giovedì 9 febbraio 2012
Il Fondo
La notiziola scovata in fondo ai giornali di oggi era troppo succulenta per non suscitare qualche curiosità: il Consiglio Regionale della Campania, che non si riuniva più dal 16 gennaio (per il piano rifiuti), è tornato in attività appositamente per approvare la legge che istituisce l'Albo Professionale regionale dei maestri di sci, definisce l'ordinamento della professione di maestro di sci e delle rispettive scuole, individuando l'altopiano di Laceno (mille metri di altitudine in provincia di Avellino) come sito più appropriato, anche perchè unica stazione sciistica della Campania, ancorchè poco frequentata.
Incuriosisce che alla questione venga attribuita tanta importanza da impegnare il Consiglio Regionale per una apposita seduta.
Ma l'intersse si ingigantisce quando si scopre che, dopo l'abbandono dell'aula per protesta da parte dell'opposizione, i presenti sarebbero stati 29, ma i votanti 31, permettendo così il raggiungimento del numero legale per un pelo. 26 favorevoli, legge approvata. I due che hanno votato a loro insaputa hanno promesso di rivolgersi alla magistratura, e si vedrà quali saranno gli sviluppi.
Ma dunque, la professione di maestro di sci in Campania è così fondamentale da spingere i promotori della legge a prendersi tutti questi rischi ? Quanti voti potranno mai portare al cacicco feudale interessato maestri, gestori di impianti, noleggiatori di sci e venditori di scarponi ? Mettiamoci anche la ditta di manutenzione dei cannoni sparaneve, chè leggo che a Laceno si vede neve naturale giusto in questi giorni, ma da anni solo con l'innevamento artificiale la stazione invernale funziona (poco).
Non si intravede la possibilità di assunzioni in massa di parenti e amici in posti pubblici, è difficile ipotizzare appalti lucrosi per l'istituzione di un albo professionale, cosa mai ci può essere sotto, come spinta motivazionale per aprire le porte dell'insegnamento dello sci ai maestri beneventani, che saranno certamente portatissimi, ma dubiterei della loro numerosità ?
C'era qualcosa che non mi quadrava in tutta questa priorità alpinofila, a causa della mia inguaribile ingenuità. Indagando un pochino, si scopre poi che "Il conseguimento dell'abilitazione è subordinato alla frequenza di corsi di qualificazione professionale, di natura tecnico-pratica, didattica, culturale ed al superamento dei relativi successivi esami, davanti ad una apposita commissione specificamente disciplinata."
Adesso il quadro comincia a definirsi meglio: enti di formazione professionale, corsi di formazione, ecc... implicano automaticamente fondi che piovono di qua e di là, incentivi all'occupazione, fondi europei, finanziamenti per la qualificazione del lavoro, sovvenzioni varie, e bla bla bla... e così si chiarisce un pò dove si va realmente a parare. Non conta quanti siano i cittadini campani che aspirano a fare i maestri di sci, conta che venga avviato qualche corso di formazione ben sovvenzionato con qualche fondo pubblico. Ora sì che i conti tornano meglio.
“Un provvedimento atteso da oltre vent’anni, che dà risposte concrete a esigenze altrettanto concrete” è stata la stonatamente pomposa dichiarazione della firmataria della proposta; ma lei stessa non ce la fa a sostenere che sia l'incremento occupazionale l'effetto più atteso del provvedimento: “Se fosse anche solo uno a trovare lavoro, ne saremmo felici”.
E chi è questa simpatica firmataria di leggi stravaganti ? E chi volete che sia: la consigliera regionale Sandra Lonardo, per chi avesse la memoria corta conosciuta anche come Signora Mastella.
lunedì 6 febbraio 2012
Il pollice di chicchessia
Uno degli animali ai quali un pò tutti si sentono affezionati è il Panda gigante, che appartiene alla famiglia degli Ursidi, e quindi è un Carnivoro fatto e finito. Da chissà quanto tempo, però, si è convertito ad una dieta vegana (dubito che lo abbia fatto dopo avere visitato un mattatoio, come capita a molti Primati), e si nutre quasi esclusivamente di bambù. Vive in ristrettissime aree montagnose della Cina centro-occidentale, in foreste costituite dal suo cibo preferito.
Uno studio recente ha rivelato che conserva ancora in buona approssimazione i batteri intestinali tipici dei suoi simili Carnivori, e solo in piccola parte ha cambiato la microflora ospitata nel suo troppo breve tubo digerente verso una composizione più da erbivoro; conserva una dentatura da Carnivoro, con inutili canini che non feriranno mai nessuna preda.
La scarsa erbivoritudine del suo apparato digerente fa sì che non riesca a sfruttare efficientemente l'energia del proprio alimento, tanto che ne deve mangiare ogni giorno più del 40% del suo peso (come se io dovessi mangiare ogni giorno tutti e solo 28 Kg di lattuga: a parte la tristezza, dico...); però il fatto di non avere nemici naturali, e di nutrirsi di bambù vivendo in mezzo al bambù lo facilita alquanto, e gli permette di passare la maggior parte della sua giornata a sgranocchiare foglie e germogli.
Insomma, diciamocelo: come erbivoro è ancora un pò un disastro (e forse risulta simpatico anche per questo).
Ma qualche adattamento singolare alla sua peculiare vita insalatara il Panda lo ha sviluppato: nel suo saggio più celebre, Stephen Jay Gould ha reso il pollice del Panda il paradigma di un modo di osservare l'evoluzione.
Riassumo per quei pochi: quello storico saggio di Gould ebbe una preparazione complessa: una sottile trama diplomatica tra Henry Kissinger e Richard Nixon da una parte, e Mao Zedong e la dirigenza del Partito Comunista Cinese dall'altra. Il passo preliminare fu un celebre incontro tra le nazionali di ping-pong di Cina e Stati Uniti, nel 1971, a cui seguirono la altrettanto storica visita del presidente Nixon in Cina nel 1972, ed infine l'evento fondamentale: il dono da parte della Repubblica Popolare Cinese di una coppia di panda giganti allo zoo di Washington. Gould, geologo e paleontologo dell'Università di Harvard, si precipitò subito ad accogliere i nuovi arrivati, e vide subito vacillare qualche certezza scolastica.
