti modi diversi, e questa ampiezza di varianti nell'espressione dell'odio lo rendono ancor più pericoloso.

Leggere del miserabile substrato culturale nel quale si muoveva il ragioniere di Firenze, ed entro il quale aveva comodamente guadagnato la qualifica di "intellettuale" scrivendo articoletti e libercoli - pare che in queste ore si sia scatenata una corsa frenetica alla cancellazione delle pagine web che li recensivano entusiasticamente - dà un'idea delle radici del suo gesto. Non posso permettermi di leggere nel cervello di nessuno, ma ho la sensazione che anche il mito della ricerca della "bella morte" abbia avuto il suo peso nella sua decisione. Di sicuro hanno ragione i senegalesi: non si può liquidare il tutto come il gesto di un pazzo isolato. Non si trattava di un pazzo, e meno che mai isolato. Esiste, e purtroppo prospera, una sottocultura di miti razziali, e sarebbe un errore tragico voltarsi dall'altra parte per ignorare il problema. Anzi, la cosa migliore che si possa fare è renderla il più possibile palese, esporla, farla uscire dalle catacombe dei circoli addobbati con croci celtiche, e portarla allo scoperto. Affrontare il rischio della maggior pubblicità per confutarla, sbugiardarla, ridicolizzarla. Non dovrebbe essere difficile, e nel mio piccolo penso di tentare qualcosa.

La qualifica di "intellettuale" credo sia appuntata anche, nell'ambito della Lega Nord, sul Presidente Regionale Cota il quale, a differenza dei suoi colleghi di partito, sarebbe, dicono, capace di leggere e scrivere. Però non esercita, e sull'assalto al campo Rom di Torino non ha trovato nulla da dichiarare.
Un pogrom.
Causato dalla bugia di una ragazzina. Causato dalla volontà di vendicare uno stupro. Causato da un equivoco.
False tutte e tre le frasi.
Andando a memoria, l'esigua minoranza degli stupri che vengono denunciati ammonta a non meno di 5-6 al giorno, che passano in mezzo ad un'indifferenza generale anch'essa tragica. Non si usa vendicare gli stupri in quanto tali.
Nella testa della ragazzina impaurita da una mamma bigotta e dal proprio stesso gesto liberatorio, la bugia dello stupro appare improponibile: come si fa a renderla più credibile ? Si può dare la colpa agli zingari: allora sì che tutto il quartiere sarà solidale. Si va sul sicuro scaricando le colpe su un nemico già identificato a priori. Non c'è alcun equivoco, e la bugia è stata la CONSEGUENZA di un odio che era già stato fomentato così ampiamente da essere ben percepito e conosciuto dalla ragazza, non la causa.
L'odio era già dato per scontato. Su quello si è potuta appoggiare qualsiasi ulteriore costruzione di menzogne.
Revelli cita il titolo de La Stampa, uscito prima che emergesse la verità: "Mette in fuga i due rom che violentano la sorella". Non i violentatori: i rom che violentano. La categoria precede e prevale sull'azione. Il giudizio tocca prima cosa si è, poi cosa si fa. Nessun giornale titolerebbe mai "Un toscano e un ligure stuprano una ragazza", ma "Due rom stuprano una ragazza" appare normale. Aggiungo anche che se queste due notizie fossero vere entrambe, una sola si guadagnerebbe un titolo di giornale.
Così come non si titola mai "Ingegnere edile ubriaco al volante travolge un passante". Che motivo c'è di categorizzare l'atto dell'ubriachezza nefasta ? Lo si fa solo nel caso "Marocchino ubriaco al volante eccetera." Allora suona bene alle orecchie del pubblico. Quanto bisogno abbiamo di nemici contro cui scatenarci ?
E' un'impostazione che non a caso trova uno specchio giuridico nell'introduzione del reato di immigrazione clandestina, che crea la mostruosità di poter punire le persone per ciò che sono e non per ciò che fanno.

Una crisi economica profonda esaspera i conflitti sociali; e la propaganda della borghesia (che oggi, 2011, è borghesia in senso più che mai ottocentesco ed elitario) addita il diverso, l'estraneo, il nemico esterno al corpo sociale, come quello che ha perturbato una passata epoca felice in realtà mai esistita: perchè i penultimi della società impegnino le loro forze a fare guerra contro gli ultimi per contendersi brandelli di povertà, lasciando tranquilli i beneficiari ed i privilegiati dello sfacelo.
Si diffonde sfiducia nella democrazia rapprentativa, e imperversa l'antiparlamentarismo (con molte buone ragioni, beninteso). Non i rappresentanti indegnamente eletti, ma solo un Uomo della Provvidenza potrà riportare la guida politica in mani salde e sicure e ridare dignità alle masse frustrate.

E a voi non appare un panorama di Weimar sull'orizzonte ?

martedì 6 dicembre 2011

Il seguito delle foglie morte - Elogio di Andy Capp


Nel post precedente abbiamo visto come una disposizione ordinata (foglie sistemate sul marciapiede e non sulla strada) possa derivare spontaneamente da un movimento caotico e del tutto casuale e non direzionale. Perchè questo si verifichi è necessaria, ovviamente, una fonte di energia (il passaggio dei veicoli che genera il movimento); ma soprattutto, occorre che le contingenze storiche e/o ambientali determinino condizioni diverse di stabilità / instabilità in parti diverse della distribuzione casuale (le foglie che finiscono casualmente sul marciapiede sono stabilmente "fissate" e non si muovono più, mentre quelle sulla strada verranno movimentate di nuovo).

Si tratta, in fin dei conti, solo di una versione dell'esempio canonico della passeggiata dell'ubriaco: l'ubriaco esce dal bar e si incammina barcollando verso casa (almeno in quella che a lui sembra la via di casa), oscillando a caso a destra e a sinistra ad ogni passo; da un lato del marciapiede ha i muri della fila di case a cui può appoggiarsi per rimanere in piedi; dalla parte opposta metterà il piede in fallo fuori dal bordo del marciapiede e cadrà; e non essendo in grado di rialzarsi, si addormenterà lì a sognare insetti e millepiedi (è il sogno ricorrente degli alcolisti, per chi non lo sapesse).
Il personaggio letterario più competente sulla materia, Andy Capp, esemplificò al meglio il procedere per oscillazioni laterali casuali, in una striscia che purtroppo non sono riuscito a recuparare, nella quale spiegava con il naso rubizzo al poliziotto che lo osservava con pacato disgusto: "Vede, agente, il mio problema per arrivare a casa non è la lunghezza della strada, ma la larghezza."
Noi non possiamo prevedere quanta strada percorrerà l'ubriaco; ma abbiamo la quasi certezza che domattina lo troveremo addormentato, in qualche punto del percorso, nella scolina al bordo della via, anche se nel suo barcollare non c'è alcuna tendenza verso quella specifica direzione.
Tuttavia, se abitassi in un quartiere in cui l'alcolismo fosse una grave piaga sociale, nel vedere tanti ubriachi riversi in quella posizione, potrei pensare che ci sia un qualche cosa che li spinga a cercarla attivamente; invece, si tratta solo di una "configurazione stabile" sulla quale hanno termine le oscillazioni casuali.

Di esempio canonico in esempio canonico, non poniamo limiti alla banalità: lancio della moneta (qualcuno l'ha mai vista una moneta che abbia realmente una croce sul verso e una testa sul retro ? Esisterà ? Chissà se si coniano delle monete apposta per tirare a sorte ?). Probabilità di ottenere testa oppure croce ? 50% e 50%, e non ci sono dubbi (gli statistici preferiscono 0,5 e 0,5 perchè sono numeri più "maneggevoli" per fare i calcoli. Adotterei questa computazione). Però, se lancio la moneta, diciamo, 10 volte, ho probabilità piuttosto alte di ottenere, ad esempio, 7 teste e 3 croci (frequenze osservate: 0,7 e 0,3). Se la lancio 1000 volte, è praticamente impossibile (probabilità talmente basse ecc...) che abbia 700 teste e 300 croci. Altrettanto probabilmente lo scarto assoluto tra le due alternative sarà superiore alle 4 unità del 7 a 3 di prima, ma in termini di frequenze, aumentando il numero di lanci ci si avvicinerà sempre di più allo 0,5 a 0,5 che ci si aspetta (ad esempio: 480 a 520, 40 unità di scarto e frequenze 0,48 e 0,52). Immagino che nessuno eseguirà materialmente l'esperimento, che non ha l'aria di essere appassionante, ma spero che il principio sia chiaro: via via che aumenta il numero di lanci, le frequenze di teste e di croci TENDONO effettivamente alle attese probabilistiche di 0,5 e 0,5.

Introduciamo ora qualche modifica ai meccanismi di casualità (ho letto questo esempio da qualche parte e non mi ricordo più dove): prendiamo da un mazzo di carte 5 "numeri" (dall'asso al 7 se preferiamo le carte napoletane, che ci eviteranno il fastidio di cercare i jolly per toglierli) e 5 figure (fanti, cavalli e re). Mescoliamo il nostro mazzettino di 10 carte, e ne estraiamo 5 a caso. Poi ricostruiamo di nuovo il nostro mazzettino da 10 in proporzione alle carte estratte (cioè: se ho pescato 3 figure e 2 numeri, mi rifarò un mazzetto di 6 figure e 4 numeri), e così via.
Ora fermi tutti e torniamo al punto di partenza. Ho in mano 5 figure e 5 numeri, devo estrarre 5 carte a caso e riprendermene altrettante corrispondenti a quelle estratte. Quante probabilità ha ciascuna delle prossime carte che mi troverò in mano di essere una figura oppure un numero ?
0,5 e 0,5, evidentemente: le due alternative hanno esattamente le stesse probabilità iniziali.
Se eseguo l'estrazione a caso di 5 carte e la loro "riproduzione" per 100 cicli consecutivi, che tipo di tendenza potrei osservare, dopo aver conteggiato tutte le figure e tutti i numeri che mi sono passati per le mani nei 100 passaggi ?
Sorpresa: in questo caso, più si allunga la serie delle estrazioni a sorte, più il conto delle carte che ho avuto in mano si ALLONTANERA' dalle probabilità iniziali di 0,5 e 0,5. Pressochè inevitabilmente, rileverò una frequenza altissima o di figure o di numeri, ed una frequenza bassissima della rispettiva controparte. Perchè, dopo un certo numero di cicli in cui figure e numeri variano oscillando casualmente, prima o poi estrarrò o 5 figure o 5 numeri, e da quel momento in avanti continuerò a ricostruire mazzetti contenenti sempre e solo lo stesso tipo di carte.
Quindi, se dovessi trarre delle conclusioni dal risultato complessivo di una sola serie di cicli di riproduzione, senza tenere conto della struttura della variazione, potrei immaginare una forte tendenza di un tipo di carte ad essere estratto e duplicato preferenzialmente.
Eppure, la stima iniziale di probabilità 0,5 e 0,5 per i due tipi di carte era esatta. Ancora una volta, una configurazione stabile che pone un limite alle oscillazioni casuali mi potrebbe dare una percezione fallace di una tendenza.

