sabato 2 giugno 2018

Festa della Monarchia

Sarà stata la Festa della Repubblica, saranno state le istruttive note biografiche dei nuovi Ministri freschi di nomina, saranno state le aspettative sconnesse e sconclusionate dei tanti elettori entusiasti, fatto sta che sono caduto in una specie di trance e, come in sogno, ho avuto la Rivelazione dal Nostro Signore e Creatore di tutte le cose, il Prodigioso Mostro di Spaghetti Volante, che mi ha mostrato le imminenti Riforme Istituzionali che il Governo del Cambiamento si appresta a varare per modernizzare il Paese.
Siccome la Rivelazione ve l'ho raccontata con tutti i crismi e i misteri che si rispettino, e non potete dimostrare che sia falsa, siete tenuti a prenderla per vera come tutte le altre.

- Forma istituzionale: al fine di sottolineare le radici cristiane del Paese (mozione Lega) e di semplificare il quadro istituzionale e ridurre i costi e il numero dei politici (mozione 5Stelle), una nuova figura, moderna e al passo con i tempi, dotata di potere sia spirituale che temporale, accorperà su di sè i compiti di guida religiosa e di guida politica, rappresentando al tempo stesso i più alti livelli del Potere Legislativo, Giudiziario ed Esecutivo: il Papa Re. Del resto la separazione dei poteri è roba della vecchia politica, ormai superata.

- Il Papa Re è monarca assoluto ed autocratico, ricopre il suo incarico a vita, secondo le consolidate tradizioni nazionali (mozione Lega) e, al fine di garantire la massima trasparenza e ricambio del personale politico, non potrà essere riconfermato per più di due mandati (mozione 5Stelle). Ad ogni morte di papa, il nuovo Papa Re viene eletto mediante le conclavarie sulla piattaforma Rousseau (mozione 5Stelle). Hanno diritto di voto tutti i cardinali, vescovi e prelati di ogni ordine e grado, a condizione di avere almeno un antenato aderente alla Repubblica di Salò (mozione Di Maio - Di Battista). Questo per evidenziare che la Monarchia non rappresenta un ritorno al passato, ma una modernizzazione e un elemento di progresso che affonda le sue radici pure nelle tradizioni Repubblichine, pardon, Repubblicane, pur se ormai superate.

- Federalismo: Per assicurare la massima agilità e modernità amministrativa, si dà ampia autonomia alle istituzioni locali, che saranno organizzate a livelli gerarchicamente inclusivi, e rette da Vassalli, Valvassori e Valvassini (mozione Lega), nominati direttamente dal Papa Re.

- Uscita dall'Euro (mozione unanime): Ciascun Ente amministrativo, fino al livello di Valvassini o anche di Comuni, potrà battere propria moneta, e volendo anche più di una. Poi per i cambi ci si arrangia a livello locale con apposite trattative, da condurre mediante clave e mazze ferrate.

- Diritti civili: aboliti, inutile fare l'elenco. Pensatene uno: ecco, è abolito (mozione Lega). Ci si attiene alle radici cristiane di cui sopra (mozione Lega). La non osservanza dei precetti religiosi (cristiani cattolici, ovviamente) è penalmente punita. Praticare altre religioni non se ne parla proprio (mozione Lega). Se sei straniero si dà per scontato che pratichi qualche altra religione e sei punito comunque (mozione Lega).
Ma in questo quadro di grande innovazione e modernizzazione non si può non tenere conto dell'annoso problema del sovraffollamento delle carceri. Quindi tutti questi nuovi reati di eresia, istituiti al fine di arginare il diffondersi dei fondamentalismi, saranno puniti adottando i più moderni concetti relativi alle pene alternative al carcere, per esempio il rogo (mozione 5Stelle).

Come si vede si tratta di innovazioni di una modernità dirompente, che non potranno che spaventare la vecchia politica.
Indubitabilmente.

domenica 22 aprile 2018

22 aprile - Giornata della Terra

Il 22 aprile è la Giornata della Terra. Celebrarla è una gran bella cosa, ma poiché un pò di pensiero scientifico, checché ne dicano alcuni, rende la nostra esistenza più consapevole e più ricca, celebrarla avendo davanti qualche dato quantitativo probabilmente ha più significato.
Da questo semplice articolino divulgativo ho estratto i due grafici qui sotto, che visualizzato il peso, in termini di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, di alcune delle nostre scelte quotidiane.


Ma partiamo dal dato di base: come media dei 10 Paesi maggiori produttori di gas serra, siamo a 17,6 tonnellate di CO2 pro capite / anno. La media europea è leggermente più bassa, e i peggiori in assoluto per CO2 pro capite sono Stati Uniti e Australia (sui consumatori australiani grava il grande dispendio di energia per i trasporti nel commercio estero), mentre il Paese in assoluto più climalterante, la Cina, come quota per abitante è su valori abbastanza dignitosi. Ma sappiate che si potrebbe considerare "sano", per la salvaguardia del clima, uno stile di vita intorno a 5 tonnellate di CO2 pro capite / anno. Cioè, dovremmo cercare di consumare meno di un terzo di quanto consumiamo oggi.