Innanzitutto, osservò con sconcerto che i panda arrotolavano le foglie a mò di sigaro per portarle alla bocca manipolandole abilmente con un pollice flessibile quasi perfettamente opponibile, che avrebbe dovuto essere una caratteristica unica dei Primati; ma, soprattutto, le altre dita, parallele all'asse del braccio, erano cinque: quindi il Panda gigante aveva sei dita, contravvenendo a tutte le regole conosciute (ne abbiamo parlato proprio recentemente).
Gould corse a consultare la bibliografia disponibile, ed apprese che quello che appariva come un pollice non era un vero dito, ma un ingrossamento del sesamoide radiale, un osso del polso.
Gli antenati Carnivori avevano indirizzato tutte le cinque dita allo scopo di colpire e graffiare (allo stesso modo, molti dei nostri parenti scimmieschi hanno conservato l'opponibilità dell'alluce e la prensilità del piede dei Primati primordiali; noi oggi non potremmo più recuperare tale funzionalità, sacrificata per una migliore camminata da quando abbiamo smesso di arrampicarci sugli alberi), e quando la dieta del Panda si orientò verso vegetali che non scappano, ma devono essere puliti ed arrotolati, ed ha reso vantaggioso disporre di un pollice, questo è stato recuperato utilizzando un altro "pezzo" osseo, con un'opera di bricolage poco elegante dal punto di vista ingegneristico, ma tutto sommato funzionante.
Di qui il principio di fondo del "pollice del Panda": gli adattamenti perfetti ci raccontano, tutto sommato, poco sull'evoluzione; sono le soluzioni arrangiaticce e raffazzonate che ci mostrano in maggiore evidenza i cartelli indicatori della storia.
Ero del tutto ignorante su una cosa in realtà conosciuta da tempo, ma che ho appreso solo qualche giorno fa: anche le talpe (non tutte: le specie diffuse nell'emisfero Nord) hanno un "sesto dito" agli arti anteriori. Le talpe (Soricomorfi, uno dei diversi Ordini in cui è stato smembrato il vecchio e prestigioso, ma troppo variegato, gruppo degli Insettivori) non hanno particolari esigenze di destrezza nella manipolazione di oggetti: le loro zampe anteriori sono arnesi da scavo, ed il dito supplementare porta vantaggio nell'aumentare la superficie utile del badile.
Ebbene, anche in questo caso il falso dito in più è un'espansione del sesamoide radiale.
Nella vista dall'alto dello scheletro della talpa, è ben riconoscibile il sesto falso dito agli arti anteriori, originato dall'osso sesamoide radiale del polso
Infine, aggiungiamo ora una scoperta invece molto recente (pubblicata su Science il 23 dicembre scorso): anche gli elefanti hanno un "sesto dito", sia agli arti anteriori che posteriori. A quanto pare nessuno se ne era accorto perchè è completamente immerso in un cuscinetto di grasso. Anche le zampe degli elefanti non sono rinomate per la destrezza e la precisione nella manipolazione degli oggetti, ruolo riservato invece a quel prodigio che è la loro proboscide. In questo caso, l'utilità è quella di avere un pilastro in più su cui ripartire lo scarico a terra dell'enorme peso sopportato da ciascuna zampa; se infatti i loro più lontani antenati Proboscidati erano plantigradi (poggiavano cioè l'intera pianta del piede - come noi - e della mano a terra), nel separarsi dal ceppo originario, i primi Elefantidi (unica famiglia oggi sopravvissuta delle almeno quattro che hanno popolato l'Ordine Proboscidea) antenati dei mammut, assunsero un'andatura digitigrada, cioè con le sole dita che poggiano al suolo, come nel vostro cane o gatto, più redditizia per la corsa, ma che ha posto qualche problema di sovraccarico quando le dimensioni di questi animali sono aumentate fino a quelle attuali.
E manco a dirlo, l'elemento osseo che ha assunto la funzione di sesto dito negli elefanti è il sesamoide radiale.
Quindi, il fenomeno della cooptazione di un osso del polso per svolgere funzioni simili a quelle di un dito si è ripetuto più volte, in gruppi diversissimi di mammiferi, ed in risposta a funzioni ed utilità diverse (prensilità, aumento di superficie della mano, scarico del peso), sia quando le altre dita erano ormai indirizzate a destini funzionali diversi per la storia degli antenati, sia quando era utile un elemento aggiuntivo per svolgere la stessa funzione; ma la cooptazione ha coinvolto sempre lo stesso elemento del carpo.
Ora potremmo congetturare a piacimento sui fondamenti di questa regolarità, senza andare oltre il limite delle "storielle proprio così". Possiamo immaginare che l'osso sesamoide radiale sia quello più "libero" di modificare la propria forma, o per scarsa rilevanza funzionale (che quindi potrebbe essere alterata facilmente), o perchè tali modificazioni interferiscono poco nei processi di sviluppo e nelle relazioni con le parti anatomicamente vicine, e quindi possano avvenire senza scombussolare troppo l'architettura complessiva dell'arto.
Comunque sia, dovremmo essere di fronte ad un interessante schema di vincoli strutturali e canalizzzione del cambiamento, per usare termini cari allo stesso Gould.
mercoledì 1 febbraio 2012
L'ombelico di Adamo e la qualità della Storia
Adamo aveva l'ombelico ? E perchè mai avrebbe dovuto averlo, non essendo mai stato congiunto ad un cordone ombelicale ? D'altra parte, Dio lo avrebbe dunque creato con una così vistosa differenza rispetto a tutti quelli che sono venuti dopo di lui ?
E non parliamo poi di Eva che, poverina, è stata creata due volte in due modi diversi. Risulta anche a voi ? Voi non ci crederete, ma in casa ho una Bibbia. In inglese, ma ce l'ho. Il primo capitolo del Genesi contiene tutto il racconto canonico della creazione in sei giorni: i primi tre giorni sono impegnati in ripartizioni e separazioni: 1) il buio dalla luce 2) le acque del cielo da quelle della terra (2500 anni fa non si avevano le idee molto chiare sul ciclo dell'acqua, e non ci si rendeva conto che quella che piove dal cielo e quella che scorre sulla terra è sempre la stessa acqua che gira su e giù, evaporazione e precipitazione... quindi, un giorno di lavoro sprecato); 3) il mare dalla terra, e creazione delle piante. Il quarto giorno il Sole, la Luna e le stelle, il quinto gli animali marini e gli uccelli, e il sesto giorno gli animali terrestri e l'uomo "e li creò maschio e femmina" (1:27). Crescete e moltiplicatevi. Fine del racconto.