Distorsioni di questo genere potrebbero rivelarsi particolarmente ingannevoli se mi occupassi di scienze storiche: dovrei trarre tutte le informazioni dall'unica realtà che ha effettivamente avuto luogo, senza possibilità di ripetere l'esperimento (e probabilmente mi scervellerei a cercare i fattori causali che hanno generato una tendenza inesistente).

Tornando alle carte, con un approccio sperimentale, invece, potendo ripetere la prova tutte le volte che vogliamo, avremmo la possibilità di verificare che metà delle volte avremo prevalenza di figure, e nell'altra metà di numeri; e poi potremmo sbizzarrirci a costruire modelli di variazione diversi, ad esempio con tre classi anzichè due, oppure con classi a probabilità diverse; ad esempio, con una carta per ogni valore nel mazzetto delle 10 iniziali: l'asso che fa classe a sè; il gruppo 2-7; e le figure. Sarebbe interessante scoprire quanto spesso il gruppo inizialmente più abbondante finisce per monopolizzare il risultato finale, e con quale frequenza, che sarà bassa ma non irrilevante, mi ritroverò alla fine con un mazzetto di 10 assi (sì, dovrò procurarmi più mazzi di carte).

E così, semplicemente dando alle carte da gioco la possibilità di riprodursi, abbiamo costruito un micro-modellino di micro-evoluzione: gruppi diversi che rimangono isolati da una stessa popolazione iniziale e iniziano a riprodursi separatamente, si diversificano in vario modo tra di loro: e il tutto (udite, udite !) senza neanche chiamare in causa la selezione naturale (cioè differenze di potenziale riproduttivo per tipi diversi a seconda delle circostanze).

venerdì 2 dicembre 2011

Les feuilles mortes


L'autunno, con la caduta delle foglie, è la stagione che viene tradizionalmente considerata, nel sentire comune, come ispiratrice di pensierini.
Non mi permetto di sfuggire a tale banalità: da diverse settimane seguo con qualche attenzione il crescere del tappeto di fogliame a terra e la sua disposizione. Quest'anno l'andamento è osservabile con particolare continuità e regolarità, grazie all'acquiescente indifferenza della Nettezza Urbana al fenomeno.
Nel tratto di viale alberato che percorro in tutti i giorni lavorativi, si è ormai depositato uno strato decisamente spesso di coltre frusciante sul marciapiede, mentre l'asfalto percorso con una certa intensità da automobili e camion è del tutto sgombro. La ragione di questa asimmetria appare del tutto ovvia: lo spostamento d'aria prodotto dai veicoli in corsa SPINGE le foglie sul marciapiede.
Appare.
Se si guarda un pò meglio, però, i pensierini si fanno più interessanti. La parte frontale del veicolo di passaggio produce in effetti un cono di pressione dato dall'aria spostata che tende realmente a spingere lateralmente; però, subito dietro, la scia dell'automezzo è una lunga area di bassa pressione che "risucchia" di nuovo le foglie verso la corsia di marcia. L'effetto complessivo è più che altro un sollevamento e rimescolamento, e non è affatto così direzionale come potrebbe sembrare intuitivo. Così come le foglie cadono dagli alberi disponendosi casualmente tutt'attorno, ad ogni passaggio di automobile o camion vengono risollevate dalla strada e di nuovo lasciate ricadere a caso un pò in tutte le direzioni. Eppure le foglie lasciano sgombra la strada e si accumulano sul marciapiede; questo è un fatto. Il vero motivo di questa disposizione così drasticamente diseguale è che le foglie sul marciapiede non vengono più mosse (per quanto io sia un pò aumentato di peso negli ultimi anni e tenda a camminare piuttosto speditamente, lo spostamento d'aria da me prodotto è ancora del tutto miserevole rispetto ad un camion in corsa: ma posso migliorare). Quindi le foglie hanno destini diversi a seconda della loro destinazione: quelle che ricadono sulla strada vengono "rimesse in gioco" in vista del prossimo veicolo che passerà; quelle che finiscono sul marciapiede non vengono più spostate e rimangono lì. E' questa asimmetria di destini che produce lo spostamento netto di foglie dalla strada al marciapiede, e non il movimento in sè, che è invece casuale e non direzionale.

Circa trent'anni fa, il mio professore di Chimica all'Università introdusse il concetto di entropia facendo l'esempio di una scatola con il fondo coperto di una moltitudine di palline bianche e nere: ho le palline bianche che coprono metà del fondo della scatola, e le palline nere sull'altra metà; ora scuoto energicamente la scatola, e guardo come è cambiata la disposizione sul fondo. Da questo punto in avanti, avendo come unica azione possibile lo scuotimento della scatola, quante probabilità ho di ritornare ad avere tutte le palline bianche da una parte e le nere dall'altra ? (La risposta "è impossibile" non è quella migliore: si dice "probabilità talmente basse da potersi considerare trascurabili"). Per ritornare alla disposizione ordinata devo necessariamente "consumare energia", cioè infilare il braccio nella scatola e, con la manina, spostare le palline per separare le bianche dalle nere.
Il nostro esempio iniziale delle foglie serve a chiarire che lo stesso tipo di disposizione ordinata può essere raggiunto anche senza la necessità di un "progetto consapevole" che identifichi ordine e separazione secondo un proprio "disegno intelligente".
Per cui, quando il prossimo creazionista di passaggio vi porrà la rituale domanda: "Ma può mai l'Ordine generarsi spontaneamente dal Caos ?" sappiate che la risposta è: "Sì" (a tale risposta si dovrebbe prontamente aggiungere "purchè ci sia energia disponibile da fonti esterne": il secondo principio della termodinamica non si tocca).

Il discorso merita un seguito, che in seguito seguirà; per ora ci accontentiamo di questa modesta aggiunta alla infinita tradizione dei pensierini sull'autunno e le foglie che cadono.

martedì 22 novembre 2011

Minzolinilandia



Trascrivo qui di seguito un passaggio di un articolo di Lucien Sève, filosofo francese, dal titolo "Salvare il genere umano, non solo il pianeta", pubblicato questo mese su Le monde diplomatique, che mi ha fatto trasecolare.

"Se chiedete ai meno politicizzati che cosa sia la causa ecologica vi verrà risposto, a colpo sicuro, che il riscaldamento del clima, causato dai gas a effetto serra, ci porta dritti verso un'era di catastrofi, che l'inquinamento della terra, dell'aria e dell'acqua ha raggiunto, in molti luoghi, delle soglie insostenibili, che l'esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili fondamentali condanna il nostro attuale modo di produrre e di consumare, che l'uso dell'energia nucleare comporta dei rischi senza ritorno. Più d'uno menzionerà le minacce alla biodiversità per concludere, con parole sue, con l'indifferibile urgenza di ridurre l'impronta ecologica dei paesi ricchi.
Come fanno i meno politicizzati a sapere tutto ciò ? Grazie ai media che garantiscono un'informazione ecologica costante. Grazie alle esperienze dirette che lo provano, dal tempo che fa ai prezzi del carburante. Grazie ai discorsi di scienziati e politici che elevano saperi parziali al rango di visioni globali convertendoli poi in programmi politici affissi un pò ovunque. Nel corso degli ultimi decenni si è così costruita una cultura capace di dare coerenza a molteplici motivazioni e iniziative di cui si compone tale grande questione, la causa ecologica."

Eeeh ? Dove ? Quando ? Come ? Chi ?
Mentre leggevo queste righe, e man mano che sfumava l'impressione che si trattasse di uno scherzo, la mia costellazione di punti interrogativi singoli sui meno politicizzati che rispondono a segno a questioni di impatto ambientale delle produzioni, che interpretano i prezzi dei carburanti come sintomo di insostenibilità dei consumi anzichè come disincentivo all'irrefrenabile aspirazione a comprarsi il SUV, sull'informazione ecologica costante garantita dai media, ecc. ecc., sono confluite tutte nel maxidomandone generale globale: "Ma in quale mondo alieno vive questo signor Sève ?" Ho immaginato che uno che di mestiere fa il filosofo possa avere delle frequentazioni migliori delle mie, ma non ho trovato risposte soddisfacenti finchè non ho compreso che era sbagliata la domanda.
Correzione: "Ma in che mondo culturalmente degradato vivo io ?"
Se le statistiche internazionali certificano che per qualità dell'informazione l'Italia berlusconiana ha qualche cosa da invidiare allo Zimbabwe di Mugabe, che i media garantiscano "un'informazione ecologica costante" potrebbe non essere un'affermazione così ridicola, a Parigi.
Il resto, probabilmente, viene di conseguenza. Se pongo qualche questione di carattere ecologico ai meno politicizzati che conosco io (e anche alla maggior parte dei politicizzati, se per questo), posso aspettarmi "a colpo sicuro" che non sappiano nemmeno di cosa si stia parlando. Potrei raccontare discorsi raccapriccianti nei quali l'effetto serra veniva confuso con il buco nell'ozono, o che si possa tranquillamente bruciare combustibili organici senza produrre CO2 "perchè adesso ci sono le tecnologie". E non vi risparmio l'ovvietà della risposta ad una mia affermazione sull'insostenibilità degli eccessi del consumismo da parte della petulante donnetta di turno: "Ma è così che si fa girare l'economia". Risposte che rassicurano sull'ampiezza della comprensione del problema.
Di biodiversità è inutile persino fare menzione. Per noi solo le coraggiose inchieste del TG1 sui cani da compagnia sovrappeso.
Immerso in questa brodaglia di totale inconsapevolezza che è lo Sprofondo Nord dell'Italia, mi auguro che lo scenario rappresentato da Sève al di là delle Alpi non sia solamente frutto di immaginazione: "saperi che vengono elevati a visioni globali e convertiti in programmi politici"... italiani lettori miei, avete presente ? "...affissi un pò ovunque." E dov'è mai questo ovunque, che non lo trovo da nessuna parte ?

giovedì 17 novembre 2011

Rovesciamento


Bene; smaltita la doverosa sbornia per lo smaltimento del Puzzone, ora facciamo qualche ragionamento.
Ci mettiamo nelle sapienti mani degli Economisti. Tanto di cappello alla loro universalmente rispettata autorevolezza, ma mi porrei quache domanda.
Mettiamo da parte ora il caso particolare dell'Italia, dove c'erano urgenza e necessità di presentarsi al resto del mondo con la faccia di qualcuno che non si facesse ridere dietro; vediamo le cose nella loro generalità universale.
Gli economisti hanno a disposizione gli strumenti culturali per affrontare i cambiamenti che abbiamo di fronte ?
A sentire le ricette che vengono proposte, ancora tutte a base di aumento della domanda e rilancio dei consumi, sembra proprio di no.
La loro visione del mondo mi pare inadeguata, limitata paradossalmente proprio dalla mancanza di limiti. Applicano i loro modelli, invariabilmente mercantilistici e iperliberisti, come se si trovassero su un pianeta illimitato, con una illimitata possibilità di utilizzazione delle risorse: schemi ancora figli del mito ottocentesco del progresso ineluttabile.
Ma se, come mi pare evidente, la crisi attuale è una crisi da saturazione, determinata dall'avvicinarsi proprio di quei limiti di disponibilità imposti dalle dimensioni del nostro pianeta, una ripresa economica nel senso classico (o anche in qualsiasi senso) non sarà mai possibile, e quelle speranze di ripresa e rilancio rivolte verso un orizzonte puramente consumistico saranno destinate a rimanere vane.