Nel primo grafico vedete l'impatto positivo di alcune scelte alla nostra portata nella vita di tutti i giorni: in ordine crescente di efficacia: usare lampadine a fluorescenza; asciugare il bucato all'aria anziché con asciugatrice elettrica; riciclaggio dei rifiuti; lavare i panni a bassa temperatura; dieta a base vegetale; scegliere un fornitore di energia che attinga a fonti rinnovabili (l'effetto nel grafico suppongo sia quello limitato dalla disponibilità attuale rispetto ai consumi attuali, altrimenti una differenza così esigua non si spiegherebbe); evitare un viaggio aereo intercontinentale; non usare l'automobile; e infine la combinazione di tutte queste azioni di ordinaria condotta individuale consapevole. Già queste poche semplici scelte, da sole, possono permettere anche a noi grandi inquinatori di arrivare vicini a uno stile di vita da 10 tonnellate/anno, che non è l'ottimale, ma sarebbe già più accettabile.
Manca qui una voce a cui io tengo molto, ma riconosco che, per la sua vaghezza e genericità, non permetterebbe una stima quantitativa ragionevole del suo impatto. Tale voce è: "evitare di comprare cazzate inutili", evitando di conseguenza di sollecitare il consumo di risorse per la fabbricazione di ulteriori cazzate inutili.

Nel secondo grafico vedete il confronto tra l'insieme di tutte queste scelte quotidiane di sano comportamento, con una scelta un pò meno quotidiana: fare un figlio in meno. Non si tratta di un truffaldino cambio di unità di misura: le 58,6 tonnellate di CO2 in meno sono, anche in questo caso, stimate per anno. Però un pò di trucco c'è: è una media che attribuisce alla scelta di fare un figlio anche i consumi delle generazioni successive per centinaia di anni, in quote decrescenti in base al rapporto di parentela (e ovviamente sempre per paesi forti consumatori).
La stima, secondo me più appropriata, di Mike Berners-Lee [1] è che una singola persona, nella sua vita, costi al pianeta 373 tonnellate di CO2 equivalenti (media mondiale, computata tanto su statunitensi quanto su eritrei): se il pargolo sarà molto consapevole e attento alle problematiche ambientali, potrà arrivare all'encomiabile valore di 100 tonnellate; se sarà uno scriteriato che se ne frega e consuma a tutto spiano, può tranquillamente sforare le 2000 tonnellate (25 t/anno x 80 anni, diciamo). Aggiungendo i consumi della ulteriore progenie, ecco che si arriva facilmente a quella stima meno parsimoniosa di 58,6 tonnellate / anno.

Sempre secondo il "prudente" Berners-Lee: Volete fare qualcosa di peggio che generare un figliolo per aggravare l'effetto serra ? Appiccate il fuoco ad un bosco. Tanto per darvi un'idea del tipo di danno.

Ora, per precisione e correttezza, poiché l'impatto di una persona in termini di emissioni di CO2, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tende a diminuire con l'età, aggiungo che evidenziare il danno ambientale causato dal fare un figlio non può in alcun modo essere interpretato come un incoraggiamento ad ammazzare quelli che avete già. Una volta che il pargolo è un pò cresciuto, gran parte del danno, in termini di riscaldamento globale, ormai è stato già fatto. Quindi tenetevelo e semmai educatelo a pensare in termini scientifici e ad avere consapevolezza dei problemi ambientali.

[1] Mike Berners-Lee - La tua impronta - Terre di mezzo, 2013

sabato 31 marzo 2018

Le vie della nomenclatura sono finite

"Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. L'uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui."
[Genesi 2:19-20]


La nomenclatura biologica segue il sistema binomiale introdotto nella decima edizione del suo Systema naturae da Carl von Linnè (italianizzato, secondo l'uso del tempo, in Carlo Linneo) nel 1758. Ogni specie è identificata da due nomi, in latino, che era la lingua universale per gli scienziati dell'epoca: Il primo, il nome generico, è quello del raggruppamento di specie più strettamente affini fra loro (Linneo credeva di classificare la creazione di Dio e non aveva idea di legami di parentela e discendenza da antenati comuni tra le specie), è un sostantivo e si scrive sempre con l'iniziale maiuscola; il secondo, il nome specifico, si scrive sempre minuscolo ed è di norma o un aggettivo o un sostantivo di solito declinato al genitivo, in riferimento al primo descrittore della specie o altri personaggi di rilievo, oppure alla collocazione ecologica, o ad altre caratteristiche della specie. Esempi: Eudorcas thomsonii (gazzella di Thomson), Sarcoptes scabiei (acaro della scabbia); Dendropsophus ozzyi si chiama così non perché il cantante Ozzy Osbourne si sia mai occupato di tassonomia degli anfibi, ma perché si tratta di una rana che gracida con voce potente e acuta (e forse poco melodiosa).
Va da sè che tutte le specie appartenenti allo stesso genere avranno lo stesso nome generico e differiranno per il nome specifico: Helianthus annuus (girasole), Helianthus tuberosus (topinambur). Se nel discorso il genere è già stato nominato e non esiste possibilità di equivoco, si può abbreviare il nome generico alla sola iniziale puntata, ma non si può mai abbreviare il nome specifico: potrei quindi ora parlare di H. tuberosus, mentre Helianthus t. sarebbe invece un erroraccio sanzionabile con matitona blu grossa grossa infilata vi spiego poi dove. I nomi latini delle specie vanno infine scritti in corsivo o, almeno, sottolineati.