Ma subito dopo (da Genesi 2:5), la storia ricomincia da capo, con l'altro racconto ugualmente canonico e tutto a rovescio: in una terra vuota e priva di vegetazione, Adamo viene creato dalla polvere del terreno, Dio gli soffia nelle narici, e POI crea l'Eden con gli alberi e tutte le piante, POI i fiumi, POI tutti gli animali, e infine fa addormentare Adamo, gli toglie una costola e crea Eva (2:22).
Nessun prete mi ha mai dato una spiegazione per questa contraddizione, forse anche perchè non glie l'ho mai chiesta.
Comunque si siano svolti i "fatti" (ehm...), e qualunque sia stata la procedura di fabbricazione di Eva, il dilemma della presenza o meno dell'ombelico si pone, ed ha appassionato e diviso per parecchi secoli teologi e studiosi, in dispute anche furibonde. Tanto che alcuni pittori (qui sopra l'Adamo di Albrecht Durer, a cavallo tra XV e XVI secolo) facevano ricorso ad astuti stratagemmi per non schierarsi, ed evitare di urtare la suscettibilità di alcuna delle fazioni.
Poi gli uomini di Chiesa hanno pensato bene di rivolgere il loro acume verso questioni più remunerative e meno inconcludenti, come le speculazioni finanziarie ed immobiliari, nelle quali hanno registrato successi ben maggiori che nei problemi teo-anatomici, visto che il grave rebus dell'ombelico è rimasto di fatto irrisolto, mentre lo IOR invece lucra a gonfie vele. E' proprio vero che ciascuno dovrebbe fare ciò per cui è maggiormente portato.
Ma l'appassionante dibattito ombelicale ritornò ad avvampare ancora vigoroso a metà dell'ottocento, quando Charles Lyell fondò, di fatto, la Geologia moderna, ed espose tutte le evidenze di una Terra estremamente antica e soggetta a cambiamenti continui e lentissimi, di cui possiamo comunque vedere le tracce (fossili di animali marini su montagne che dovevano quindi un tempo essere immerse, e così via). Un colpo sotto la cintura per la datazione della Creazione, a rigor biblico, al 4004 a.C. (ne abbiamo già discusso qui).
Con lo scopo esplicito di parare il colpo, Philip Henry Gosse pubblicò, nel 1857, il suo libro più celebre e più fallimentare: Omphalos: An Attempt to Untie the Geological Knot (Omphalos: un tentativo di sciogliere il nodo geologico). Omphalos è, in greco, ombelico, non a caso.
La tesi dell'ombelico sostenuta da Gosse era in realtà piuttosto geniale, anche se la prosecuzione della sua logica porterebbe ad esiti sconclusionati, e più che sciogliere il nodo geologico, è un tentativo di sciogliere il problema dell'uovo e della gallina: nel momento in cui Dio creava un albero dell'Eden, lo creava con, al suo interno, tutti gli anelli concentrici testimoni di un accrescimento annuale che non c'era mai stato. Ogni oggetto al momento della creazione porta con sè le tracce di una storia precedente mai esistita, ed Adamo aveva quindi il suo ombelico privo di significato. Il motivo di questa creazione corredata di "falsa storia" è in realtà piuttosto elegante: ad esempio, un ruminante adulto non potrebbe essere creato con i molari intatti, perchè non riuscirebbe neanche a chiudere la bocca: dovrà essere creato con i denti già abbondantemente consumati da un uso che non ne ha ancora mai fatto. Gosse era un vero ed eminente scienziato, attento ai fatti ed acuto osservatore: riconosceva la nostra qualità di "individui storici", inscindibili dai processi che ci plasmano e ci modificano nel corso della nostra esistenza; quindi una creazione istantanea deve per forza creare anche i presupposti storici del nostro essere al momento della nostra apparizione nel mondo.
L'approccio di Gosse è pressochè inattaccabile dal punto di vista teorico: seguendo il suo ragionamento e portandolo oltre, noi tutti potremmo essere stati creati anche cinque minuti fa, con tutti i nostri ricordi. Per lo stesso motivo, la sua teoria (come tutte le teorie creazioniste) non può in alcun modo essere considerata scientifica, poichè non è, in linea di principio, nè verificabile, nè falsificabile dai dati empirici: per il creazionismo in generale, perchè di qualsiasi oggetto si osservi, si potrà sempre dire "è stato creato così"; e qui a maggior ragione perchè la stessa nostra esperienza sensoriale perderebbe di significato, potendo essere stata essa stessa creata.
La necessità fondamentalista di Gosse, di piegare i fatti osservati alla sua fedeltà alla religione, porta inevitabilmente in un vicolo cieco della logica. Così come Adamo non ha avuto un'infanzia, non ha corso, non si è arrampicato sugli alberi, non è caduto, non si è sbucciato le ginocchia e ragionevolmente non porta cicatrici delle inevitabili ferite dei suoi giochi, e dovrebbe però avere quell'unica cicatrice in mezzo alla pancia da una ferita altrettanto irreale; allo stesso modo la Terra sarebbe stata creata con tutte le sue stratificazioni geologiche, fossili di animali mai esistiti, non solo creati già fossilizzati, ma anche ben nascosti all'interno delle rocce per meglio subdolamente tentare la curiosità dei paleontologi e indurli alla miscredenza; testimonianze di sollevamenti di montagne ed inabissamenti di terre mai avvenuti, giacimenti di petrolio già formato nel sottosuolo, rocce create già erose dal vento e dall'acqua, e tutte le infinite tracce di una lunga storia che non ha mai avuto luogo. Dio avrebbe creato un'immensa e superflua menzogna per mettere alla prova la nostra fede. Fu troppo anche per i più fedeli, sia fra gli amici di Gosse che fra i credenti; criticato e rifiutato pressochè da tutti, Omphalos fu un insuccesso. Fu ristampato con un titolo meno oscuro ed inquietante, Creation, ma il problema non stava nel titolo. Nel 1869 quasi tutte le copie stampate finirono al macero.