Bisogna andare incontro ad un completo rovesciamento di prospettiva. Forse non un economista, ma piuttosto un ecologo, o magari un fisico termodinamico, potrebbero avere le idee più chiare sui flussi di materia ed energia e sulle loro limitazioni.
Se provassimo a pensare alla disponibilità di risorse come limite condizionante (come farebbe un ecologo, appunto), e non alla necessità del profitto ? Ed alla conservazione di tali risorse anche per le generazioni future ?
Se quindi stabilissimo un limite di materia ed energia da impegnare nelle produzioni secondarie, limitando la produzione industriale solo allo stretto indispensabile, per concentrare il più possibile le risorse nelle produzioni fondamentali (cibo, fibre, energia, cultura ecc.) ?
E quindi ripartire il lavoro di conseguenza ? Eventualmente poco, con poco reddito per pochi consumi ?
Ed ecco che all'improvviso non è più il lavoratore la figura da mettere in discussione, ma l'imprenditore, che diventa un semplice funzionario-esecutore (e addio profitti d'impresa, evidentemente) ?
Si è già ipotizzato più volte qui sopra che sia proprio il profitto quel differenziale che manda in malora tutto il sistema; e sarebbe almeno divertente raccontare ai nipoti che il capitalismo è finito a causa dell'accumulazione di capitali.
Se non fosse più la tendenza all'accumulazione di ricchezze il vincolo fondamentale, che fa diventare tutto il resto secondario e marginale, e la salvaguardia dell'ambiente e del pianeta addirittura un lusso ?
Ma al contrario sia la salvaguardia delle ricchezze e delle risorse naturali, dalle quali dipende il nostro futuro, il fattore condizionante per tutti processi economici, il vero vincolo insuperabile ?
Un ecologo probabilmente ragionerebbe in questi termini, gli economisti secondo me non sono ancora maturi.

mercoledì 9 novembre 2011

La trasmissione sarà interrotta il più presto possibile



- Causa rescisssione anticipata del noleggio in essere, Giuliano Ferrara affittasi a miglior offerente.

- Augusto Minzolini si prenderà una lunga vacanza all'estero, lasciandosi inavvertitamente in tasca la carta di credito aziendale.

- Smascherato Mario Giordano mentre, travestito da vecchietta, tenta di farsi tesserare nell'Italia dei Valori.

- Franco Bechis a partire dal 10 novembre assicurerà di non sapere chi fosse il Presidente del Consiglio in carica: "Ah, era quell'omino lì ? Ma và ?".

- Emilio Fede no: lui aspetta di farsi seppellire, vivo, nella stessa tomba (per poi tentare di evadere portandosi via gli oggetti di valore).

- Ernesto Galli della Loggia muore misteriosamente.

- Maurizio Belpietro dichiara di essere all'oscuro del fatto che quello che lui scriveva come puro divertissement personale venisse pubblicato a sua insaputa.

- Vittorio Feltri con elmetto e tuta mimetica fa il turno di notte a guardia della redazione per impedire l'ingresso dei bolscevichi.

- Alessandro Sallusti intraprende una fortunata carriera, sulla quale ometteremo di fornire dettagli, come custodia del prezioso dito medio della Santanchè.

- Carlo Rossella, che "è nato in Lombardia ma non si sente lombardo", è "laureato in economia ma non si sente un economista", ha militato nel PCI ma non si sente comunista, non si sente.

- Piero Ostellino e Pierluigi Battista (in coro): "ma chi l'avrebbe mai immaginato ?"

- Paolo Liguori si dice lieto di avere concluso la sua opera di infiltrato, e dichiara che da domani riprenderà la sua normale attività in Lotta Continua.

- Mario Sechi dà prova della sua integrità morale preparandosi con le sue mani l'infuso di cicuta; poi però lo scambia, per una malaugurata svista, con il bicchiere di orzata del vicino Galli della Loggia.

- Bruno Vespa fa una puntata di "Porta a Porta" sul delitto di Cogne.

domenica 6 novembre 2011

mercoledì 2 novembre 2011

Habitat urbani



Sarebbe bello se quello che all'occhio benpensante appare come incuria ed abbandono bastasse, viceversa, a curare e recuperare i nostri misfatti: un tratto di marciapiede di periferia che sfugge alla disciplina del verde pubblico, che riesce a coprire il cemento con humus di ottima qualità, dove funghi decompositori riescono già a far svettare sollazzi di ubertosi corpi fruttiferi.
Sarebbe bello se tutti i cementi e gli asfalti lasciati dalla vertigine industriale all'oblio della deindustrializzazione, nel libero mercanteggiamento dello sfruttamento invisibile della materia organica (dai passi delle umane formiche operose in tuta blu, ai morsi e agli enzimi di insetti veri, acari e vermi e microbi che tutto riciclano e riportano a disposizione di piante e animali) potessero tornare in pochi anni luoghi di produzione primaria, sepolti da terriccio fertile nuovo di trinca.


Sarebbe bello anche se i giovani frassini che mi ostruiscono il passo e mi obbligano a scendere dal marciapiede, potessero riuscire un giorno, con la sola forza dell'ineluttabile crescita delle loro radici, a spallare e far crollare il muro, ironicamente verde, della caserma dismessa.

Sarebbe bello, ma non sarà. Non vedremo i nostri stessi edifici sepolti dalla foresta come le antiche capitali dei Maya apparvero agli europei. Il cemento e l'asfalto rimarranno comunque lì, magari solo imbellettati da un esile velo di salutare abbandono, ma comunque improduttivi.
E avremo già costruirto un nuovo e ancor più inutile isediamento militare fuori città, e ancora un appezzamento di campagna diventerà edificabile per la realizzazione di un grande centro commerciale dove un nuovo ettaro di asfalto fresco, pulito e diserbato consentirà alla signora culona di arrivare comodamente con il carrello fino all'automobile.

In Italia siamo (il censimento ci dirà) 60 milioni, su un territorio di 300000 kilometri quadrati: fanno, in media, 5000 metri quadrati a testa: meno di un campo di calcio.
Del campo da calcio medio che ciascuno ha a disposizione, una buona fetta è costituita da montagne, che ci allietano il panorama, ed ai cui ghiacciai noi e i nostri acquedotti dovremmo augurare lunga vita; dobbiamo ricavarne lo spazio nel quale abitiamo, più la nostra quota parte, per piccola che sia, di edifici pubblici (scuole, ospedali, ecc.). Quello che rimane del nostro campo di calcio personale dovrebbe produrre tutto ciò che consumiamo: cereali per farine, frutta, ortaggi, ecc.; foraggio per il bestiame; dovrebbe alloggiare la nostra quota parte di mucca, di pecora, maiale, pollame ecc.; e ancora legname, fibre, ecc.; e dovrebbe avanzare ancora lo spazio per ospitare le industrie che trasformano i prodotti primari della terra. Ultimo ma non ultimo, ci sarà anche lo spazio per lo smaltimento dei nostri rifiuti, comunque esso vengga condotto. Proviamo a pensare a tutto quello che consumiamo individualmente in un anno e immaginiamo che tutto debba provenire da una superficie inferiore a quella di un campo di calcio.
Ma non è ancora finita: dobbiamo sbattere il muso su quello che abbiamo fatto finta di ignorare per più di un secolo: abbiamo bisogno anche di una superficie forestale che riassorba con la fotosintesi tutta l'anidride carbonica prodotta dalle combustioni che forniscono energia ai nostri processi.

E così, asfaltato un ettaro di terreno fertile per costruire un supermercato, avremo fatto la felicità della signora culona che si aggirerà sfarfallando gaiamente con il suo carrello tra i banchi e mediterà soppesando pensosa le offerte (e quanto si medita meglio abbandonando il carrello di traverso in mezzo alla corsia !)
Poi, tra i variopinti scaffali dell'ortofrutta, si scandalizzerà vedendo i peperoni importati dalla Romania. L'impeto del consumatore patriottico non potrà trattenersi: "Ma dovrei dunque comprare dei peperoni che arrivano dalla Romania e chissà come sono fatti ?" (sono fatti da piante di peperone, supporrei io). E chioserà, con impostazione di voce, diciamo, risorgimentale (immaginiamo anche un accenno di vibratino sull'interrogativa): "Io voglio comprare solo peperoni italiani ! Ma dove sono i peperoni italiani ?"

Ci sei sopra.
Sono sotto l'asfalto.

domenica 23 ottobre 2011

Anniversari - 23 ottobre 4004 a.C.



