martedì 15 febbraio 2011

L'acqua non si vende, neppure a Berlino


La città di Berlino dovrà rendere pubblici tutti i termini del contratto e gli accordi commerciali, finora tenuti "riservati", sulla cessione a due società private del 49% della società di distribuzione dell'acqua potabile, avvenuta nel 1999.
Il referendum che lo richiedeva ha vinto, pur se di misura: in Germania, perchè una richiesta referendaria venga accolta, occorre che il sì vinca, e che rappresenti almeno il 25% degli aventi diritto al voto. Se vince il no, o se non si raggiunge tale quorum, la richiesta è respinta. Ha votato il 27% dei berlinesi, con il 98,2% di sì (quindi 26,5% di sì sugli aventi diritto).
Il risultato è promettente, perchè le condizioni non erano dissimili da quelle che presumibilmente avremo in Italia al momento dei referendum sull'acqua pubblica: solo i Verdi favorevoli, con tutti gli altri partiti che invitavano a votare no o a non votare (anche la Linke, che all'epoca aveva votato contro, ma oggi è nella maggioranza che amministra la città); il dibattito volutamente ignorato dalla stampa e dai mezzi di informazione, confinato a piccoli trafiletti su quasi tutti i giornali; nessun manifesto per le strade, dato che il comitato per il sì disponeva di un budget totale di 12000 Euro, raccolti con una colletta.
Eppure la ragione ha prevalso. Dalla privatizzazione ad oggi l'acqua a Berlino è rincarata del 35%, e la municipalità incassa solo il 35% degli utili, mentre il restante 65% ingrassa i due soci di minoranza privati, grazie agli accordi "riservati" che il referendum si propone di smascherare.
I due soci privati, Veolia e Rwe, presumibilmente faranno ricorso invocando l'incostituzionalità della richiesta prodotta dal referendum: sostengono, infatti, che non si possono obbligare le società a rendere pubblici i propri "segreti commerciali".
"Segreti commerciali". Una tale difesa è la spiegazione migliore del perchè non si possono lasciare in mano a privati beni comuni vitali come l'acqua.

giovedì 10 febbraio 2011

Il triangolo marrone

Che rapporto abbiamo con gli zingari ? Ci spaventano un pò ? Ci mettono a disagio ? Non ci sono simpatici ? Rubano ? Ci inquietano ?
Dopo l'avvento dell'agricoltura, il ritorno secondario al nomadismo è in genere legato al passaggio, come risorsa economica fondamentale, all'allevamento del cavallo, avvenuto regolarmente, per maggiore redditività, nella fascia climatica delle steppe dell'Asia centrale. Erano allevatori nomadi di cavalli gli Ariani, che non si sa bene quante migliaia di anni fa acquisirono grazie ai loro preziosi quadrupedi, una supremazia militare sufficiente ad imporre la loro lingua in tutti i territori assoggettati, in Europa, Persia, gran parte dell'India. Le lingue indoeuropee sono il loro unico lascito, non rimangono quasi altre tracce del loro passaggio, e non si sa bene da dove venissero, da una fascia estesa da ovest ad est dal Mar Nero ad oltre il Lago d'Aral (se fosse vera l'ipotesi più orientale si potrebbe immaginare che la "razza ariana pura" mitizzata dai folli si identifichi con quelli che oggi chiameremmo talebani, ma è un'idea troppo divertente per essere vera).
Erano allevatori nomadi di cavalli gli Unni, e lo erano i Mongoli, che a partire dalla loro unificazione ad opera di Gengis Khan conquistarono, in due sole generazioni, l'impero più vasto ed effimero che si sia mai visto, dalla Cina all'Ungheria.
Rom e Sinti, gli zingari, allevatori nomadi di cavalli, girano il mondo da ben più di mille anni senza alcuna intenzione di conquista, e probabilmente hanno una storia diversa. La loro lingua, il romanì (o romanes) è una lingua indoariana, affine all'hindi, al kashmiri ed al sanscrito, e rivela la loro origine dall'India nordoccidentale; il loro migrare e disperdersi per il mondo non ha nulla dell'espansione o della ricerca di nuovi territori; alcune loro leggende tradizionali lasciano pensare che siano fuggiti perchè vittime di persecuzioni, oppure che sconvolgimenti politici li abbiano relegati di colpo nella casta più bassa del loro sistema sociale di origine. In realtà sappiamo praticamente nulla dell'inizio della loro storia.
Il loro arrivo in Europa, attraverso la Persia, risale al medioevo, e fu subito un'alternanza di accoglienza ammirata e di ostilità feroce.
Erano apprezzati artigiani, abili nella lavorazione dei metalli, rame in particolare, arrotini, musicisti e gente di spettacolo, chiromanti e cartomanti, oltre che commercianti di cavalli. Si muovevano attraverso la società agricola degli stanziali sfruttandone le risorse marginali, comparivano in un luogo, svolgevano qualche lavoro occasionale, commerciavano i loro prodotti, o le superstizioni dei locali, e sparivano.
Ma il nomadismo poteva anche essere visto come una maledizione di Dio, mestieri come la forgia dei metalli avevano a che fare con la magia, e la predizione del futuro con la stregoneria.
I bandi di espulsione cominciarono a moltiplicarsi a partire dal XVI e soprattutto dal XVII secolo, quando la formazione degli Stati nazionali accentuava la sedentarizzazione ed il controllo sociale, il modo di vivere degli zingari diventava sempre più sospetto, "strano" ed incompatibile, e con la crescente importanza della proprietà privata, la mendicità diventava parassitismo ed il furtarello sempre più intollerabile.
La cultura illuminista, poi, tende ad interrompere discriminazioni e persecuzioni, a condizione che gli zingari si rendano cittadini come tutti gli altri: l'Austria di Maria Teresa tenta di rendere felici gli zingari obbligandoli ad abbandonare il nomadismo, la loro lingua, le loro tradizioni ed i loro abiti; ed anche i loro figli, che dall'età di quattro anni vengono affidati a famiglie di contadini perchè vengano allevati "da bravi cristiani".
In molti tempi ed in molti luoghi gli zingari sono diventati il nemico perfetto: diversi, non assimilabili, fastidiosi. Facilmente additabili come "qualche cosa d'altro". Le campagne di odio contro di loro hanno sempre trovato facile consenso, e sono diventati uno strumento (passivo) di propaganda comodissimo.