Concluderei con una chicca che potrebbe ritornare presto di attualità: una delle correnti di pensiero recenti miranti a mettere in ridicolo la teroia dell'ombelico di Gosse prese un nome che mi piacerebbe tradurre in italiano con "giovediscorsismo", cioè: forse la Terra è stata creata giovedì scorso. Prendeva le mosse da una delle innumerevoli profezie sulla fine del mondo, che era stata fissata per un qualche giorno del 1992 che cadeva di mercoledì; una volta passata la data dell'Apocalisse, ed essendoci ancora evidentemente un mondo in essere, esso doveva dunque essere stato ri-creato de novo il giovedì, con tutta la sua apparenza di storia passata. Mi ritengo dunque pronto a convertirmi al "sabatoscorsismo", verso fine 2012.
E non parliamo poi di Eva che, poverina, è stata creata due volte in due modi diversi. Risulta anche a voi ? Voi non ci crederete, ma in casa ho una Bibbia. In inglese, ma ce l'ho. Il primo capitolo del Genesi contiene tutto il racconto canonico della creazione in sei giorni: i primi tre giorni sono impegnati in ripartizioni e separazioni: 1) il buio dalla luce 2) le acque del cielo da quelle della terra (2500 anni fa non si avevano le idee molto chiare sul ciclo dell'acqua, e non ci si rendeva conto che quella che piove dal cielo e quella che scorre sulla terra è sempre la stessa acqua che gira su e giù, evaporazione e precipitazione... quindi, un giorno di lavoro sprecato); 3) il mare dalla terra, e creazione delle piante. Il quarto giorno il Sole, la Luna e le stelle, il quinto gli animali marini e gli uccelli, e il sesto giorno gli animali terrestri e l'uomo "e li creò maschio e femmina" (1:27). Crescete e moltiplicatevi. Fine del racconto.
Ma subito dopo (da Genesi 2:5), la storia ricomincia da capo, con l'altro racconto ugualmente canonico e tutto a rovescio: in una terra vuota e priva di vegetazione, Adamo viene creato dalla polvere del terreno, Dio gli soffia nelle narici, e POI crea l'Eden con gli alberi e tutte le piante, POI i fiumi, POI tutti gli animali, e infine fa addormentare Adamo, gli toglie una costola e crea Eva (2:22).
Nessun prete mi ha mai dato una spiegazione per questa contraddizione, forse anche perchè non glie l'ho mai chiesta.
Comunque si siano svolti i "fatti" (ehm...), e qualunque sia stata la procedura di fabbricazione di Eva, il dilemma della presenza o meno dell'ombelico si pone, ed ha appassionato e diviso per parecchi secoli teologi e studiosi, in dispute anche furibonde. Tanto che alcuni pittori (qui sopra l'Adamo di Albrecht Durer, a cavallo tra XV e XVI secolo) facevano ricorso ad astuti stratagemmi per non schierarsi, ed evitare di urtare la suscettibilità di alcuna delle fazioni.
Poi gli uomini di Chiesa hanno pensato bene di rivolgere il loro acume verso questioni più remunerative e meno inconcludenti, come le speculazioni finanziarie ed immobiliari, nelle quali hanno registrato successi ben maggiori che nei problemi teo-anatomici, visto che il grave rebus dell'ombelico è rimasto di fatto irrisolto, mentre lo IOR invece lucra a gonfie vele. E' proprio vero che ciascuno dovrebbe fare ciò per cui è maggiormente portato.
Ma l'appassionante dibattito ombelicale ritornò ad avvampare ancora vigoroso a metà dell'ottocento, quando Charles Lyell fondò, di fatto, la Geologia moderna, ed espose tutte le evidenze di una Terra estremamente antica e soggetta a cambiamenti continui e lentissimi, di cui possiamo comunque vedere le tracce (fossili di animali marini su montagne che dovevano quindi un tempo essere immerse, e così via). Un colpo sotto la cintura per la datazione della Creazione, a rigor biblico, al 4004 a.C. (ne abbiamo già discusso qui).
Con lo scopo esplicito di parare il colpo, Philip Henry Gosse pubblicò, nel 1857, il suo libro più celebre e più fallimentare: Omphalos: An Attempt to Untie the Geological Knot (Omphalos: un tentativo di sciogliere il nodo geologico). Omphalos è, in greco, ombelico, non a caso.
La tesi dell'ombelico sostenuta da Gosse era in realtà piuttosto geniale, anche se la prosecuzione della sua logica porterebbe ad esiti sconclusionati, e più che sciogliere il nodo geologico, è un tentativo di sciogliere il problema dell'uovo e della gallina: nel momento in cui Dio creava un albero dell'Eden, lo creava con, al suo interno, tutti gli anelli concentrici testimoni di un accrescimento annuale che non c'era mai stato. Ogni oggetto al momento della creazione porta con sè le tracce di una storia precedente mai esistita, ed Adamo aveva quindi il suo ombelico privo di significato. Il motivo di questa creazione corredata di "falsa storia" è in realtà piuttosto elegante: ad esempio, un ruminante adulto non potrebbe essere creato con i molari intatti, perchè non riuscirebbe neanche a chiudere la bocca: dovrà essere creato con i denti già abbondantemente consumati da un uso che non ne ha ancora mai fatto. Gosse era un vero ed eminente scienziato, attento ai fatti ed acuto osservatore: riconosceva la nostra qualità di "individui storici", inscindibili dai processi che ci plasmano e ci modificano nel corso della nostra esistenza; quindi una creazione istantanea deve per forza creare anche i presupposti storici del nostro essere al momento della nostra apparizione nel mondo.
L'approccio di Gosse è pressochè inattaccabile dal punto di vista teorico: seguendo il suo ragionamento e portandolo oltre, noi tutti potremmo essere stati creati anche cinque minuti fa, con tutti i nostri ricordi. Per lo stesso motivo, la sua teoria (come tutte le teorie creazioniste) non può in alcun modo essere considerata scientifica, poichè non è, in linea di principio, nè verificabile, nè falsificabile dai dati empirici: per il creazionismo in generale, perchè di qualsiasi oggetto si osservi, si potrà sempre dire "è stato creato così"; e qui a maggior ragione perchè la stessa nostra esperienza sensoriale perderebbe di significato, potendo essere stata essa stessa creata.