Quale evento è mai accaduto il 23 ottobre 4004 a.C., a mezzogiorno, per la precisione (ora di Greenwich, dovremmo supporre) ?
Ma la Creazione del Mondo, ovviamente ! L'inizio della Creazione, il fatidico "Sia fatta la luce !"
Era una domenica mattina, proprio come oggi (si riposò il settimo giorno, cioè sabato, secondo la tradizione ebraica), e si deve assumere che la "terra informe e vuota" (Genesi, 1:2) dovesse essere stata creata durante la notte precedente.
L'artefice di questa datazione così precisa fu James Ussher (1581-1656), arcivescovo di Armagh e primate della chiesa anglicana irlandese.
Il suo Annales Veteris Testamenti, a prima mundi origine deducti (1650) si basava, naturalmente, sul racconto della Bibbia: da Adamo, per una ventina di generazioni (se non ricordo male fino ad Abramo), sono indicate esplicitamente le linee di discendenza per via patrilineare con l'indicazione dell'età del padre alla nascita del primogenito, e quindi i conti sono facili; poi però le indicazioni temporali si fanno più confuse, ed Ussher incrociò i fatti descritti nella Bibbia con informazioni databili rilevabili da altre fonti storiche, come la conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor; infine, il racconto della Bibbia si ferma al IV secolo a.C., e per raccordare i tempi al dominio romano ed alla nscita di Gesù, Ussher fece ricorso a cronache caldee e persiane. Ancora, si sapeva da cronache romane che il re-fantoccio di Israele al servizio dell'Impero Erode il Grande era morto in realtà nel 4 a.C., e quindi la nascita di Gesù doveva essere anticipata di qualche anno. Ricavando da tutte le fonti possibili tutta la rete di informazioni disponibili, Ussher pervenne alla data del 4004 a.C. per la Creazione.
La data del 23 ottobre fu immaginata supponendo una prossimità ad uno dei quattro punti cardinali del ciclo solare: un equinozio o un solstizio; poichè l'anno ebraico inizia in autunno, e la Bibbia racconta che nel giardino dell'Eden i frutti erano maturi, Ussher optò per la fine dell'estate, e quindi l'equinozio d'autunno. Ma allora perchè il 23 ottobre e non fine settembre ? Ussher usava ancora il calendario giuliano. La differenza rispetto al nostro (gregoriano) può apparire irrilevante: venivano considerati bisestili anche gli anni di fine secolo non divisibili per 400: per noi il 2000 è stato un anno bisestile, come il 1600; ma il 1700, il 1800 ed 1900 non sono stati bisestili; per il calendario giuliano sì. Su quasi 6000 anni, questo comporta quasi un mese di differenza: il 23 ottobre 4004 a.C. era la prima domenica dopo l'equinozio d'autunno, e quindi la data ritenuta più probabile per la Creazione.
Molti altri hanno praticato lo stesso esercizio, con risultati non troppo dissimili: 3760 a.C. per l'ebraismo rabbinico, 4026 a.C. per i testimoni di Geova, 5509 a.C. nella tradizione bizantina (la Bibbia greca, usata dalle chiese orientali, riporta dei tempi diversi per le generazioni da Adamo ad Abramo, con un'estensione di circa 1000 anni). Il motivo per cui la datazione di Ussher è rimasta sotto i riflettori è che, forse perchè il suo studio fu particolarmente accurato, forse per motivi più casuali, la sua cronologia fu adottata nelle note a commento in una delle edizioni più diffuse della Bibbia, quella di Re Giacomo. Quel successo, per contrappasso, fa dell'arcivescovo Ussher un ricorrente oggetto di scherno e dileggio ora che la sua cronologia appare chiaramente ridicola alla luce delle conoscenze attuali sull'età della Terra e dell'Universo, ma è sempre un errore giudicare i fatti e le idee di ieri con gli occhi di oggi.

Nello stesso XVII secolo, Edmond Halley (quello della cometa) escogitò un sistema teorico per stimare l'età della terra in base alla concentrazione di sale negli oceani: assumendo che i fiumi apportino piccole quantità costanti di sali, questi dovrebbero accumularsi progressivamente in mare; poichè l'acqua evapora ma il sale no, conoscendo la differenza di concentrazione a tempi sufficientemente distanti, si potrebbe valutare da quanto tempo i fiumi portano sale nel mare; Halley si crucciò di non disporre di informazioni sulla salinità dei mari da epoche antiche, ma due secoli dopo un geologo irlandese, Joly, sfruttò il suo metodo per stimare un'età della Terra di 100 milioni di anni.
La datazione di Joly fu presto dimenticata, poichè l'idea di Halley, per quanto ingegnosa, era fondata su una premessa sbagliata; l'aumento della concentrazione di sale negli oceani non procede per incrementi costanti, ma è soggetta a meccanismi che tendono a mantenere un certo equilibrio: una certa quantità di sale finisce intrappolata nei sedimenti che si depositano sul fondo, e quindi la concentrazione è molto più costante di quanto Halley avesse immaginato.
Nel 1886 fu William Thomson, futuro Lord Kelvin, formulatore della seconda legge della termodinamica, a stimare un'età della Terra di 100 milioni di anni (con un limite massimo di 400 milioni), in base al ritmo di raffreddamento della crosta terrestre dopo la formazione del sistema solare, suscitando non poche resistenze tra i geologi, che andavano accumulando evidenze di una Terra molto più antica; successivamente, Lord Kelvin rivide la sua stima al ribasso, portandola a 10-30 milioni di anni (mettendo in difficoltà anche Darwin di fronte a tale ristrettezza di tempi).
Ma non molto tempo dopo, la scoperta della radioattività minò alla base le assunzioni su cui la sua valutazione si basava: le reazioni nucleari che avvengono nel nucleo terrestre sono una fonte endogena di calore, e quindi l'ipotesi del raffreddamento costante su cui si reggeva la datazione di Thomson andava rivista nel senso di una temperatura della Terra molto più costante.
E proprio la radioattività ha fornito agli scienziati il metro ad oggi più efficiente per misurare l'età delle rocce e dei reperti organici, e ci ha permesso di stimare una Terra vecchia di 4,5 miliardi di anni.

Oggi consideriamo i sistemi di datazione ideati da Halley e da Lord Kelvin come ingegnosi in base alle informazioni disponibili al loro tempo, ma resi inutili dal fatto di partire da premesse che si sono rivelate poi errate.
Nessuno considera Halley e Thomson degli stupidi, semplicemente hanno eaborato edifici teorici di tutto rispetto su delle assunzioni di cui non potevano conoscere la fallacia; ma oggi nessuno prenderebbe mai in considerazione le datazioni ricavate dai loro metodi di stima.
Allo stesso modo non dovremmo ridicolizzare Ussher per la sua datazione della Creazione; ha svolto un lavoro accurato e minuzioso cercando di ricavare il massimo possibile di informazione dalle fonti che considerava più attendibili. Il suo lavoro ben fatto era vanificato dall'assunzione sbagliata che coloro che scrissero la Bibbia dovessero avere delle conoscenze di storia naturale per qualche motivo superiori alle nostre.
E quindi è ancor più deprimente imbattersi ancora ai nostri giorni in sette fondamentaliste che si ostinano a voler chiudere gli occhi di fronte ai fatti che abbiamo oggi a disposizione delle nostre conoscenze per credere ad una Terra (o, con ottusità non inferiore, un'umanità) di poche migliaia di anni.

mercoledì 12 ottobre 2011

Anniversari - 12 ottobre 1492 (1)

"Per un triste Re cattolico - le dice - ho inventato un regno
e lui lo ha macellato su una croce di legno.
E due errori ho commesso, due errori di saggezza:
abortire l'America e poi guardarla con dolcezza.
Ma voi che siete uomini sotto il vento e le vele
non regalate Terre Promesse a chi non le mantiene."





"Quando Cristoforo Colombo, chioma fluente e piede sicuramente fetente, sbarcò in America, non la trovò certamente disabitata": cito a memoria un passaggio di un breve discorsetto introduttivo all'esecuzione di "Fiume Sand Creek" durante un concerto di Fabrizio De Andrè (avrete colto la nonchalance nella produzione di rime); sempre a memoria, poteva essere il 1991, nell'imminenza del cinquecentenario.
E dunque, proseguiva il discorso, non ha senso parlare di scoperta. L'America era stata scoperta, almeno almeno 15000 anni prima, da popolazioni asiatiche provenienti dalla Siberia. Il 12 ottobre 1492 l'America non fu "scoperta", ma esposta agli appetiti conquistatori degli europei.
Colombo mise il suo fetente piede da qualche parte nell'arcipelago delle Bahamas, o in quello immediatamente più meridionale di Turks e Caicos, e un piccolo mollusco gasteropode avrebbe potuto raccontarci esattamente dove, ma questa è un'altra storia.
E difatti non trovò quelle isole disabitate: "...giunsi al Mare delle Indie, dove trovai molte isole assai popolate, delle quali, fatto il bando in nome del felicissimo nostro Re e spiegate le bandiere, nessuno opponendovisi, presi possesso." (1)
Non ci è dato sapere quanto numerosa sia stata l'audience per tale rituale, prodotto, si suppone, in lingua spagnola, ma la popolazione che ebbe la discutibile fortuna di assistere alla curiosa ed incomprensibile cerimonia inscenata dall'ultimo stravagante venuto, senza manifestare segnali di opposizione, fu quella dei Taìno, che era distribuita su tutte le Bahamas, le Grandi Antille e le più settentrionali delle Piccole Antille.
Nel suo diario di bordo, l'Ammiraglio sottilineò la timidezza, la benevolenza e la gentilezza di coloro che chiamò indiani: "Non portano armi, e nemmeno le conoscono: mostrai loro le spade ed essi prendendole dalla parte del taglio, per ignoranza si tagliavano. Non hanno alcuna specie di ferro." Ma non c'era alcuna ammirazione nè intento elogiativo nelle considerazioni sulla loro indole pacifica, solo progetti sulla facilità di prevaricazione: "Con una cinquantina di uomini [le Altezze Vostre] li terranno tutti sottomessi e potranno far di essi quel che vorranno".
I Taìno praticavano l'agricoltura, il loro alimento base era una specie di pane fatto con la farina di cassava, e curiosamente non di mais, che pure allevavano; coltivavano inoltre zucche, fagioli, peperoni, arachidi, ananas, oltre a tabacco e cotone: quasi tutte queste piante erano sconosciute in Europa. Ma Colombo non fu minimamente interessato alla cultura ed agli usi degli indigeni, se non per il fatto che amavano ornarsi con ninnoli d'oro, unica cosa che attrasse la sua curiosità. Domandò con insistenza da dove provenisse l'oro, come si procuravano l'oro, dove veniva estratto l'oro, e null'altro.
Il 13 ottobre, al suo secondo giorno in America, scrisse sul diario di bordo: "Venni per gesti a sapere che navigando verso Mezzogiorno si poteva andare dov'era un re che possedeva grandi vasi e molti pezzi d'oro."
La sua ricerca dei ricchi regni dell'Oriente raccontati da Marco Polo, il Catai (la Cina) ed il Cipango (il Giappone), si riduceva alla necessità di portare in Spagna dell'oro per dimostrare il successo della sua impresa. Man mano che, di isola in isola, veniva presentato a cacicchi via via più potenti e sempre più riccamente adornati, la sua avidità si auto-alimentava, frustrata dalla continua mancanza di indicazioni su dove l'oro venisse estratto.
Si procurò (= catturò) delle guide Taìno con cui si intendeva meglio e sentì parlare di una grande isola vicina, Colba (Cuba), che interpretò come Cipango. Una volta sbarcato lì, seppe che si trovava dell'oro a Cubanacan (= il centro di Cuba) che gli suonò come "El Gran Khan", facendogli credere di stare per raggiungere la Corte Imperiale; infine, in dicembre, ebbe notizia di oro a Cibao, il nome locale di Hispaniola (ancora il Cipango). Non furono gli unici esiti tragicomici delle pretese che i Taìno avessero familiarità con lo spagnolo: nelle Piccole Antille vivevano i Caribe, nemici storici dei Taìno: quando fu chiesto cosa ci fosse più a sud, alla risposta "Caribe", gli spagnoli intesero che ci fossero i cannibali.
Ma ad Hispaniola l'avidità incontrò il suo premio, e si trovò un giacimento aurifero. Il destino dei Taìno era segnato.
A partire dal suo secondo viaggio (1493), Colombo pretese dei tributi dalle popolazioni assoggettate alla corona spagnola: ogni adulto (dai 14 anni in su) doveva versare un campanello da falconeria ripieno d'oro (le unità di misura opinabili sono un fenomeno ricorrente in questa storia) ogni tre mesi o, in alternativa, 12 Kg di cotone. Gli evasori fiscali erano puniti con il taglio delle mani e lasciati morire per dissanguamento (...mmhhmmm... entusiasmante per noi, ma crudeltà inaudita al di là delle Alpi).
Le nuove miniere di Hispaniola richiedevano grandi quantità di manodopera, e man mano che i nativi dell'isola morivano per le fatiche che gli spagnoli imponevano loro, si dovette reclutare manovalanza dalle isole vicine: la Giamaica era popolosa, ma le sue montagne offrivano rifugi da cui sarebbe stato difficile stanare i Taìno; identico e maggiore problema poneva Cuba. Le Bahamas invece erano isole relativamente piccole e piatte, prive di nascondigli, dove i futuri minatori potevano essere acchiappati senza troppe difficoltà.
Le posizioni dei cattolici verso la schiavitù erano, come sempre, ambigue. Voci come quella di Bartolomè de las Casas si levarono alte, chiare e inascoltate a richiedere un trattamento umano per i nativi, ma l'accomodamento prevalente giocava sull'ipocrisia che il premio per il lavoro coatto era quello di ricevere un'istruzione sulla lingua spagnola e sulla religione cattolica, e di solito gli schiavi venivano battezzati, mediocremente consenzienti. Si provvedeva dunque alla salvezza delle loro anime.
Mentre le anime si salvavano, i corpi non se la passavano tanto bene: nel 1512, vent'anni dopo il primo contatto del piede fetente, nessun Taìno viveva più nelle Bahamas.
Anche nelle altre isole, le loro terre coltivate erano diventate proprietà degli spagnoli o di indiani fidelizzati agli occupanti, ed i Taìno erano stati resi schiavi anche come agricoltori; dovevano produrre cibo per la crescente popolazione europea. Già nella stagione 1495-96 rinunciarono a raccogliere e a seminare, pagando, nella conseguente carestia, con 50000 morti il rifiuto di nutrire i propri aguzzini.
Si suicidavano col veleno, si impiccavano, uccidevano i propri figli perchè non vivessero da schiavi. Ci fu una rivolta organizzata nel 1511, e un'altra negli anni '20. Ma nel frattempo, sulle navi che traversavano l'Atlantico, un passeggero clandestino era giunto dall'Europa in America a compiere il grosso del lavoro sporco: il virus del vaiolo.
Così, per tutte le Antille, in 30 anni la popolazione di Taìno era declinata dell' 80-90 %, e poco tempo dopo il primo popolo americano a conoscere gli europei fu anche il primo ad estinguersi. Molte altre popolazioni americane seguirono presto lo stesso destino.