Joachim Neumann fu un musicista tedesco della seconda metà del Seicento. Se la sua fama è oggi piuttosto nebulosa, egli fu un'autentica celebrità per i suoi contemporanei, che apprezzarono enormemente i suoi inni sacri destinati alla liturgia protestante e calvinista (forse non avrebbe duettato volentieri con il citato Ozzy, diciamo). Neumann era di Brema, ma trascorse l'ultima parte della sua vita a Dusseldorf, dove aveva ottenuto un prestigioso incarico di insegnamento.
Dusseldorf, la sua città di adozione, ha significato letterale di "porta del Dussel"; e che cosa sarà mai dunque questo Dussel ? E' un fiumiciattolo, affluente di destra del Reno, che si tuffa nel grande fiume appunto nel luogo in cui sorge la città. Joachim Neumann adorava passeggiare lungo la valle del Dussel, dove traeva dall'osservazione della natura ispirazione per le sue composizioni. E tale era la passione del musicista per quella vallata, e tanta era la sua fama, che dopo la sua morte si decise di intitolare a suo nome l'intera valle. Oggi siamo abituati a cantanti che adottano nomi d'arte, e io ho il sospetto che più scarso sia il talento, più volentieri ci si presenti al pubblico sotto falso nome, ma forse è solo la mia incurabile cattiveria a farmelo pensare. Meno ovvio ci potrebbe sembrare l'uso di nomi d'arte nel XVII secolo; ma in un clima culturale dominato non tanto dal movimento artistico del neoclassicismo, ma da una vera psicopatologia ossessiva per l'estetica neoclassica, capace di produrre capolavori quali "L'incoronazione di Poppea" di Monteverdi, immortali (nel senso della durata dell'opera) e indimenticabili (nel senso che rimanere chiusi in un teatro ad ascoltare per sei ore le nenie del "recitar cantando" dev'essere un'esperienza che segna per la vita), il non rifarsi ad ascendenze e canoni della romanità o, meglio ancora, dell'ellenismo, avrebbe reso dozzinale qualsiasi realizzazione artistica, per quanto ambiziosa; Neumann non firmava dunque le sue composizioni con il suo vero cognome ma, seguendo l'uso introdotto già da suo nonno, a sua volta musicista, ne presentava una versione grecizzata. La forma greca scelta dai Neumann non fu affatto banale: l'"uomo nuovo" del cognome non venne interpretato in senso "antropo-generico", ma "andro-specifico": il Neumann tedesco diventava in greco "nuova persona di sesso maschile", cioè Neander. Scelta in qualche modo anticipatrice della formula egualitaria del secolo successivo "gli uomini sono tutti uguali", che nella sua formulazione originaria nascondeva un non detto, taciuto non si sa se per vergognoso pudore o perché dato per scontato: "gli uomini sono tutti uguali, e le donne un paio di gradini più sotto". Ancora i razzisti della fine dell'Ottocento si impegnavano in accuratissime discussioni per dirimere la questione se le donne valessero qualche cosa di più o qualche cosa di meno rispetto ai negri. Fuori concorso evidentemente le donne negre.
Fatto sta che il celebre artista Neumann/uomo-nel-senso-di-maschio nuovo/Neander ebbe ribattezzata in suo onore la valle del fiume Dussel, chiamata pertanto Neanderthal. E fu proprio lì, in una cava molto più a monte di dove presumibilmente Neumann/Neander andava a passeggiare, che la "valle dell'uomo nuovo" vide emergere alla luce, nel 1856, il primo scheletro fossile di un uomo vecchio.
Tre anni prima della pubblicazione dell'Origine delle Specie di Charles Darwin solo poche minoranze erano culturalmente predisposte alla possibilità di specie umane diverse dalla nostra, e quello scheletro così indiscutibilmente umano, ma con ossa così insolitamente robuste e massicce e quel cranio basso, dalla fronte sfuggente e tanto elongato verso l'indietro era un rebus. Tutte le ipotesi seguenti furono proposte con piena serietà: poteva essere lo scheletro di un rachitico (ossa troppo grosse); oppure lo scheletro di un cretino (fronte troppo bassa); oppure, se non era un cretino, forse era un polacco (i tedeschi, su certe cose, sono alquanto inguaribili); o infine, poteva essere uno che soffriva di dolorosissime emicranie, e a forza di massaggiarsi continuamente la fronte aveva deformato il cranio in quella maniera. Non c'erano ancora metodi affidabili per risalire a una datazione, e si poteva solo intuire che fosse uno scheletro antico, molto antico. Forse addirittura di cinquant'anni prima, un cavaliere che aveva inseguito fin sul Reno le armate napoleoniche in precipitosa ritirata dalla Russia (di qui l'ipotesi del polacco). Oggi sappiamo che quell'anzianità si può moltiplicare per circa mille, ma già intorno al 1860 si era stabilito che si trattava di una specie umana arcaica ed era stato attribuito ad essa il nome di Homo neanderthalensis.
Immagino benissimo che i conoscitori del tedesco saranno già insorti in coro, fin da molte righe più sopra, per farci notare, giustamente, che la parola tedesca per "valle" si scrive "tal" e non "thal". E' infatti vero, ma è diventato vero solo con la riforma di modernizzazione della lingua tedesca del 1904. Il nome biologico alla specie era già stato assegnato quarant'anni prima, e una volta attribuito non si può certamente modificare inseguendo gli aggiornamenti linguistici relativi alle sue origini. Quindi la valle del Dussel ove un tempo Joachim Neumann passeggiava si chiama oggi Neandertal, ma se usate la nomenclatura biologica binomiale appropriata, dovete scrivere Homo neanderthalensis; tuttavia se usate il nome comune in linguaggio discorsivo, potete scrivere uomo di neandertal o di neanderthal a vostro piacimento.
Sì, la nomenclatura a volte è tortuosa.