La necessità fondamentalista di Gosse, di piegare i fatti osservati alla sua fedeltà alla religione, porta inevitabilmente in un vicolo cieco della logica. Così come Adamo non ha avuto un'infanzia, non ha corso, non si è arrampicato sugli alberi, non è caduto, non si è sbucciato le ginocchia e ragionevolmente non porta cicatrici delle inevitabili ferite dei suoi giochi, e dovrebbe però avere quell'unica cicatrice in mezzo alla pancia da una ferita altrettanto irreale; allo stesso modo la Terra sarebbe stata creata con tutte le sue stratificazioni geologiche, fossili di animali mai esistiti, non solo creati già fossilizzati, ma anche ben nascosti all'interno delle rocce per meglio subdolamente tentare la curiosità dei paleontologi e indurli alla miscredenza; testimonianze di sollevamenti di montagne ed inabissamenti di terre mai avvenuti, giacimenti di petrolio già formato nel sottosuolo, rocce create già erose dal vento e dall'acqua, e tutte le infinite tracce di una lunga storia che non ha mai avuto luogo. Dio avrebbe creato un'immensa e superflua menzogna per mettere alla prova la nostra fede. Fu troppo anche per i più fedeli, sia fra gli amici di Gosse che fra i credenti; criticato e rifiutato pressochè da tutti, Omphalos fu un insuccesso. Fu ristampato con un titolo meno oscuro ed inquietante, Creation, ma il problema non stava nel titolo. Nel 1869 quasi tutte le copie stampate finirono al macero.
Concluderei con una chicca che potrebbe ritornare presto di attualità: una delle correnti di pensiero recenti miranti a mettere in ridicolo la teroia dell'ombelico di Gosse prese un nome che mi piacerebbe tradurre in italiano con "giovediscorsismo", cioè: forse la Terra è stata creata giovedì scorso. Prendeva le mosse da una delle innumerevoli profezie sulla fine del mondo, che era stata fissata per un qualche giorno del 1992 che cadeva di mercoledì; una volta passata la data dell'Apocalisse, ed essendoci ancora evidentemente un mondo in essere, esso doveva dunque essere stato ri-creato de novo il giovedì, con tutta la sua apparenza di storia passata. Mi ritengo dunque pronto a convertirmi al "sabatoscorsismo", verso fine 2012.
lunedì 23 gennaio 2012
Hit Parade
Giusto la settimana scorsa vi ho presentato l'ultima scoperta del 2012 in fatto di Primati; ma in questi giorni, come ogni anno, l'Università dell'Arizona ha pubblicato l'elenco delle 10 specie più curiose ed interessanti scoperte nel corso del 2011 (scelte fra le tante con criteri, si presume, del tutto arbitrari, ma in fatto di eccentricità e stravaganze c'è poco da eccepire).
Potete così fare la conoscenza con Caerostris darwini, il ragno capace di tirare fili lunghi fino a 25 metri, che costruisce ragnatele di quasi 3 metri quadri, anche sospese su fiumi e laghetti, e la cui seta è il materiale più resistente mai studiato, 10 volte più del kevlar;
con Mycena luxaeterna, il fungo luminescente;
con Halomonas titanicae, il batterio mangia-ruggine che (con un pò di pazienza...) si sta pappando il relitto del Titanic;
con Varanus bitatawa, il magrissimo e variopinto varano arboricolo delle Filippine, lungo più di 2 metri per circa 10 kg;
con Glomeremus orchidophilus, dall'isola di Réunion (Mascarene), il grillo impollinatore, unico caso ben documentato per un Ortottero, che più che altro dimostra la straordinaria capacità di specializzazione delle Orchidacee nello scegliersi il proprio insetto pronubo (infatti questo grillo impollina una ed una sola specie di orchidea, Angraecum cadetii, molto rara);
con Philantomba walteri, l'antilope del Benin scoperta sotto forma di tranci in un mercato delle carni (la scoperta vale solo per noi occidentali, dato che gli autoctoni conoscevano benissimo sia l'antilope che le ricette ad essa più acconce);
con Tyrannobdella rex, la straordinariamente schifosissima sanguisuga con predilezione per le mucose umane, scoperta nel naso di una ragazzina peruviana (ma potrebbe andarvi anche peggio): se volete notizie più dettagliate, ne aveva già parlato anche L'orologiaio miope;
con Psathyrella aquatica, unico caso conosciuto di Basidiomicete (i classici e familiari funghi a cappello) che fruttifica sott'acqua, sul fondo dei fiumi;
con Saltoblattella montistabularis, lo scarafaggio che salta come una cavalletta;
con Halieutichtys intermedius, il pesce pipistrello a forma di frittella minacciato dallo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico.
lunedì 16 gennaio 2012
New Entry
Dobbiamo un caloroso bentrovato a Microcebus gerpi, ultima specie di Primate ad essere scoperta: pubblicazione fresca fresca del 2012.
Si tratta di un piccolo lemuride del peso di circa 65 - 70 g, di cui sappiamo ancora quasi nulla, salvo il fatto che è, manco a dirlo, seriamente minacciato dalla scomparsa del suo habitat, la foresta pluviale di pianura in un'area probabilmente molto ristretta del Madagascar orientale.
Intanto, piacere della conoscenza e buona fortuna.
domenica 15 gennaio 2012
Il suicidio della crescita
In questa settimana mi sono capitati diversi pensieri da affrontare: uno "scatto di anzianità" di un certo impatto simbolico, una rimanenza di Nebbiolo che avevo preso in previsione di una cena che poi non si è fatta, e adesso mi tocca berlo... a volte la vita ci sottopone a prove molto dure.
Così oggi mi limito a sottoporvi questo articolo di Paolo Cacciari pubblicato mercoledì scorso, che da qualche giorno sto cercando di esaminare per commentare, ma in realtà merita di essere proposto così com'è: c'è ben poco da aggiungere.
Così oggi mi limito a sottoporvi questo articolo di Paolo Cacciari pubblicato mercoledì scorso, che da qualche giorno sto cercando di esaminare per commentare, ma in realtà merita di essere proposto così com'è: c'è ben poco da aggiungere.
lunedì 9 gennaio 2012
E al mignolino, che era il più piccino...