Gli europei colmarono il vuoto di manodopera importando nuovi schiavi dall'Africa.
L'Isola di San Salvador rimase disabitata per quasi 300 anni, salvo forse qualche temporaneo insediamento di pirati, finchè la rivoluzione americana non portò alcuni fedeli alla corona britannica a rifugirsi lì con i propri schiavi africani. I discendenti di quegli schiavi fecero rifiorire una cultura autoctona del tutto nuova e diversa; fino a qualche decina di anni fa le Bahama più esterne rimanevano ancora piuttosto incontaminate anche nei confronti dell'industria turistica, e gli insediamenti si limitavano a piccole locande ben integrate nell'ambiente e nella cultura locali. Ma ormai il mito dello sbarco di Colombo ha portato anche a San Salvador i Club Mediterranèe e le colate di cemento al servizio del turismo soggiogato ai gusti occidentali. Colombo e i suoi 90 marinai avviarono la distruzione della cultura dei nativi, ma la sua ombra continua ancora, dopo oltre cinque secoli, a far seccare ogni nuovo germoglio di cultura locale in favore dell'omologazione eurocentrica.



Oggi, se cercate in rete informazioni su "Taìno Bahamas", troverete quasi solo richiami ad un Taìno Beach Resort di Grand Bahama, una vomitata di cemento a quattro stelle sulla spiaggia, l'ultimo servizio all'esotismo kitsch del turista occidentale (che probabilmente ignora l'origine del nome), l'ultima beffa agli uomini che morirono di fame per non coltivare la terra in favore dei futuri vacanzieri in camicia hawaiana, panama e sigaro.


(1) Lettera in cui Cristoforo Colombo, molto benemerito dell'età nostra, descrive le isole delle Indie oltre il Gange, di recente scoperte, dove fu inviato il 3 agosto 1492 sotto gli auspici e col denaro degli invittissimi Ferdinando ed Elisabetta, Reali di Spagna; e da lui indirizzata all'illustre Don Gabriele Sanchis, tesoriere dei suddetti Serenissimi Re, tradotta dalla lingua spagnuola nella latina per opera del nobiluomo e letterato Leandro de Cosco il 30 aprile 1493, primo anno del pontificato di Alessandro VI.

(per fortuna nei secoli successivi il modo di intitolare gli scritti ha presentato una lodevole tendenza alla maggior brevità).

Anniversari - 12 ottobre 1492 (2)


Oltre un mese di navigazione dalla ripartenza dalle Canarie il 6 settembre, dopo la lunga sosta per le riparazioni (il timone della Pinta si era rotto dopo soli tre giorni di navigazione, il 6 agosto) aveva portato l'equipaggio di Cristoforo Colombo sull'orlo dell'ammutinamento; il 10 ottobre si giunse alla resa dei conti: se non si fosse avvistata terra entro pochi giorni si sarebbe tornati indietro.
Giovedi 11 si ebbero già dei segni positivi: un giunco, un bastone, un fiore fresco galleggiavano in mare, e due ore dopo la mezzanotte Rodrigo de Triana, vedetta della Pinta, annunciò la terra: probabilmente la scogliera della costa orientale dell'isola oggi chiamta San Salvador che biancheggiava sotto la luna.
Il luogo esatto dello sbarco fu però a lungo oggetto di controversie ed interpretazioni contrapposte.
Si sa che l'isola sulla quale Colombo si inginocchiò per prima era chiamata dagli indigeni Taìno Guanahani, e che fu immediatamente ribattezzata San Salvador. Molte isole di quei paraggi si sono contese questo privilegio storico: Watling, Cat Island, Mayaguana, Samana Cay tra le Bahamas; Grand Turk, e diverse delle isole Caicos (solo le Bahamas sono più di 700 isole, e molte hanno porti favorevoli). Inizialmente fu Cat Island ad essere identificata con San Salvador; poi, dal 1926, il Governo delle Bahamas decise di trasferire questo nome all'isola di Watling. Oggi questa interpretazione gode di un consenso piuttosto generale, ma persistono ostinati sostenitori di ipotesi alternative.
E a Watling / San Salvador monumenti, lapidi e targhe indicano il luogo esatto dello sbarco; di luoghi esatti dello sbarco ce ne sono tre: uno sulla costa orientale, e due sulla costa occidentale, a diversi chilometri l'uno dall'altro.
Ma su quali elementi si basa l'identificazione dell'isola ? Il più importante è il diario di bordo di Colombo, dal quale si può ricostruire la rotta ed il percorso seguiti; ma la navigazione di quei tempi si basava su metodi troppo approssimativi per la stima della posizione in mare per poterne trarre informazioni molto precise. Inoltre il diario originale, consegnato alla regina Isabella, andò perduto non si sa come; e andò perduta anche la copia che la regina fece preparare, come riferimento, per Colombo alla partenza del suo secondo viaggio; di questa seconda copia, ci è pervenuta un'ulteriore copia fatta da Bartolomè de las Casas. Quindi il nostro documento storico "primario" è in realtà una copia di una copia.
Come secondo indizio, scavi archeologici nella San Salvador attuale hanno portato alla luce reperti dell'artigianato Taìno assieme a manufatti di chiara origine europea di quell'epoca, tutti potenziali oggetti di scambio: vetri, chiodi, ami, ed in particolare una monetina spagnola coniata negli anni '70 del XV secolo.
Ma anche questa non è una prova decisiva, poichè nello stesso viaggio Colombo toccò diverse isole, ed inoltre i Taìno commerciavano e scambiavano attivamente merci tra isole vicine.
Una possibile informazione sicura si potrebbe avere da un resoconto dell'arrivo degli stranieri da fonti storiche di origine indigena; basterebbe anche solo sapere quale isola i Taìno chiamavano Guanahani. Ma nessun Taìno è rimasto a poterlo raccontare.

Ma avrebbe potuto esserci un'altra fonte sicura di informazione: quale sarà stato il primo impatto zoologico degli spagnoli con il Nuovo Mondo ? Qualche uccello sarà scappato tra gli alberi; molto probabilmente qualche zanzara caraibica avrà avuto il suo primo assaggio di sangue europeo; ma sicuramente Colombo e i suoi 90 marinai videro la chiocciole terrestri del genere Cerion, che vivono numerosissime sugli arbusti costieri di tutte le isole: le chiocciole non scappano, e se pure, lo fanno alla loro caratteristica velocità lumachesca. Stanno lì, ed è impossibile non vederle.
Dai due centri geografici del Cerion, Cuba e le Bahamas, sono state descritte oltre 600 specie; in realtà molte di queste si sono rivelate interfeconde tra loro, quindi andrebbero ridotte a varietà locali; ma il ventaglio di diversità che questo genere di molluschi ha sviluppato sulle diverse isole è semplicemente straordinario. Si va da forme minuscole di 5 mm a giganti di 7 cm, e la conchiglia può variare dalla forma quasi cilindrica alla quasi sferica; può essere costoluta o liscia, e terminare con un cono molto compresso o con una forma affusolata. Quasi ogni popolazione locale ha sviluppato una conchiglia tipica e unica.
Qualche isola può avere una particolare pianta endemica, o un esclusivo animaletto che non vive altrove; ma queste chiocciole sono il marcatore geografico più preciso che si possa immaginare: sono comunissime in tutte le isole, e quasi ogni isola ha una sua popolazione caratteristica, distinguibile dalle altre per forma, colore, dimensione o altri caratteri della conchiglia. Nella San Salvador attuale, addirittura due varietà diverse e ben riconoscibili occupano la costa occidentale e quella orientale.
Se Colombo avesse raccolto e tenuto come ricordo del suo sbarco un singolo guscio di Cerion, oggi sapremmo con quasi assoluta certezza.