giovedì 22 febbraio 2018

Ti strappo il PIL


Gli entusiasmi dilagano quando il Prodotto Interno Lordo aumenta di un punto percentuale; anzi, in tempi di sana contrazione dei consumi e degli sprechi, si è disposti a farsi ingolosire anche di un aumento di mezzo punto, ma che dico: anche per uno 0,1 % in più di PIL la felicità di nazioni e rispettivi governanti sembra balzare al settimo cielo.
Ci hanno sempre raccontato che il PIL è quell'indicatore che racconta quanta ricchezza è stata prodotta in una data area, tipicamente in una nazione, in un anno. Facile. La gente consuma di più, le industrie producono di più, si lavora di più e tutti guadagnano di più. Ma quant'è bello.
Basta produrre di più per consumare di più, qualsiasi cosa, non ha importanza che tipo di merce o servizio, è sufficiente fabbricare, fornire e vendere: foulard o pannelli solari, automobili o ciabatte. L'utilità non è rilevante.
Per produrre più merci si consumerà più energia, e produttori e fornitori di energia venderanno e guadagneranno di più; poi c'è tutta la filiera dalla produzione alla distribuzione alla vendita, e nei casi migliori tutta un'ulteriore cornucopia di servizi post-vendita. E infine, lo smaltimento dei rifiuti: se si consuma di più, si produce più spazzatura, e anche le aziende di smaltimento lavoreranno di più e saranno remunerate di conseguenza. E va da sé che più si spreca e meglio è, se acquistiamo anche qualcosa in eccesso oltre a quello che ci apparirebbe tanto necessario come quell'indispensabile crema con l'acqua micellare (che tradotto è: acqua con sapone), e ne prendiamo due vasetti di troppo, è tutta ricchezza che viene prodotta e il PIL gongola.
D'altronde, se spreco energia per fabbricare inutili futilità, il PIL mi sgrida forse ? No, anzi, vieppiù rimpingua per la gioia di grandi e piccini. E se soffoco il mio e l'altrui habitat con i miei rifiuti ? Idem.
Ecco allora il business del futuro, quello che ci regalerà un cortocircuito di felicità assoluta e benessere generalizzato (che è poi quello che stiamo realizzando attualmente, solo un pò mimetizzato: esplicitiamo, dunque).
Mettiamoci a fabbricare spazzatura. Facile ed essenziale. Attenzione, non la spazzatura che spontaneamente e già esageratamente risulta dalle nostre attività quotidiane, ahimè anonima. No no, spazzatura costruita apposta, con congruo consumo di materie prime ed energia, da vere fabbriche di spazzatura, con tanto di logo e marchio anti-contraffazione, che la proprietà intellettuale sia ben tutelata. Spazzatura da distribuire, vendere a grossisti e poi ad esercenti, che la rifileranno al dettaglio ai consumatori finali, cioè noi, che la acquisteremo e la conferiremo correttamente, possibilmente alla raccolta differenziata. Ma sai che botto di PIL con un commercio così ?
Mi pare di sentire le vostre obiezioni: ma nessuno può essere interessato ad acquistare rifiuti, è una produzione che mai incontrerà il favore dei consumatori, e via magari con la solita favoletta che il libero mercato è una sorta di entità autoregolante che finirebbe inevitabilmente con l'escludere dal commercio un prodotto di cui non si sente il bisogno.
E bravi furbini: perché, dell'acqua micellare ne avete bisogno ? E la camiciola firmata dal bravo stilista vi è così necessaria ? Il bisogno si crea. Il capitalismo sarebbe morto e sepolto senza bisogni immaginari e inesistenti.
Ma non li vedete già, come li vedo io, stilisti e grandi firme della spazzatura spuntare ovunque come funghi ? Chi non desidererebbe mettere fuori dalla porta un bel saccone di indifferenziato griffato, ben esposto all'invidia dei vicini ? E quanti giochi ad eliminazione con grandi chef accigliati a giudicare composizioni di gambi di carciofo e ossi di pollo per il sacchetto dell'umido ? Chi non si adeguerebbe alla moda dilagante di cui tutti parlano ? File di pecoroni in coda davanti ai negozi specializzati il giorno dell'uscita del nuovo prodotto, ampiamente reclamizzato e immancabilmente innovativo, da conferire in "plastica e lattine", ecco il futuro del mercato che farà volare il nostro PIL.
D'altra parte, pensateci: la moda viene considerata il fiore all'occhiello delle produzioni del cosiddetto "Made in Italy". E fabbricare abiti conformi alla moda del momento, concepiti solo per essere gettati via tra breve tempo, quando la moda sarà cambiata, non è concettualmente diverso dal fabbricare spazzatura.