Delle genti che hanno bisogno di dodici pollici per fare un piede, e di tre piedi per fare una yarda, possiamo immaginare che abbiano sempre avuto la maggior parte delle dita delle mani occupate nell'impugnatura di una clava, di una mazza ferrata o di una spada, e che nel seguito dei secoli e delle tecnologie, di cannoneggiamanto in cannoneggiamento, abbiano potuto imporre le loro stravaganti unità di misura ad un vasto impero.
D'altra parte, se illustri conquistatori precedenti sono finiti in malora perchè i vari prefetti locali potevano permettersi di versare nelle casse dell'impero solo VI sesterzi ogni XIV di tributi riscossi, in un sistema di numerazione che nemmeno contemplava uno zero, capiamo che la praticità del fare di conto non era considerata una priorità fondamentale.
E quindi si può ben comprendere il rapido successo sia della numerazione araba, sia delle misure decimali (i nostri numeri sono in realtà di origine indiana, e gli arabi sono stati il tramite per la loro conoscenza ed introduzione in Europa).
A dire il vero, un sistema di computazione in base dodici funzionerebbe altrettanto bene, se avessimo una serie di 12 simboli numerici anzichè 10, ad esempio introducendo # tra 7 ed 8, e § dopo il 9. Avremmo un bellissimo tabellone della tombola 12 x 9, con ampliamento delle fantasie cabalistiche (La Paura fa 108), e la sestina sarebbe un premio piuttosto ambito.
Tutte le operazioni matematiche funzionerebbero altrettanto bene, ed avrebbero identiche proprietà: la computazione in base 10 non ha nessuna obbligatorietà intrinseca, basta solo che ci sia corrispondenza tra la ciclicità dei simboli ed il modo di fare le operazioni. La complicazione non sta nell'avere 12 once in una libbra, o 60 secondi in un minuto; la complicazione è gestire il conto di queste sottounità con le 10 cifre da 0 a 9 (spesso gli strumenti da laboratorio misurano il tempo in minuti e centesimi di minuto, e credo che prima o poi si dovrà fare questo passo anche nell'uso comune).
Anzi, forse un sistema a 12 cifre potrebbe fornire qualche piccolo vantaggio di utilità spicciola: le quantità corrispodenti a 12 e a 144 sarebbero rappresentate in cifre tonde, 10 e 100, e così via, e sarebbero divisibili per 2, per 3, per 4 e per 6, anzichè soltanto per 2 e per 5.
D'altra parte, la numerazione binaria, fatta solo di 0 e 1, è in realtà quella che oggi viene usata maggiormente, a nostra insaputa, ad esempio ogni volta che accendiamo uno strumento del tipo di quello che state utilizzando in questo momento: insomma, le 10 cifre non sono in sè un vincolo per il buon funzionamento dei calcoli.
Se dunque la nostra numerazione attuale ha preso piede, oltre che per la voglia che prenderebbe chiunque abbia da fare una sottrazione di gettare prontamente alle ortiche i MCCXVIII ed i CXLIV, è per la elementare corrispondenza tra i numeri espressi dalle cifre ed il più antico sistema di computazione da sempre usato: le dita delle mani.
Ed ecco che giungiamo alla legittima domanda del nipote quattrenne che ha originato tutto questo discorso: "Perchè le dita sono cinque ?"
Fino a venti - venticinque anni fa, la risposta sarebbe stata piuttosto sicura: la pentadattilia è un archetipo, fissato una volta per tutte fin dalle origini dei Tetrapodi (vocabolario non necessariamente da usarsi con il quattrenne). I Tetrapodi (i vertebrati terrestri: Anfibi, Rettili, Mammiferi e Uccelli) hanno da sempre avuto arti con una struttura di base a cinque dita, che può andare incontro a riduzioni di numero come adattamenti secondari. C'erano soddisfacenti spiegazioni embriologiche: l'arto si sviluppa per ramificazione di segmenti successivi: un osso singolo (omero o femore) poi due (radio e ulna o tibia e fibula), poi il più piccolo dei due si ramifica ulteriormente nelle tre serie di segmenti successivi che nell'insieme costituiscono il carpo o il tarso, fino ai cinque metacarpi o metatarsi; ed anche adattative: il terzo dito costituisce il proseguimento dell'asse centrale dell'arto, e due dita per lato sono il numero ottimale per garantire stabilità di appoggio ma non intralciare troppo la velocità di spostamento; tanto che laddove la velocità diventa di importanza primaria, purchè si faccia conto su terreni duri e solidi, la tendenza vantaggiosa è quella di ridurre il numero di dita che poggiano a terra, e si potrebbe fare tutto il bel discorso canonico sull'evoluzione del cavallo.
C'era, per la verità, la notevole eccezione degli Anfibi, che hanno cinque dita agli arti posteriori, ma sempre quattro a quelli anteriori, in tutte le specie sia viventi che fossili.
E a dirla proprio tutta, nei Tetrapodi più antichi ritrovati, dai poco memorabili nomi di Ichthyostega e Acanthostega, risalenti al Devoniano (390 - 340 milioni di anni fa), la documentazione fossile non forniva arti sufficientemente completi da permettere un conteggio preciso delle dita, ma si dava quasi per scontato che ne avessero cinque.
Ma per fortuna la storia naturale è più ricca di complessità di quanto noi immaginiamo, e le certezze hanno cominciato a vacillare dal 1984, quando Lebedev scoprì un altro antico tetrapode del Devoniano, il Tulerpeton, dotato di arti con sei dita. A stretto giro, nel 1987, furono scoperti nuovi reperti fossili sia di Ichthyostega che di Acanthostega, con arti finalmente ben completi: sette dita per Ichthyostega, e otto dita per Acanthostega.
Così, in poco tempo, ci siamo ritrovati a riconoscere tre specie ancestrali di vertebrati terrestri, e NESSUNA delle tre ha cinque dita.