Ma il Cerion non luccica, non ha l'aria di essere prezioso, e non suscitò interesse. Indifferenti e inosservate, le chiocciole terrestri hanno visto sparire i vecchi abitanti umani delle loro isole, sostituiti da nuovi; ed hanno continuato imperterrite a sottolineare la tipicità e l'unicità dei luoghi, a dispetto e del tutto ignare dell'omologazione industriale dei villaggi turistici e dei Club Vacanze.

Bibliografia:
Stephen Jay Gould: Un Cerion per Cristoforo. In: I fossili di Leonardo e il pony di Sofia - Il Saggiatore, 2004.

Anniversari - 12 ottobre 1492 (3)


Se qualcosa accade, vuol dire che esistevano i presupposti perchè accadesse; ma ciò che non accade non necessariamente sarebbe stato impossibile. In molti casi, gli episodi della nostra storia (questo vale sia per la Storia dei libri, sia per le nostre vicende individuali) sono stati una sola delle molte possibilità che avrebbero potuto ugualmente verificarsi, e quale delle alternative eventuali ha avuto effettivamente luogo non sarebbe stato prevedibile a priori. E di solito ci è molto difficile immaginare quale strada avrebbe preso il corso della storia successiva se in una particolare occasione gli eventi avessero assunto una piega diversa.
Ciò non vuol dire che tutto avviene a caso; la storia segue, di solito, regole generali di cause ed effetti; ma quelle regole di solito portano a ventagli più o meno ampi di eventi possibili, uno solo dei quali si verifica in concreto, tra molti altri altrettanto plausibili.

Certamente, a volte anche il puro caso scompiglia le carte, e a volte scelte ponderate portano con sè conseguenze collaterali non prevedibili.
Nel viaggio di Cristoforo Colombo verso occidente alla ricerca del Cipango e del Catai, non solo la casualità, ma addirittura errori grossolani ebbero un ruolo determinante. Una stima straordinariamente precisa della circonferenza della Terra (40000 km) esisteva già dal 200 a.C., ad opera del matematico e astronomo egiziano Erastotene; in Europa nel medioevo circolavano però misure meno precise ed inferiori (32000 km). Colombo prese il valore in miglia arabe (1,83 Km) come espresso in miglia latine (1,24 Km) arrivando a sottovalutare la circonferenza della Terra a soli 25000 km. In più, sovrastimò l'estensione dell'Asia in senso est-ovest, fino ad ipotizzare il Giappone a meno di 4000 km dall'Europa, anzichè i 20000 km reali. Se non avesse inciampato nell'America proprio alla distanza "giusta" il suo equipaggio sarebbe morto di fame. Questa somma di errori fortunati ha fatto nascere molte congetture sul fatto che in realtà Colombo sapesse già dell'esistenza di una terra a quella distanza nell'Atlantico ed abbia "aggiustato" le misure per ottenere il finanziamento del viaggio: la leggenda del racconto del naufrago, quella delle mappe trovate chissà dove... non lo sapremo mai.

Ma altri eventi avrebbero potuto verificarsi in alternativa e non sono accaduti.

Più o meno contemporaneamente alla misurazione di Erastotene, nel III secolo a.C., all'altro capo del mondo, la Cina veniva unificata per la prima volta sotto un solo imperatore. Seguirono epoche cicliche di disgregazione e frammentazione in stati indipendenti, e ripetute riaggregazioni in impero unitario. L'ultima e definitiva unificazione della Cina fu determinata dalla conquista da parte dei Mongoli di Gengis Khan, nel 1279.
L'impero mongolo, il più grande della storia dell'umanità, esteso dalla Cina all'Ungheria, si dissolse in breve tempo, ma fu ciò che rese possibile il viaggio di Marco Polo: dal Mar Nero a Pechino non c'erano confini da attraversare. Del Kubilay Khan incontrato da Marco Polo, Gengis Khan era stato il nonno. Ma anche la dinastia Yuan, quella degli imperatori mongoli, ebbe breve durata, e fu soppiantata, dal 1368, dalla dinastia Ming.
Non so se tra i vanti dell'impero Ming ci sia mai stata una fiorente produzione di preziosi vasi invariabilmente destinati a finire in frantumi nelle storielle a fumetti; di sicuro, fino alla prima parte del XV secolo, ci fu una straordinaria espansione del commercio navale.
Giganti del mare da 120 metri con equipaggi di migliaia di uomini e persino orti a bordo per l'approvvigionamento di cibi freschi solcavano l'Oceano Indiano, ed enormi spedizioni commerciali cinesi si spingevano fino alla costa orientale dell'Africa e all'Arabia. All'inizio del '400 la Cina aveva in pieno la tecnologia navale per tentare di aprire una rotta commerciale verso l'Europa attraverso il Pacifico, per soppiantare la scomoda e pericolosa Via della Seta terrestre, e quindi scoprire che esisteva un nuovo continente nel mezzo.
Inoltre, era un grande Stato unitario, un sicuro vantaggio politico rispetto all'Europa, spezzettata in staterelli sempre in guerra fra loro. Dunque, perchè l'America non fu scoperta dai cinesi ?
L'abbandono del commercio marittimo fu dovuto semplicemente ad un divieto imposto dall'Imperatore, per motivi di politica interna. I rischi di disgregazione dell'impero e di feudalizzazione erano molto forti, perchè durante l'epoca Yuan si erano rafforzati non solo il ceto nobiliare, ma anche quello dei generali, la cui carica era diventata ereditaria.
Minacce erano già pressanti alle frontiere, sia dalla Mongolia che dalla Manciuria, ed il prestigio dei militari si rafforzava sempre più. Le grandi navi cinesi erano bersaglio della pirateria giapponese, e piuttosto che intraprendere una guerra contro i pirati, che avrebbe assicurato ulteriore potere alla casta militare, l'Imperatore Hung Hsi scelse, dal 1434, di adottare una politica isolazionista e chiudere i commerci marittimi. Di conseguenza chiusero anche i cantieri e non vennero più costruite nuove navi. Il danno dell'autarchia era trascurabile, poichè c'era una sola Cina, e nessun'altra Cina avrebbe potuto trarre vantaggio dal vuoto lasciato nei traffici transoceanici.
A questo punto, se un ipotetico Cristoforo Colombo cinese avesse chiesto all'Imperatore di finanziare una spedizione attraverso il Pacifico, si sarebbe sentito rispondere di no; ed essendoci un solo Imperatore, non avrebbe avuto nessuna altra porta a cui bussare.
Il Colombo reale chiese finanziamenti in Spagna, in Portogallo, spedì suo fratello alle corti di Inghilterra e Francia, si rivolse anche alle Repubbliche di Genova e di Venezia; ed infine, dopo tanti rifiuti, riuscì a convincere, in seconda battuta, i Reali di Spagna.
L'Europa divisa e disgregata gli si volse in opportunità.
Come si vede non c'è niente di casuale, ogni evento ha le sue cause ed i suoi effetti, ma le ragioni che tagliarono fuori la Cina dalla possibilità, del tutto plausibile, di conquistare l'America furono del tutto contingenti ed occasionali, non prevedibili a priori.
Ed è un esercizio futile ma affascinante provare ad immaginare come sarebbe stata la storia moderna se l'America fosse stata scoperta da quell'immaginario Cristoforo Colombo cinese che non potè viaggiare. Sarebbe stato diverso il destino delle popolazioni native ? Ci sarebbe stato un George Washington con gli occhi a mandorla ? E avrebbero avuto più possibilità di raggiungere prima l'indipendenza gli stati del Sud America rispetto a quelli del Nord ? Wall Street a Buenos Ayres ? E fin dove sarebbe sprofondata l'inevitabile marginalità dell'Europa senza le ricchezze prelevate dal Nuovo Mondo ? E' molto probabile che avreste letto questo testo scritto in ideogrammi in lingua Han.

Bibliografia:
- Helwig Schmidt-Glintzer: Storia della Cina. Mondadori, 2005.
- Jared Diamond: Armi, acciaio e malattie. Einaudi, 2006.

martedì 4 ottobre 2011

Piovre

Le reti di potere più infestanti, pervasive, tentacolari e capillari che operano sul territorio italiano possono misurare la loro forza sulla compattezza dell'organizzazione, e quindi sulla scarsità di opportunità di fuoriuscita.
Infatti:
- sono pochissimi i pentiti di 'ndrangheta;
- abbiamo ora notizia del primo pentito di Confindustria;
- non risulta ancora nessuna informazione sull'esistenza di pentiti di Radio Maria.

giovedì 29 settembre 2011

Riflessioni lente su cose veloci



Passata la sbornia e l'entusiasmo dell'annuncio, ecco che i neutrini più lenti del mondo arrivano su questa pagina con una settimana di ritardo.
I fisici probabilmente non sono più riusciti a dormire, non sappiamo se i risultati saranno in futuro validati o saranno smentiti; può darsi che la velocità osservata sia solamente una distorsione statistica (a sua volta complicata da spiegare: una voce scettica la trovate qui); può darsi che effettivamente ci troviamo di fronte al momento storico che sconvolge la fisica.
Non sappiamo se la teoria della Relatività (che pure, assicurano i fisici, finora ha funzionato piuttosto bene) avrà bisogno di un'estensione e revisione, o se dovremo proprio buttarla nel cestino definitivamente.