sabato 27 gennaio 2018

Il tirannosauro nel corridoio


Oggi come dopo la Grande Guerra, squadracce fasciste si esibiscono sfacciatamente in intimidazioni a gruppi socialmente attivi e a giornali, e sono in tutto uguali a quelle di un secolo fa, con il solo costrutto fondativo dell'uso della forza contro la ragione.
In un'epoca nella quale gli stati nazionali non hanno più alcuna ragione di essere (se mai l'hanno avuta), in cui l'interesse nazionale è soltanto di ostacolo alla soluzione di problemi inevitabilmente di portata mondiale, assistiamo ad assurde espressioni di nazionalismo, tanto più becere quanto anacronistiche.
Uno degli esiti nefasti dei nazionalismi è la categorizzazione degli "altri", dei non omologati, da poter contrapporre ad un "noi" che altrimenti, se non per contrasto, non sarebbe definibile. Tale classificazione delle persone pretenderebbe di predire caratteri e comportamenti individuali in base alle categorie di appartenenza, in modo del tutto arbitrario.
La categorizzazione è funzionale all'esclusione, alla privazione di riconoscimento e di cittadinanza alle categorie più marginali, facili da additare come corpo estraneo infiltrato in quelle stesse ormai inutili entità nazionali, forse ostile, comunque causa di tutti i mali della società. Serve ad additare un nemico qualsiasi purchè marchiabile come tale.
In poche parole, si tratta della ricerca ossessiva di pretesti per punire gruppi di persone per quello che SONO, e non per quello che (eventualmente) FANNO.
Ogni istanza sociale viene semplificata e risolta aizzando i penultimi della società all'odio contro gli ultimi, come se questi fossero la causa delle disuguaglianze: che a nessuno venga in mente di toccare i privilegi e i privilegiati, che hanno così assicurata la perpetuazione.
Anzi, l' 1% che acquisisce l' 80% della ricchezza prodotta, si raffigura come una divinità generosa e munifica da ossequiare, che può, in cambio della rinuncia a dignità e diritti, opportune genuflessioni ed eventualmente sacrifici umani, concedere a sua discrezione i passaggi dalla casta degli ultimi a quella dei penultimi e, per i soggetti di provata fedeltà, persino a quella dei terzultimi.
Un uomo politico meschino candidato a un'importante carica istituzionale fa appello alla "difesa della razza bianca" e, nonostante la palese imbecillità dell'affermazione, non solo non si ritira dalla corsa elettorale ma, addirittura, vede migliorare la sua posizione nei sondaggi di opinione.

Ecco, se oggi non avessimo questo tirannosauro nel corridoio che ci sforziamo di non vedere, se tutti i fascismi del mondo non stessero spudoratamente rialzando la testa facendo leva proprio sulla rimozione della storia e sulla banalizzazione e lo svilimento del passato, se la strada che porta ai campi di sterminio non la stessimo ripercorrendo proprio ora, passo per passo, prepotenza per prepotenza e falsità per falsità, allora la giornata della memoria sarebbe una commemorazione ordinaria.
Oggi, giornata della memoria, non è una giornata ordinaria perchè la memoria, adesso, qui, oggi, ci occorre tutta.

venerdì 19 gennaio 2018

La conchiglia che resistette a Braccio di Ferro


Anche la scienza ha una sua aneddotica condita di elementi leggendari: storie di scoperte o di errori che si raccontano e si tramandano, di cui pochi (se non nessuno) sanno più quanto ci sia di autentico e quanto di romanzesco. Senza scomodare la quasi-anti-epica della mela di Newton o della tinozza da bagno di Archimede, un racconto ben più plausibile e modesto, ma della cui autenticità non si hanno (o io ignoro) riscontri, colloca nel decennio 1890-1900, quando i progressi tecnologici nella chimica analitica permisero tutto un fiorire di studi sulla composizione degli alimenti, uno svarione pubblicato in un articolo statunitense, che mostrava in una tabella, alla riga "Iron" e sotto la colonna "Spinach" un esorbitante valore di 30,0 mg / 100 g a causa di un errato posizionamento della virgola. Una postilla forse ancor più apocrifa aggiunge che del misfatto l'autore della pubblicazione incolpò la segretaria che aveva battuto a macchina il manoscritto, facendo scivolare la storia nel filone letterario ben più affollato delle immancabili e generalizzate colpevolezze delle segretarie.
Il dato fu definitivamente corretto e l'errore smentito solo negli anni trenta, riportando gli spinaci a un rispettabile, ma tutt'altro che eccezionale, contenuto in ferro di 3,00 mg / 100 g di peso fresco (parte dei quali milligrammi peraltro se la danno a gambe con la cottura). Ma ormai, dal 1933, erano apparsi i cartoni animati di Braccio di Ferro, e il luogo comune degli spinaci ricchi di ferro aveva solidamente preso piede. Come sempre, la diffusione di una notizia falsa è molto più rapida della sua correzione.
Vera o romanzata che sia questa vicenda, gli effetti concreti che essa ha avuto sulla nostra infanzia si sono materializzati in abbondanti porzioni di spinaci lessati che sapevano di niente, fattici ingurgitare di malavoglia nella vana illusione di fornirci ferro in abbondanza. Scoprimmo solo più tardi che era tutta una balla e che la nostra gioventù avrebbe potuto meritare contorni più sinceri.


