giovedì 29 ottobre 2009

Collasso


Qualche mese fa ero qui a condividere con la rete i miei dubbi da incompetente sull'incompatibilità dell'economia con alcuni fondamenti elementari della fisica e dell'aritmetica, ragionevolmente supponendo che essa (incompatibilità) fosse, almeno in larga parte, apparente e dovuta alla mia incomprensione dei meccanismi profondi della materia in esame (post del 14 giugno 2009: Da dove nasce il profitto, ecc.).
Oggi scopro, con sentimenti contrastanti, che simili approcci allo studio delle dottrine economiche da un punto di vista fisico sono in realtà una disciplina fondamentalmente nuova, ed esistono fior di accademici che, ovviamente molto meglio di quanto possa fare io, esaminano la sostanziale incompatibilità dell'economia di mercato con le più elementari leggi della fisica e della termodinamica.
In primo luogo affiora un tantino di orgoglio personale per essere arrivato da solo ad un approccio più o meno dello stesso tipo al problema, il quale va però a finire subito nel cestino della spazzatura nel momento in cui si mette a fuoco il fatto che la comunità scientifica svegli solo ora la sua attenzione per queste analisi fondamentali, dopo due secoli di capitalismo industriale e di letargo critico.
Gli studiosi di "Economia Biofisica", così si chiama questa disciplina che, più che nuova, si può definire nascente, provengono in prevalenza dalle branche di economia, ecologia ed ingegneria, ed hanno tenuto all'Università di New York appena la loro seconda conferenza annuale in questo mese di ottobre.
La conferenza si è incentrata soprattutto sulle questioni di utilizzazione e disponibilità di energia e, a quanto pare, risulta che studiosi provenienti da campi diversi, specialmente l'ecologia, riescano a cogliere l'essenza di tali problematiche sotto punti di vista che gli economisti "classici" evidentemente hanno sempre ignorato.
Non che abbia mai avuto una grande stima degli economisti, specialmente dei liberisti dissennatamente fiduciosi nelle proprietà taumaturgiche del mercato; e non nego di essere spudoratamente di parte nell'attribuire un giudizio di valore alle diverse scienze, ma penso che: "se l'energia che consumo per procurarmi il cibo, masticarlo e digerirlo è superiore all'energia che il cibo stesso mi fornisce, muoio" sia un concetto che dovrebbe risultare ovvio a chiunque, senza bisogno di essere ecologi o biologi provetti, e non avrei mai detto che potesse essere così fuori portata per la forma mentis di un economista: forse, con un pò di esercizi preliminari, potrebbe arrivare a capirlo persino Tremonti.
Il concetto di cui sopra si chiama EROI (Energy Return On Investment) e può essere applicato allo stesso modo al metabolismo di un essere vivente come ad una società tecnologica: per poter tirare avanti, non posso consumare più energia da quella che ricavo dalle mie attività.
Si calcola che nel mondo il consumo di energia per le attività umane si raddoppi ogni circa 37 anni, mentre la produzione di energia non sta al passo, raddoppiandosi ogni circa 56 anni. Ma c'è di peggio: la maggior parte della produzione energetica è ancora comunque data dall'estrazione di petrolio, e lo EROI per questa attività si sta riducendo molto velocemente, perchè i giacimenti si vanno impoverendo e l'estrazione diventa sempre più difficoltosa: negli Stati Uniti si è passati da un EROI di circa 100 nel 1930 (consumando l'energia equivalente a 1 barile di petrolio riuscivo ad estrarne 100 barili), a meno di 36 negli anni '90, a 19 nel 2006.
Il collasso dell'attuale sistema economico alimentato a petrolio è quindi, più prima che poi, garantito: quando dovrò consumare quasi tutta l'energia disponibile solo per produrre altra energia, non ne avrò più per nessun'altra attività: la nostra civiltà sta diventando come un animale con un metabolismo talmente dispendioso che deve passare tutto il suo tempo solo a mangiare senza poter fare nient'altro (ammesso, ovviamente, che riesca a trovare cibo a sufficienza).
Morale della favola: la dottrina liberista, basata sulla crescita economica continua, semplicemente non sta in piedi in termini fisici e termodinamici. Nonostante già negli anni '20 il Premio Nobel per la chimica Frederick Soddy, in "Wealth, Virtual Wealth and Debt" (Ricchezza, Ricchezza virtuale e Debito) avesse posto la questione che fosse l'energia alla base dell'economia, e non le curve di equilibrio tra domanda e offerta come ritenuto dall'ottusa scienza economica classica, che egli criticava opponendole il concetto che la "ricchezza reale" risiede nell'utilizzazione di energia per la trasformazione di oggetti fisici, che sono quindi soggetti alle leggi della termodinamica, il problema è stato grossomodo ignorato per quasi un secolo, e l'energia è stata considerata alla stessa maniera di una merce qualsiasi, e soggetta alle stesse regole di mercato di regolazione di domanda e offerta, anzichè il "cibo" senza il quale le altre merci non possono essere prodotte.
L' economia reale, in termini fisici, è lo studio di come gli uomini trasformano le risorse della natura per adattarle ai propri bisogni ed alle proprie necessità. Con buona pace di Adam Smith e della sua presunta "mano invisibile" attraverso cui il libero mercato si autoregola, e se si lascia ciascuno libero di perseguire il proprio personale interesse il risultato globale dovrebbe risultare il migliore possibile per tutta la collettività (una palese frottola la cui assurdità dovrebbe risultare intuitiva, ma alla quale tuttora parecchi prestano credito), l'economia di mercato non è compatibile con la fisica e con la termodinamica. Su questo punto il verdetto dell'Economia Biofisica è unanime: consumiamo molto di più di quello che potremmo permetterci (e se ciascuno è lasciato libero di perseguire il proprio personale intersse, continueremo a consumare altrettanto dissennatamente). Il dibattito verte, grossomodo, tra la scuola di pensiero più pessimista, secondo la quale il collasso è ineluttabile ed imminente, e gli inguaribili ottimisti secondo cui si può ancora riuscire a raddrizzare la baracca, naturalmente al prezzo di un radicale ridimensionamento dei nostri stili di vita. Si chiama anche "Scienza triste", ma almeno finalmente i conti mi tornano.