Della teoria della Relatività riesco appena appena a capire i fondamenti di partenza: posto che la velocità della luce nel vuoto è un limite fisico insuperabile, ne segue che: io sono fermo sul marciapiede della stazione, con una torcia elettrica; passa un treno a 1/2 della velocità della luce (si tratta della TAV Torino - Lione, ovviamente), ed il fascio di luce emesso dalla mia torcia ferma, e quello emesso dal fanale del treno in corsa viaggeranno alla stessa velocità. Inoltre, se nel corridoio del treno una lontana cugina di Usain Bolt corre verso le carrozze di testa a 1/2 della velocità della luce, io dal marciapiede la vedrò andare a una velocità intermedia tra quella del treno e quella della luce del fanale, con 1/2 + 1/2 della velocità della luce che mi risulteranno apparire come un pò meno di 1 velocità della luce; inoltre, se la vivace fanciulla, mentre corre, lancia in avanti una pallina a 1/2 della velocità della luce, questa, a 1/2 + 1/2 + 1/2, non volerà a 3/2 della velocità della luce, ma andrà comunque un pò più piano della luce del fanale. Di qui la necessità che non siano costanti lo spazio ed il tempo tra sistemi di riferimento in movimento fra di loro. Arrivo fin qui e non mi permetto di andare oltre: se mi chiedete di studiare le trasformazioni di Lorenz, vomito.
Ma tanto basta per appassionarsi alla materia, ed intuire il valore della scoperta di qualcosa che viaggi a una velocità superiore e le sue implicazioni teoriche.
Quanto ad un neutrino, se dovessi raccontare "com'è fatto", semplicemente non lo so. Dovrebbe essere, se ho letto dalla parte giusta, un prodotto della degradazione (ma non una parte) di un bosone W, il che ha spostato la mia ignoranza solo un gradino più in là. Il bosone W l'è sciupàa, ed è venuto fuori il neutrino. Questi i miei limiti, come si vede molto prossimi.

Dunque, da dove arriva tutto l'entusiasmo che abbiamo provato ed avvertito attorno a noi in questi giorni, tra persone digiune di fisica nucleare, e che si muovono nel nostro comune mondo di quasi fermi rispetto alla velocità della luce, e da quel limite siamo talmente lontani che se io ti lancio una pallina mentre vado in bicicletta, tu sul marciapiede la ricevi alla velocità del lancio + la velocità della bicicletta, e ci sentiamo tutti molto meglio ?

Perchè tutti friggiamo dall'eccitazione per una scoperta che non tocca affatto la nostra realtà quotidiana, e potrebbe sconvolgere una teoria del tempo e dello spazio che tanto quasi nessuno capisce ?

Per la sua intrinseca importanza rivoluzionaria, evidentemente: se i risultati saranno confermati, cade una certezza che ben pochi pensavano potesse essere messa in discussione. Credo che sia il valore storico dell' "istituzione", del "dogma" che viene abbattuto, ad avere attratto tanta gente ad interessarsi, almeno per qualche giorno, a discussioni scientifiche puramente teoriche. E penso che abbia contribuito l'approccio, inusuale ma a mio avviso piuttosto sano, alla divulgazione dei risultati che ha avuto l'equipe dei ricercatori: data l'importanza del fatto osservato, esporre i dati preliminari invitando i colleghi di tutto il mondo a discutere e proporre obiezioni e critiche.
Ed è da questo che viene il piacere di vedere un pubblico vasto che si interessa e discute di scienza: l'attrattiva della materia risiede appunto nel fatto che i dogmi non esistono, e tutte le certezze possono essere rimesse in gioco di fronte a nuovi fatti, e qualsiasi teoria consolidata può essere aggiornata o del tutto abbandonata se il progredire delle conoscenze acquisite lo richiede. E la nuova teoria sarà valida e riconosciuta da tutti finchè non sarà elaborata una ulteriore teoria che meglio si accorda con i fatti osservati. Non ci sono Sacre Scritture, ma solo regole su come procedere; se un "dogma" viene abbattuto, non si lanciano anatemi o scomuniche, ma si festeggia; e l'eresia, almeno nei casi migliori, è progresso.

Mentre i fisici teorici hanno già iniziato a brancolare in cerca di cornici interpretatve, può darsi che domani ci accorgeremo che tutto il clamore di questi giorni era nato da un dispetto degli strumenti di misura o da una malignità della statistica, e ci siamo entusiasmati per nulla: ne valeva la pena ? Comunque sì. Una platea vasta ha discusso di argomenti mai toccati prima, e il minimo che può essere capitato è che qualcuno si sia appassionato ad abbia imparato qualcosa che prima non conosceva.


E infine, sentire il ministro competente ("competente" è la battuta più spassosa di tutte) che si figura di avere fatto costruire un tunnel sotterraneo lungo 730 Km, e averlo pagato quanto un kilometro di TAV, è talmente divertente che valeva già da sè il prezzo del biglietto.

martedì 27 settembre 2011

Mama Miti



Diffamata, denigrata, arrestata, picchiata, boicottata e scacciata. Ma sempre coraggiosamente in prima linea in battaglie di respiro sempre più ampio.
Domenica ci siamo persi, a 71 anni, Mama Miti (= "la mamma degli alberi"), Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace 2004.

Quando Wangari stava completando le scuole medie superiori, sul finire degli anni '50, il Kenya era ormai avviato alla decolonizzazione (l'indipendenza arrivò solo nel 1963, al termine di un processo piuttosto soft di devoluzione di poteri ed autonomie), ed il leader indipendentista Tom Mboya era in cerca di mezzi per fornire borse di studio all'estero per gli studenti migliori, al fine di formare la futura classe dirigente del Paese. Il progetto trovò finanziamenti grazie all'appoggio di un promettente e ben introdotto senatore degli Stati Uniti, di nome John F. Kennedy; Wangari Maathai fu una dei 300 ragazzi kenyani che poterono studiare nelle Università americane.

Si laureò in Biologia a Pittsburgh e, tornata in Kenya, ottenne la cattedra di zoologia e veterinaria all'Università di Nairobi, e divenne una decina di anni dopo Direttore di Dipartimento, prima donna a raggiungere incarichi di tale prestigio nel suo Paese.
Ma nel frattempo, nel 1970, Tom Mboya era stato assassinato, ed i conflitti politici fornirono un ottimo spunto al presidente Kenyatta per abolire il multipartitismo e rendere il proprio KANU (Kenya African National Union) l'unica formazione legittimata a partecipare alle elezioni.

Tra studio accademico e partecipazione ai movimenti democratici per il miglioramento della condizione femminile, Wangari si rese conto ben presto che la tutela dell'ambiente era il punto di snodo tra la salvaguardia dell'economia rurale ed il progresso civile.
Lanciò il Green Belt Movement, la cintura verde, ossia un programma di riforestazione finalizzato ad arrestare l'inaridimento e l'impoverimento del suolo nelle aree sfruttate dall'agricoltura, contrastare la desertificazione avanzante e salvaguardare le risorse idriche. Il programma prevedeva il reperimento di semi ai margini delle foreste più vicine e l'allevamento degli alberelli in vivai locali, in modo da attuare il rimboschimento con le varietà proprie del luogo, ed era messo in atto dalle comunità rurali stesse, opportunamente istruite su come eseguire le operazioni, con le donne poste in primo piano nelle attività di raccolta dei semi e cura dei vivai, da cui ottenevano un piccolo stipendio.
Il successo della cintura verde permise alle comunità agricole di non doversi più spostare dai suoli troppo impoveriti dallo sfruttamento e bruciare nuovi appezzamenti di foresta in cerca di terre fertili, fermò l'inaridimento dei terreni sfruttati, e nello stesso tempo migliorò il ruolo sociale delle donne, molte delle quali divennero "guardaboschi non diplomate".
A partire dal 1986, il Green Belt è stato esteso ad altri 15 Stati africani sullo stesso modello introdotto dalla Maathai in Kenya, e le stime parlano di trenta - quaranta milioni di alberi piantati fino ad ora.

Ma attenzione e tutela per le condizioni sociali ed ambientali delle campagne implicano scelte democratiche nella gestione dei beni comuni (vi ricorda niente ? Avevamo votato anche noi qualche referenduccio...) ed esigenza di diritti civili garantiti: gli impulsi democratici del Green Belt Movement non lasciarono indifferente il partito unico KANU.

Nel 1982 il Presidente Daniel Arap Moi, che era anche Cancelliere dell'Università, riuscì con un cavillo a far perdere il posto alla Maathai. Nel 1988 venne reintrodotta una vecchia legge coloniale che stabiliva che riunioni di più di nove persone potevano svolgersi solo con un'autorizzazione scritta del Governo.

Fu l'inizio di una escalation di scontri, colpi bassi, proteste e repressioni. Certamente, le decine di lettere di protesta che Mama Miti scrisse nel 1989 ad organizzazioni di ogni livello, nazionali ed internazionali, per la devastazione del Parco Uhuru con un complesso celebrativo della Nazione, comprendente: la sede centrale del KANU, la sede del quotidiano Kenya Times, un centro direzionale con centinaia di uffici, gallerie di negozi, centri commerciali, un auditorium, un parcheggio per 2000 automobili e, come pralina di buon gusto, una statua dello stesso Arap Moi, che trovava il tutto "architettonicamente molto bello", non rasserenarono i rapporti tra il potere e il movimento ambientalista. Fu revocata l'assegnazione della sede del Green Belt Movement e la Maathai dovette ospitare gli uffici a casa sua.
Man mano che Mama Miti raccoglieva premi e riconoscimenti a livello internazionale per la sue attività, gli attacchi personali e le diffamazioni diventavano sempre più intensi e frequenti.
Nel 1992, con l'avvicinarsi delle prime elezioni formalmente multipartitiche, ma con tutti i mezzi di informazione nelle mani del Governo (vi ricorda niente ?), tutti i principali esponenti dell'opposizione democratica vennero arrestati pretestuosamente. La Maathai fu rilasciata su cauzione, e poi riarrestata e picchiata dalla polizia durante una protesta per la liberazione degli altri prigionieri politici.

Nel 1998 il Governo del Kenya lanciò un programma di privatizzazioni di aree forestali a Karura a favore di propri sostenitori politici (vi ricorda niente ?). Oltre al Green Belt Movement si mobiltarono ambientalisti da diverse parti del mondo. Il tentativo di piantare un albero per protesta in un'area di parco destinata alla costruzione di un campo da golf innescò un copione che conosciamo piuttosto bene: sorveglianti non ben identificati, ma ben tutelati, che pestano gli ambientalisti che protestano, e successivo intervento della polizia ad arrestare i pestati. Ancora vaste proteste e scioperi in tutto il Paese (ed anche una certa pressione internazionale) finchè il Governo ritirò il piano di privatizzazione.
Piano di privatizzazioni clientelari che ripartì nel 2001 in altre zone del Kenya; nuove proteste, raccolte di firme, petizioni e Wangari potè aggiungere, nel giro di pochi mesi, due nuovi arresti alla sua collezione.
Nelle elezioni del 2002, le opposizioni democratiche finalmente unite nella Coalizione Arcobaleno riuscirono infine a battere il KANU, e Wangari Maathai fu eletta in Parlamento ottenendo, nel proprio collegio, l'inezia del 98 % di preferenze.

L' 8 ottobre 2004 ricevette una telefonata dall'ambasciatore della Norvegia a Nairobi, che la pregava di tenere la linea libera in attesa di una chiamata da Oslo. Era la prima volta che una telefonata di questo tipo domandeva se era in casa una donna africana.