Chi, a differenza di noi ingenui e futili primati, non avrebbe potuto lasciarsi trarre in inganno da simili false credenze, è un solido e pratico mollusco bivalve. Non c'è illusione né vana speranza che tenga sulla quantità di ferro assunto: tutto risulta, nitido e chiaro, dall'autobiografia scritta in bande di accrescimento sulla conchiglia: ogni fluttuazione nelle concentrazioni di calcio, ferro, magnesio, manganese, ecc. nei tempi e nei luoghi dello sviluppo di ogni individuo lascia la sua traccia, a differenza degli insipienti e ingannevoli spinaci che tendono un pò a sfumare nella nostra memoria.

martedì 28 novembre 2017

Gouldiana: Il pollice del panda nella tecnologia

Qualche settimana fa mi è capitato di citare, in conviviale conversazione, un vecchio e memorabile saggio di Stephen Jay Gould. L'episodio mi ha invogliato a tornare a rileggerlo, e non ho potuto resistere alla tentazione di scriverne un breve sunto dei passaggi essenziali.

Da quando, oltre un secolo e mezzo fa, l'umanità ha raggiunto la conoscenza del fatto dell'evoluzione biologica, si è dovuta mettere faccia a faccia con una serie di verità sgradevoli (che rendono tale fatto tuttora inaccettabile per alcuni gruppi di svalvolati particolarmente ostinati): siamo il frutto di un percorso storico tortuoso e complesso e non del lungimirante disegno di un'entità superiore; non rappresentiamo l'esito ultimo e privilegiato dello svolgimento di una progressione predeterminata e ineluttabile verso la perfezione; non siamo l'apice di una scala lineare di progresso, ma semplicemente un ramo laterale qualsiasi di un fittissimo cespuglio di genealogie; né noi, né la natura che ci circonda siamo mai stati progettati da alcuno, e non siamo affatto costruiti in modo ottimale: siamo il risultato di adattamenti successivi di strutture ereditate da antenati che avevano vite diverse. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, e anche ciò che ci sembra armonico e perfetto, è solo il prodotto contingente di una storia che avrebbe potuto benissimo svolgersi diversamente.
Perché mai indossiamo le scarpe ? Cosa ce ne facciamo di piedi così inutilmente sensibili per camminare sul terreno ? Non potremmo convenientemente disporre di cuscinetti o zoccoli come tanti altri animali che come noi corrono per terra, e lo fanno anche più efficacemente e velocemente ? Una storia di antenati che si arrampicavano sugli alberi ci ha regalato piedi che un tempo erano anche prensili, e sono tuttora troppo sensibili per l'uso che ne facciamo, e ci induce a proteggerli con calzature per muoverci con più agio al suolo.
Stephen Jay Gould chiama questo principio dell'imperfezione "principio del panda", in omaggio al suo esempio preferito, il falso pollice del panda: il simpatico e iconico panda gigante è un orso convertitosi a una dieta a base di bambù; il suo vero pollice anatomico fu destinato dalla storia dei suoi antenati carnivori ai movimenti limitati utili ad artigliare prede, ed è parallelo alle altre quattro dita. La nuova dieta erbivora richiede al panda maggiori capacità di manipolazione, per raccogliere e arrotolare a mò di sigaro i germogli di cui si ciba; ma non si può riprogettare all'improvviso un pollice ormai irreversibilmente da orso, e il panda ha sviluppato un surrogato rimediato alla bell'e meglio: un sesamoide radiale (un osso del polso) particolarmente ingrossato e sporgente, che funziona quasi come un pollice, pressoché rigido, non proprio opponibile: è una soluzione raffazzonata, ma funziona.