Da cinquant'anni ormai, con la fine della società agricola, l'inurbamento e l'industrializzazione, hanno smesso di essere nomadi: i loro antichi mestieri non sono più praticabili. Eppure, in Italia, ancora adesso si continua ad alloggiarli in campi nomadi, concepiti con l'idea di una permanenza temporanea. Ma degli 8 - 10 milioni di rom e sinti presenti in Europa, solo il 2 - 3 % viaggia ancora in carovana, e l' 85 % è completamente sedentario. L'Italia è l'unico paese in Europa che ancora li alloggia in campi. Così diventa sempre più facile evidenziare la loro "diversità" ed usarli come facile strumento di produzione di consenso. A Milano, la giunta Moratti ha tambureggiato alla grande sugli sgomberi dei campi in favore di telecamera, spostando, a riflettori spenti, il problema qualche centinaio di metri più in là. Ora, a Milano, è un pò diminuita la frenesia della propaganda contro gli zingari che rubano, perchè, con tutti gli intoppi che incontrano le speculazioni immobiliari per l'Expo 2015, bisogna pensare a tutelare gli interessi di quelli che rubano tramite banca o società finanziaria con sede in Lussemburgo.
A Roma la giunta "Alemanno & parenti & amici" minaccia fin dal suo insediamento un "piano nomadi" che non si è mai visto, "per colpa della burocrazia": cioè ? Di se stesso ? Ma anche a Roma il tema è stato uguale: fanfare e televisione sugli sgomberi, silenzio sui ritorni per mancanza di soluzioni alternative.
I campi nomadi non dovrebbero esserci non perchè alla gente per bene i nomadi non piacciono, ma semplicemente perchè nomadi non sono più. E' solo una delle molteplici forme di assenza di intervento delle istituzioni a fronte della marginalità sociale.
Ma è troppo facile farsi belli con i propri elettori per avere scacciato gli zingari dal quartiere (e averli costretti a spostarsi nel quartiere di fianco, ma questo non si dice).
L'International Labour Organization (ILO), l'agenzia per il lavoro delle Nazioni Unite, nel suo rapporto sull'applicazione delle "Convenzioni e Raccomandazioni internazionali" del 6 marzo del 2009, ha condannato l'Italia per il “clima di intolleranza esistente”, creato dai “leader politici” italiani, rei di usare una “retorica aggressiva e discriminatoria nell'associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di ostilità e antagonismo nell'opinione pubblica”.
Ma vogliamo che i "leader politici", specialmente quelli addobbati con cravatta verde, rinuncino ad un bersaglio tanto comodo ?
Poi, ogni tanto, nei campi nomadi, qualcuno muore di freddo, qualcuno bruciato, e qualche coscienza si risveglia. Temporaneamente.

Il significato del triangolo marrone dovreste già conoscerlo: in caso contrario, lascio a voi l'indagine, che è di semplicità banale.

sabato 5 febbraio 2011

Prossimamente


Non so quanti si sono accorti che tutte le rivolte che oggi infiammano metà del mondo arabo, dall'Algeria allo Yemen, e che si presentano come rivolte popolari contro regimi politici autocratici e corrotti, in reltà sono nate come movimenti di protesta contro l'aumento dei prezzi dei generi alimentari.
E' notizia di oggi che l'indice FAO dei prezzi alimentari, che tiene conto di cereali, carne, latticini, oli vegetali, ha raggiunto nel 2010 il suo massimo storico, superando il valore del 2008, quando il prezzo del petrolio aveva raggiunto i 140 dollari al barile.
I raccolti 2010 di cerali hanno avuto un calo del 1,4 % rispetto allo scorso anno, senza tenere conto dei dati dell'emisfero australe, ancora incompleti (e un grande esportatore di cereali, l'Australia, ha un'area enorme sommersa da un'inondazione, che quindi non produrrà nulla). L'Amazzonia è alle prese con una siccità mai vista. La Russia, maggiore esportatore di cereali, vede diminuire le sue produzioni a causa della diminuzione delle precipitazioni. I tumulti di Tunisia ed Egitto non sono solo politici, sono il primo sintomo di ciò che il nostro eccesso di consumi produce come effetto del cambiamento climatico. Io comincerei a preoccuparmi seriamente. Invece continuiamo a voler rilanciare l'economia incentivando i consumi. Vuol dire che i prossimi siamo noi.

L'acqua non si vende



Parte la campagna per i referendum