Ancora, negli stessi anni, Shubin ed Alberch pubblicarono i loro studi sullo sviluppo embrionale delle dita, basati sul tempo di formazione degli abbozzi, e fecero, almeno in parte, cadere il modello dell'asse centrale con ramificazioni laterali. C'è sì un asse principale, ma esso costitiusce le basi di tutte le dita, in sequenza (da posteriore ad anteriore, il che ribalta la numerazione anatomica delle dita: il primo dito, il pollice, è l'ultimo a formarsi); il modello non è dunque quello delle ramificazioni delle venature delle foglie, con un asse centrale e vene laterali che si biforcano via via, ma piuttosto quello di un pettine, con un asse "portante" da cui partono in successione tutti i rami terminali (e anche qui c'è una complicazione: quello che nasce per primo è il 4° dito - l'anulare - , poi c'è una ramificazione contraria in senso posteriore, il 5° dito - il mignolo - , e poi in successione verso l'avanti 3°, 2° e 1° dito).
Ed ecco che allora la pentadattilia è una stabilizzazione secondaria, pur se antichissima, di un numero inizialmente variabile, ottenuta attraverso l'arresto di una proliferazione di ramificazioni in successione. Il modello di Shubin ed Alberch trova conferme nel fatto che nelle storie evolutive di specializzazioni comportanti la riduzione del numero di dita, il primo dito a sparire è sempre il primo, cioè l'ultimo a formarsi; viceversa, mutazioni più o meno rare che inducono dita soprannumerarie, osservate in diverse specie di vertebrati, producono dita supplementari oltre il primo (esistono rari casi di esadattilia anche nell'uomo, ma si tratta di solito di biforcazioni precoci dell'abbozzo embrionale di un dito: cioè, non un dito in più oltre il pollice, ma un dito che si "duplica" sdoppiandosi all'inizio del suo sviluppo: può darsi che la posizione peculiare del nostro primo dito renda fisicamente e geometricamente difficile l'espressione di mutazioni di tipo "proliferativo").
Ma dunque, perchè il numero cinque si è stabilizzato in modo così ineluttabile in tutta la nostra storia di vertebrati terrestri, al punto di non potere più essere modificato ? Come abbiamo detto, mutazioni in grado di ripristinare numeri più alti di dita esistono, ma non si sono mai affermate in nessun gruppo; anzi, al contrario, quando le necessità adattative hanno reso vantaggioso un dito supplementare, l'evoluzione ha inventato percorsi incredibilmente tortuosi: il "falso pollice" del Panda gigante, che è in realtà un ingrossamento del sesamoide radiale, un osso del polso; anche negli Anfibi Anuri ci sono spesso prepollici o prealluci, derivati da segmentazioni supplementari lungo l'asse del radio o della tibia, che normalmente non partecipano alla formazione di dita (che, come ho detto sopra, derivano dagli assi delle ossa minori, ulna e fibula).
Possiamo dubitare che quegli antichissimi tetrapodi ancestrali del Devoniano si siano estinti a causa delle difficoltà a contare, avendo un numero di dita variabile, ma il motivo di una stabilità così persistente, a dispetto della potenzialità tuttora esistente di modificazioni, rimane un mistero. Possiamo fantasticare su quali meraviglie avrebbe potuto esplorare sulla tastiera un Johann Sebastian Bach con otto dita per mano; ma allo stesso modo dovremmo anche rallegrarci del fatto che i nostri antenati non siano andati incontro a specializzazioni estreme come quella dei nostri amci equini, ed abbiano conservato tutto il loro banale ed indifferenziato corredo di dita che, magari per semplice casualità, fu fissato in epoche lontanissime su un numero "abbastanza buono per tutti gli usi", determinando fin da allora la nostra maggior propensione per centimetri e millimetri rispetto (ironia della nomenclatura) a piedi e pollici.
D'altra parte, se illustri conquistatori precedenti sono finiti in malora perchè i vari prefetti locali potevano permettersi di versare nelle casse dell'impero solo VI sesterzi ogni XIV di tributi riscossi, in un sistema di numerazione che nemmeno contemplava uno zero, capiamo che la praticità del fare di conto non era considerata una priorità fondamentale.
E quindi si può ben comprendere il rapido successo sia della numerazione araba, sia delle misure decimali (i nostri numeri sono in realtà di origine indiana, e gli arabi sono stati il tramite per la loro conoscenza ed introduzione in Europa).
A dire il vero, un sistema di computazione in base dodici funzionerebbe altrettanto bene, se avessimo una serie di 12 simboli numerici anzichè 10, ad esempio introducendo # tra 7 ed 8, e § dopo il 9. Avremmo un bellissimo tabellone della tombola 12 x 9, con ampliamento delle fantasie cabalistiche (La Paura fa 108), e la sestina sarebbe un premio piuttosto ambito.
Tutte le operazioni matematiche funzionerebbero altrettanto bene, ed avrebbero identiche proprietà: la computazione in base 10 non ha nessuna obbligatorietà intrinseca, basta solo che ci sia corrispondenza tra la ciclicità dei simboli ed il modo di fare le operazioni. La complicazione non sta nell'avere 12 once in una libbra, o 60 secondi in un minuto; la complicazione è gestire il conto di queste sottounità con le 10 cifre da 0 a 9 (spesso gli strumenti da laboratorio misurano il tempo in minuti e centesimi di minuto, e credo che prima o poi si dovrà fare questo passo anche nell'uso comune).
Anzi, forse un sistema a 12 cifre potrebbe fornire qualche piccolo vantaggio di utilità spicciola: le quantità corrispodenti a 12 e a 144 sarebbero rappresentate in cifre tonde, 10 e 100, e così via, e sarebbero divisibili per 2, per 3, per 4 e per 6, anzichè soltanto per 2 e per 5.
D'altra parte, la numerazione binaria, fatta solo di 0 e 1, è in realtà quella che oggi viene usata maggiormente, a nostra insaputa, ad esempio ogni volta che accendiamo uno strumento del tipo di quello che state utilizzando in questo momento: insomma, le 10 cifre non sono in sè un vincolo per il buon funzionamento dei calcoli.
Se dunque la nostra numerazione attuale ha preso piede, oltre che per la voglia che prenderebbe chiunque abbia da fare una sottrazione di gettare prontamente alle ortiche i MCCXVIII ed i CXLIV, è per la elementare corrispondenza tra i numeri espressi dalle cifre ed il più antico sistema di computazione da sempre usato: le dita delle mani.
Ed ecco che giungiamo alla legittima domanda del nipote quattrenne che ha originato tutto questo discorso: "Perchè le dita sono cinque ?"