Immagine: http://pauldilleinsiam.blogspot.it

In conclusione, non sono le strutture ottimali, gli adattamenti perfetti, ma i rattoppi, gli aggiustamenti, le soluzioni approssimative, i tanti "pollici del panda" che la natura ci mette sotto gli occhi, a contenere i cartelli indicatori della storia.
Ma il "principio del panda" sottende forse qualche regola universale applicabile ai sistemi storici in generale ?
Ad esempio, oltre che all'evoluzione biologica, il principio del panda potrebbe essere applicato all'evoluzione culturale e tecnologica ? A prima vista, dovremmo dire di no, per una serie di buoni motivi: non solo le innovazioni culturali non si propagano solo per via ereditaria, ma si diffondono nelle popolazioni anche trasversalmente, mediante l'apprendimento (e quindi a una velocità enormemente maggiore); ma, soprattutto, cultura e tecnologia sono libere di produrre strutture completamente nuove, senza rimanere vincolate a quanto ereditato da predecessori esistiti in contesti diversi: le automobili hanno rimpiazzato d'un tratto le carrozze a cavalli, e la posta elettronica soppianta lettere e francobolli. L'evoluzione biologica, procedendo per via esclusivamente ereditaria, non può che produrre divergenze successive e progressive tra i diversi gruppi; al contrario, uno dei motori principali dell'evoluzione culturale è la trasmissione e lo scambio trasversale di innovazioni da un gruppo all'altro (checché ne dicano i cultori delle fantomatiche e immaginarie "identità"): abbiamo acquisito dagli amerindi le coltivazioni della patata e del mais, e abbiamo portato in cambio il vaiolo. Di fatto, ogni generazione "sceglie" cosa mantenere e cosa gettare via della cultura della generazione precedente. L'innovazione culturale non ha bisogno di attendere una casuale mutazione favorevole, né si deve accontentare di piccoli cambiamenti purché vantaggiosi, anche se indirizzati su vie diverse da quella ottimale: progetta e procede in modo più o meno mirato. Infine, le forme e la varietà che i sistemi biologici perdono per estinzione sono irreversibilmente irrecuperabili: i cetacei non avranno mai più mani e piedi, e non rivedremo mai né un trilobite né il virus del vaiolo; mentre architetti sopraffatti dal cattivo gusto possono invece, volendo, ritornare ad ornare città attuali con colonne in stile pseudoclassico (e magari in cemento).

Sembra proprio non possa esserci alcun parallelismo operante tra storia biologica e culturale. Eppure, io sto usando proprio in questo momento un esempio lampante del principio del panda in ambito tecnologico: la tastiera QWERTY del mio personal computer.
A nessuno sarà sfuggita l'evidente irrazionalità della disposizione delle lettere sulla tastiera, con molte di quelle maggiormente usate sparpagliate nelle posizioni più marginali e sfavorevoli, la A da battersi con il dito più debole, il mignolo sinistro, e nessun'altra vocale sulla fila centrale meglio accessibile.
Ovviamente, la tastiera del PC è la pedissequa traslazione su dispositivi elettronici della tastiera su cui generazioni di dattilografi hanno battuto a macchina; e il sistema QWERTY era quello in uso nei paesi anglofoni, poi diventato norma universale per chiunque usi l'alfabeto latino: chi ha ancora in casa una macchina per scrivere sufficientemente vecchia, può verificare che la tastiera destinata al mercato italiano era in realtà QZERTY (e vai a capire il perché). In inglese, più del 70% delle parole si scrivono con le sole lettere DIATHENSOR: di queste, solo la H è in posizione centrale sulla tastiera, e la maggior parte è destinata a dita della mano sinistra; la lettera più comune in inglese, la E, non si trova sulla fila centrale più comoda, ed è a sinistra.