"Maathai è rimasta coraggiosamente ferma contro il precedente regime oppressivo in Kenya. Le sue forme di attivismo uniche hanno contribuito a portare l'attenzione sull'oppressione politica, a livello nazionale ed internazionale. Ella è servita da ispirazione per molti nella lotta per i diritti democratici ed ha specialmente incoraggiato le donne a migliorare la propria situazione."
Comitato Nobel di Norvegia, dichiarazione di annuncio del vincitore del premio Nobel per la Pace 2004.


"Quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini… e allora non puoi più pensare solo a piantare alberi".

giovedì 8 settembre 2011

Nanotecnologie dal Mesozoico


Gli adesivi che noi umani siamo abituati ad usare sono o forti, e difficili da staccare (chiunque abbia malaccortamente fissato oggetti con nastro adesivo da pacchi applicato direttamente sulla loro superficie, ad esempio durante un trasloco, continuerà a vederne le conseguenze per tutta la vita); o facili da rimuovere, ma deboli (come i post-it). Inoltre, mentre le caratteristiche positive sono alternative, quelle negative sono cumulabili: i cerotti che non tengono non mancano di esercitare ugualmente la loro lacrimevole vendetta sui nostri peli superflui quando vengono rimossi.
Si attaccano a se stessi: dopo aver tagliato un pezzo di nastro adesivo esattamente della misura giusta, farlo accidentalmente ripiegare su di sè è una disgrazia forse non gravissima, ma sicuramente irrimediabile. I migliori nastri adesivi, inoltre, manifestano le loro preferenze per incollarsi a polvere, segatura e quant'altro possa renderli inservibili. E riattaccare un nastro adesivo una volta staccato è plausibile quanto godersi la solitudine in spiaggia la settimana di ferragosto.

Tuttavia, esiste qualcosa che da 100 milioni di anni, quando gli antenati dei nostri fabbricanti di collanti erano ancora esseri simili a ratti che conducevano una timida vita notturna frugale e molto riservata, è in grado di attaccarsi con forza a qualsiasi tipo di superficie, e staccarsene facilmente per tornare a riattaccarsi con la stessa efficienza un passo più avanti, e così via all'infinito.
Inoltre, non si appiccica accidentalmente dove non deve, e se si sporca su una superficie polverulenta, mantiene ugualmente gran parte della sua adesività, e in più si ripulisce da sè nel giro di pochi altri cicli di adesione-distacco su un substrato pulito.

A causa della semplicità quasi irridente con cui questi animali possono andarsene a spasso su pareti verticali e soffitti, il piede del geco è una struttura che ha incuriosito l'umanità da sempre, per la sua capacità di aderire solidamente a qualsiasi superficie, potendo però staccarsene con facilità sufficiente per consentire una corsa a un metro al secondo o anche più.
Il comune geco mediterraneo che vedete in alto l'ho fotografato in condizioni di tutto comodo: su carta da parati in parete verticale, fin troppo facile. Aveva preso alloggio all'interno della cupolina capovolta che copre gli attacchi dei fili del lampadario, la quale non aderisce perfettamente al soffitto. Per qualche giorno ha abitato lì dentro, e dava il meglio di sè la sera andandosene in giro per il soffitto in caccia di zanzare ed altri insetti. Poi, finito il campeggio indoor, ha deciso di tornare a vivere all'aperto.


E questi simpatici animaletti devono divertirsi un mondo a guardare noi terricoli sottosopra, perchè sembra che abbiano sdegnosamente rifiutato sostanziali cambiamenti evolutivi da 100 milioni di anni, epoca alla quale risale il fossile più antico, ritrovato in Myanmar e molto simile alle specie attuali. Sopravvissuta alla grande estinzione di massa che ha spazzato via oltre il 90 % delle specie viventi 65 milioni di anni fa, compresa la gran parte dei rettili allora dominanti, la famiglia dei Geconidi oggi comprende circa 2000 specie distribuite nei climi caldi in tutto il mondo. A differenza di quasi tutti gli altri rettili, sono prevalentemente di abitudini notturne.

Negli ultimi due secoli si sono discusse e avvicendate un pò tutte le ipotesi possibili per spiegare questa straordinaria capacità di arrampicarsi sugli specchi in senso letterale: produzione di sostanze collose, funzionamento delle dita come ventose, tensione superficiale dell'acqua, elettricità statica, forze capillari, forze di Van der Waals, ed altro ancora.
Haas, nel 1900, fu il primo ad osservare che l'adesione delle dita del geco era dipendente dal carico, e si manifestava per una sola direzione di forza applicata: lungo l'asse del dito, prossimalmente (cioè dalla periferia verso il centro del corpo), ma questo ancora non bastava a discriminare fra i diversi possibili meccanismi.
A partire dagli anni '70 quasi tutte le ipotesi sono state smentite man mano che nuove osservazioni si accumulavano. Oggi sappiamo che le lamelle parallele che i gechi possiedono sotto le dita alloggiano fitte file di sottilissimi filamenti, chiamati setae, lunghi circa 0,1 mm (il che fa naufragare l'dea della ventosa, che non potrebbe certo funzionare con tutti quei peli in mezzo), e sottili 4-5 micron (per dare un'idea: un capello è spesso 50-80 micron), che si ramificano verso l'estremità, e terminano in una ulteriore ramificazione arborescente e sottilissima, di forma più o meno triangolare, chiamata spatola. Le sete sono di cheratina, la proteina della pelle di cui sono fatti anche capelli ed unghie (e, nel caso dei rettili, squame): niente di particolarmente sofisticato. Il trucco sta nel numero: siamo nell'ordine delle decine di migliaia per millimetro quadrato; 1-2 milioni di sete per piede.
Nella figura in bianco e nero, in C si vedono le fitte file di sete, con le spatole che appaiono come palette piatte; in D la singola seta, con la spatola che risulta essere in realtà una fitta ramificazione terminale. Quando il piede è sollevato e scarico, i filamenti in D sono orientati approssimativamente così rispetto ad una superficie di appoggio corrispondente al bordo sinistro della figura (la figura F non c'entra nulla: rappresenta un primo tentativo, da parte di chimici frustrati, di produzione sintetica di un adesivo geco-simile, con risultati, a quanto si dice, così così).


Al geco basta appoggiare il piede per schiacciare le sete sulla superficie, e poi tirare leggermente verso di sè: in questo modo mette in tensione le sete ed allinea le spatole tutte nella stessa direzione, strisciandole sulla superficie di appoggio: i milioni di filamenti sottilissimi sviluppano un attrito enorme.
Ma non è solo frizione la forza che sostiene l'animale nelle sue passeggiate capovolte, c'è una vera e propria adesione.
Una volta escluso che la tensione superficiale dell'acqua abbia un ruolo (l'efficacia delle sete è indipendente sia dall'umidità ambientale sia dalla natura idrofila o idrofoba della superficie), di tutte le ipotesi discusse, quella che rimane in piedi oggi è quella delle forze di Van Der Waals come base fisica dell'adesione. Si tratta di forze di attrazione molto deboli, più o meno indipendenti dalle caratteristiche chimiche delle molecole ma uniformi per tutta la loro lunghezza, che diventano quindi rilevanti solo per molecole di grandi dimensioni con una geometria sufficientemente regolare da permettere un appaiamento stretto per una lunghezza sufficientemente estesa (1). Quindi, anche la banale cheratina, opportunamente distesa e stirata, può esercitare l'inconsueto ruolo di collante.

E poichè la forza di attrazione è unitariamente debole, e dipende dalla geometria più che dalla chimica, ecco che anche il distacco diventa facilissimo: al geco basta spostare il piede distalmente (cioè allontanarlo da sè) per alterare l'allineamento delle sete e sollevarlo senza fatica: una volta che le sete formano un angolo di 30° con il substrato, anche le sottili ramificazioni delle spatole perdono contatto. Tutta la fase di distacco del piede dalla superficie di appoggio richiede circa 15 millisecondi.
E si può spiegare anche come polvere e sporco, tendendo probabilmente a "rotolare" e a perdere facilmente la posizione di appaiamento, abbiano poca tendenza a rimanere attaccati alle spatole, e vengano facilmente persi, lasciando il piede sempre pulito.

Di potenziale adesivo ce n'è largamente in avanzo, dato che, in funzione della rugosità delle superfici, non tutte le sete potranno essere disposte in modo corretto ad ogni appoggio del piede; ma se 6-7 milioni di sete (un numero normalissimo per un geco tokay, la specie più studiata) riuscissero tutte ad orientarsi in modo ottimale, i quattro piedi del geco potrebbero sostenere oltre 130 Kg (!) su una parete verticale.

L'ultimo aggiornamento alle conoscenze su questi rettili autoadesivi è stato pubblicato un paio di settimane fa: si è scoperto che i gechi lasciano in realtà delle tenuissime impronte; ed i chimici, che sono ormai in grado di analizzare quantità incredibilmente piccole di qualsiasi cosa, hanno trovato che si tratta di residui di fosfolipidi, cioè di sostanze grasse. E' molto poco plausibile che la loro tensione superficiale possa esercitare un ruolo nell'adesione, dato che è molto più bassa di quella dell'acqua; trattandosi di molecole lunghe e con tendenza a disporsi allineate, è invece molto probabile che esaltino il ruolo delle forze di Van Der Waals.

La beffa per i nostri adesivologi umani è che le forze di Van Der Waals sono alla base anche di tutti i collanti sensibili alla pressione, quali appunto scotch, cerotti, nastri adesivi, ecc: si tratta di polimeri viscosi le cui lunghe molecole vengono schiacciate sulla superficie di destinazione con una leggera pressione. Ma lo fanno disponendosi a caso in tutte le direzioni: quello che ai nostri inventori è mancato e i rettili hanno avuto in dono dall'evoluzione è stata l'idea della "colla anisotropa", che cioè funziona sotto tensione in una direzione specifica. Ed è questo che, nonostante la grande efficienza dell'adesione, rende facile il distacco esercitando una forza molto piccola nella direzione contraria.
Ed è sempre da questo elementare segreto che derivano anche gli altri vantaggi collaterali: l'adesivissimo piede del geco non è affatto adesivo a riposo, e lo diventa solo quando viene appoggiato e tirato su qualcosa; difficilmente può quindi attaccarsi accidentalmente in modo indesiderato; ed inoltre non si attacca a se stesso; se il geco avesse apprezzato questo post, potrebbe benissimo applaudirlo senza alcun rischio di rimanere con le manine attaccate.

(1): Kellar Autumn and Nick Gravish
Gecko adhesion: evolutionary nanotechnology
Philosophical Transactions of The Royal Society A, 2008, vol. 366, pag. 1575-1590.