Fino a venti - venticinque anni fa, la risposta sarebbe stata piuttosto sicura: la pentadattilia è un archetipo, fissato una volta per tutte fin dalle origini dei Tetrapodi (vocabolario non necessariamente da usarsi con il quattrenne). I Tetrapodi (i vertebrati terrestri: Anfibi, Rettili, Mammiferi e Uccelli) hanno da sempre avuto arti con una struttura di base a cinque dita, che può andare incontro a riduzioni di numero come adattamenti secondari. C'erano soddisfacenti spiegazioni embriologiche: l'arto si sviluppa per ramificazione di segmenti successivi: un osso singolo (omero o femore) poi due (radio e ulna o tibia e fibula), poi il più piccolo dei due si ramifica ulteriormente nelle tre serie di segmenti successivi che nell'insieme costituiscono il carpo o il tarso, fino ai cinque metacarpi o metatarsi; ed anche adattative: il terzo dito costituisce il proseguimento dell'asse centrale dell'arto, e due dita per lato sono il numero ottimale per garantire stabilità di appoggio ma non intralciare troppo la velocità di spostamento; tanto che laddove la velocità diventa di importanza primaria, purchè si faccia conto su terreni duri e solidi, la tendenza vantaggiosa è quella di ridurre il numero di dita che poggiano a terra, e si potrebbe fare tutto il bel discorso canonico sull'evoluzione del cavallo.
C'era, per la verità, la notevole eccezione degli Anfibi, che hanno cinque dita agli arti posteriori, ma sempre quattro a quelli anteriori, in tutte le specie sia viventi che fossili.
E a dirla proprio tutta, nei Tetrapodi più antichi ritrovati, dai poco memorabili nomi di Ichthyostega e Acanthostega, risalenti al Devoniano (390 - 340 milioni di anni fa), la documentazione fossile non forniva arti sufficientemente completi da permettere un conteggio preciso delle dita, ma si dava quasi per scontato che ne avessero cinque.
Ma per fortuna la storia naturale è più ricca di complessità di quanto noi immaginiamo, e le certezze hanno cominciato a vacillare dal 1984, quando Lebedev scoprì un altro antico tetrapode del Devoniano, il Tulerpeton, dotato di arti con sei dita. A stretto giro, nel 1987, furono scoperti nuovi reperti fossili sia di Ichthyostega che di Acanthostega, con arti finalmente ben completi: sette dita per Ichthyostega, e otto dita per Acanthostega.
Così, in poco tempo, ci siamo ritrovati a riconoscere tre specie ancestrali di vertebrati terrestri, e NESSUNA delle tre ha cinque dita.
Ancora, negli stessi anni, Shubin ed Alberch pubblicarono i loro studi sullo sviluppo embrionale delle dita, basati sul tempo di formazione degli abbozzi, e fecero, almeno in parte, cadere il modello dell'asse centrale con ramificazioni laterali. C'è sì un asse principale, ma esso costitiusce le basi di tutte le dita, in sequenza (da posteriore ad anteriore, il che ribalta la numerazione anatomica delle dita: il primo dito, il pollice, è l'ultimo a formarsi); il modello non è dunque quello delle ramificazioni delle venature delle foglie, con un asse centrale e vene laterali che si biforcano via via, ma piuttosto quello di un pettine, con un asse "portante" da cui partono in successione tutti i rami terminali (e anche qui c'è una complicazione: quello che nasce per primo è il 4° dito - l'anulare - , poi c'è una ramificazione contraria in senso posteriore, il 5° dito - il mignolo - , e poi in successione verso l'avanti 3°, 2° e 1° dito).
Ed ecco che allora la pentadattilia è una stabilizzazione secondaria, pur se antichissima, di un numero inizialmente variabile, ottenuta attraverso l'arresto di una proliferazione di ramificazioni in successione. Il modello di Shubin ed Alberch trova conferme nel fatto che nelle storie evolutive di specializzazioni comportanti la riduzione del numero di dita, il primo dito a sparire è sempre il primo, cioè l'ultimo a formarsi; viceversa, mutazioni più o meno rare che inducono dita soprannumerarie, osservate in diverse specie di vertebrati, producono dita supplementari oltre il primo (esistono rari casi di esadattilia anche nell'uomo, ma si tratta di solito di biforcazioni precoci dell'abbozzo embrionale di un dito: cioè, non un dito in più oltre il pollice, ma un dito che si "duplica" sdoppiandosi all'inizio del suo sviluppo: può darsi che la posizione peculiare del nostro primo dito renda fisicamente e geometricamente difficile l'espressione di mutazioni di tipo "proliferativo").
Ma dunque, perchè il numero cinque si è stabilizzato in modo così ineluttabile in tutta la nostra storia di vertebrati terrestri, al punto di non potere più essere modificato ? Come abbiamo detto, mutazioni in grado di ripristinare numeri più alti di dita esistono, ma non si sono mai affermate in nessun gruppo; anzi, al contrario, quando le necessità adattative hanno reso vantaggioso un dito supplementare, l'evoluzione ha inventato percorsi incredibilmente tortuosi: il "falso pollice" del Panda gigante, che è in realtà un ingrossamento del sesamoide radiale, un osso del polso; anche negli Anfibi Anuri ci sono spesso prepollici o prealluci, derivati da segmentazioni supplementari lungo l'asse del radio o della tibia, che normalmente non partecipano alla formazione di dita (che, come ho detto sopra, derivano dagli assi delle ossa minori, ulna e fibula).
Possiamo dubitare che quegli antichissimi tetrapodi ancestrali del Devoniano si siano estinti a causa delle difficoltà a contare, avendo un numero di dita variabile, ma il motivo di una stabilità così persistente, a dispetto della potenzialità tuttora esistente di modificazioni, rimane un mistero. Possiamo fantasticare su quali meraviglie avrebbe potuto esplorare sulla tastiera un Johann Sebastian Bach con otto dita per mano; ma allo stesso modo dovremmo anche rallegrarci del fatto che i nostri antenati non siano andati incontro a specializzazioni estreme come quella dei nostri amci equini, ed abbiano conservato tutto il loro banale ed indifferenziato corredo di dita che, magari per semplice casualità, fu fissato in epoche lontanissime su un numero "abbastanza buono per tutti gli usi", determinando fin da allora la nostra maggior propensione per centimetri e millimetri rispetto (ironia della nomenclatura) a piedi e pollici.
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