Come ebbe origine una norma tanto disfunzionale, e soprattutto come ha potuto essere conservata ?
Chi, come il sottoscritto, è abbastanza vecchio da avere utilizzato una macchina per scrivere meccanica, ha constatato che uno degli inconvenienti più frequenti prodotti da ritmi di battitura troppo veloci o non costanti era l'accavallamento e l'incastro delle leve dei martelletti: in questi frangenti, qualsiasi nuova battuta spingeva di nuovo sulla carta il martelletto incastrato più in basso, riscrivendo sempre la stessa lettera. La disposizione delle lettere più comuni in punti marginali e sfavorevoli serviva proprio a RIDURRE la velocità massima di battitura, costringendo le dita a spostamenti (mediamente) più ampi. Dover intervenire manualmente per svincolare le leve dall'incastro in effetti annulla i vantaggi di aver battuto a una velocità maggiore; ma il problema era in realtà molto più importante sulle prime macchine per scrivere, dotate di una meccanica meno raffinata che l'età di nessuno di noi consente di aver incontrato (il primo brevetto di Sholes è del 1867): non c'era un rullo su cui avvolgere il foglio di carta; questo veniva fissato su un supporto piano e disposto a faccia in giù, con i martelletti che picchiavano dal basso in alto: non c'era modo di leggere ciò che si stava scrivendo, se non sollevando il supporto, e non ci si accorgeva degli incastri di leve. Solo al termine della vostra ispiratissima pagina di prosa avreste potuto constatare il risultato: "Quel ramo del lago di Comm mmm mmmmm m..."
La disposizione QWERTY emerse dunque come un soddisfacente compromesso per limitare i guai di una velocità di battitura eccessiva (e un racconto in bilico tra storia e leggenda attribuisce lo spostamento della R nella riga superiore al vantaggio per i venditori di poter fare bella figura nelle dimostrazioni scrivendo con fluidità ed eleganza il nome dell'apparecchio TYPE WRITER utilizzando tasti tutti sulla stessa riga).
Ma, almeno all'inizio, la posizione del sistema QWERTY non era affatto dominante, e molti altri tipi di macchine e tastiere si contendevano quel mercato ancora piccolo ma in rapida espansione. Fu una serie di circostanze ad incanalare il corso successivo della storia. La Remington iniziò a produrre una macchina di Sholes con la sua tastiera QWERTY; questa associazione con una grande industria aiutò la diffusione del sistema, ma non poté essere determinante: i concorrenti erano pur sempre numerosi ed agguerriti. La Remington iniziò a promuovere scuole di dattilografia che utilizzavano, ovviamente, il QWERTY, e altrettanto fecero le industrie concorrenti con altre tastiere; nel 1882 una certa Ms.Longley fondò una sua scuola di stenografia e dattilografia a Cincinnati, e scelse tastiere QWERTY: un'opzione tra le tante possibili, ma Ms.Longley fu la prima ad insegnare la battitura con otto dita ancora oggi usata dai dattilografi professionisti. Infine, avvenne un episodio particolare che fu probabilmente determinante. Nel 1888, la Longley e il suo metodo furono sfidati pubblicamente da un altro insegnante, Louis Taub, che usava macchine non-QWERTY con sei file di tasti, senza un tasto per le maiuscole e quindi due tasti per ciascuna lettera, e prediligeva l'uso di sole quattro dita. Le due scuole presentarono alla contesa il proprio migliore allievo, e l'evento ebbe ampia risonanza sui giornali. Il campione di Ms.Longley era un certo Frank McGurrin che, a quanto pare, fu il primo interprete di una tecnica innovativa: aveva imparato a memoria la tastiera e batteva senza dover guardare i tasti, come oggi fanno tutti i dattilografi esperti. Grazie a McGurrin, la scuola di Longley sbaragliò quella di Taub; agli occhi del pubblico (e delle scuole di dattilografia che continuavano a fiorire), il sistema QWERTY aveva dimostrato la sua superiorità, anche se abbiamo molti motivi per pensare che non fu il tipo di tastiera a determinare il successo di McGurrin: scuole e manuali adottarono la tastiera QWERTY, sebbene già dal 1890 comparissero le prime macchine con punto di battuta pienamente visibile, iniziando ad erodere i motivi per cui il QWERTY aveva avuto origine e i suoi eventuali vantaggi; i produttori di macchine per scrivere via via si adeguarono, e agli inizi del '900 una norma industriale sbagliata era ormai di uso generale. Il fatto che sia sbagliata non è solo un'opinione: nel 1932 fu proposta la DSK (Dvorak Simplified Keyboard), e da allora tutti i record di velocità in dattilografia sono stati stabiliti con DSK, non con QWERTY; ma ormai era troppo tardi, e la posizione dominante di QWERTY non fu più scalfita.
La storia della tastiera su cui sto scrivendo contiene quindi almeno due principi spesso fondamentali nella storia naturale e, forse, nei sistemi storici in generale: quello di posizione dominante (incumbency) - il fatto che una posizione dominante faciliti il proprio stesso mantenimento per emarginazione dei possibili concorrenti - e quello di contingenza (contingency), per cui la scelta di un'alternativa tra altre simili, apparentemente banale o di poco conto all'inizio di un processo complesso, porta conseguenze grandi e non prevedibili a priori negli esiti a lungo termine.
Se Sholes non si fosse accordato con la Remington, se Ms.Longley avesse insegnato il metodo con otto dita su un altro tipo di tastiera, se il primo dattilografo ad adottare la battitura cieca avesse imparato da qualche altra parte, se McGurrin quel giorno avesse avuto mal di pancia, se si fosse organizzato un vero campionato di dattilografia con sfide incrociate con tastiere e metodi diversi... non vuol dire che la storia si possa fare con i se e con i ma, né tantomeno che tutto avviene a caso; vuol dire semplicemente che i fatti si svolgono una volta soltanto, e ad ogni passaggio si è verificata una sola tra più alternative ugualmente possibili. Non possiamo riavvolgere indietro il film, e se potessimo farlo ripartire da capo, sarebbe ogni volta un pò, o del tutto, diverso.
Noi mammiferi abbiamo passato ben più di metà della nostra esistenza - più di 100 milioni di anni - come animaletti notturni delle dimensioni e aspetto di ratti, nella sola nicchia ecologica che i grandi rettili che allora dominavano l'ambiente terrestre ci permettevano di occupare; e tale occupazione di posizione dominante avrebbe potuto benissimo protrarsi indefinitamente, se un evento contingente che più occasionale non si può, la caduta di un grosso meteorite 65 milioni di anni fa, non avesse provocato un'estinzione di massa rimescolando le carte.
Possiamo non essere soddisfatti di essere discendenti di altri primati, di antichi mammiferi, di pesci lontani nel tempo, di qualche ignoto verme che strisciò attraverso il confine del Cambriano 540 milioni di anni fa, di ancor più remoti esseri unicellulari e di una lunga genìa di primordiali batteri, anziché prodotti del magniloquente impeto elettrizzante di una creazione una volta per sempre. Tante circostanze contingenti hanno tracciato il nostro passato, senza un progetto e non sempre per il meglio, e tante volte le cose avrebbero potuto andare diversamente. Ma, in fondo, sapere qualcosa di più della storia della natura aiuta forse a comprendere un pò più in profondità la natura della storia.

Tratto da: Stephen Jay Gould - Il pollice del panda nella tecnologia - In: Bravo Brontosauro - Feltrinelli, 1992 pp. 57-73.