Per saperne di più:
Nathanial Gronewold: Does Economics Violate the Laws of Physics ? Scientific American, 23 ottobre 2009.

sabato 17 ottobre 2009

Il Complotto


Penso che sia il momento di tornare a trattare temi non legati alla stretta attualità; ad esempio: perchè le persone ritengono di individuare trame, complotti, volontà nascoste nelle circostanze della vita ?
Perchè, quando una serie di eventi non si presenta sotto una veste a noi favorevole, siamo pronti a pensare a trame consapevolmente ordite da Satana, dagli extraterrestri che preparano l'invasione della Terra, dalla magistratura comunista, dalla stampa comunista in combutta con tutto il resto della stampa mondiale, dal KGB, dalla suocera ?
E allo stesso modo, siamo pronti a pensare che, in circostanze fortunate, siano intervenute volontariamente entità benefiche che consapevolmente ci hanno tirato fuori dai guai (Babbo Natale, Allah, Silvio Berlusconi, Gesù Bambino, Guido Bertolaso, l'Angelo Custode, Silvio Berlusconi, il centravanti che nel tempo di recupero si sveglia da novanta minuti di letargo e finalmente la butta dentro, Padre Pio, Silvio Berlusconi, la Madonna di Lourdes) ?
Perchè crediamo di vedere figure nella forma delle nuvole o nella disposizione delle stelle, e perchè mai ci sono persone che si rovinano inseguendo il miraggio di impossibili schemi di prevedibilità nelle estrazioni del Lotto o nei numeri della roulette ?
C'è qualcosa di malato nella nostra capacità di immaginare le cause degli eventi ?
Michael Shermer (1) suggerisce una spiegazione che mi sembra dotata dei crismi della plausibilità (che sia plausibile non significa che sia esatta): egli individua un'attitudine che chiama "patternicity", che non saprei tradurre in italiano con una parola, e che definisce come la tendenza a trovare schemi dotati di significato in segnali confusi, la quale potrebbe essersi sviluppata per selezione naturale. Immaginiamo di essere un qualsiasi animaletto del bosco. Sentendo frusciare le fronde, potremmo commettere due tipi di errore nell'interpretazione di questo segnale: pensare che sia un pericoloso predatore che si sta avvicinando per mangiarci, e fuggire, mentre in realtà è solo il vento: questo si chiama "errore di tipo 1" o falso positivo; oppure pensare che sia solo il vento, mentre in realtà c'è un pericoloso predatore che si sta avvicinando; poichè la nomenclatura tecnica raramente stupisce per voli di fantasia, avrete già subodorato che si tratta in questo caso di un falso negativo o "errore di tipo 2".
Nello stato di natura che abbiamo ipotizzato, è evidente che un errore di tipo 2 costa molto più caro di un errore di tipo 1, quindi è plausibile che abbiano avuto più probabilità di sopravvivere e propagarsi animali dotati di meccanismi mentali che tendono a cogliere segni di cause attive nel "rumore di fondo" indistinto.
Ovviamente ci sono schemi causali pienamente reali: il riconoscere ciclicità nelle stagioni, nella fruttificazione delle piante, nelle migrazioni della selvaggina, ha certamente contribuito grandemente alla sopravvivenza delle prime specie di ominidi. Il fatto è che non abbiamo nessun sistema altrettanto immediato per riconoscere le interpretazioni causali corrette da quelle sbagliate: possiamo eseguire questa distinzione solo per via razionale.
E questo meccanismo psicologico di attribuzione di ogni effetto ad una causa attiva (spesso invisibile), probabilmente originato dalla maggior convenienza pratica di comportamenti prudenti, porta infine ad effetti curiosi una volta inserito nel cervello iper-concettualizzante dell'uomo.
Le relazioni umane fondate sul riconoscimento di volontà, desideri ed intenzioni nei nostri simili, ci portano a traslare simili concetti di intenzionalità anche nelle cause invisibili che riconosciamo o crediamo di riconoscere nei fatti della nostra esitenza.
Secondo Shermer, questo sarebbe il meccanismo fondamentale all'origine di misticismi, religioni, e visioni del mondo basate su entità occulte che tramano e progettano attivamente.
Come si diceva all'inizio, tutto questo discorso non ha relazioni con l'attualità di questi giorni: non dovete pensate al triste caso umano di quel pover'uomo con il complesso della statura e delle enormi orecchie che, dopo avere investito i suoi sudati risparmi per farsi impiantare sul cranio la peluria rossiccia delle ascelle di un orang-utan, disposta in filari ordinati come un vigneto, si trova minacciato da oscuri complotti di magistrati che si radunano periodicamente in sabba durante i quali concordano i futuri dispetti. Qui si parlava di percezioni elaborate, erroneamente o no, in buona fede.
Il bambino che combina una marachella dietro l'altra e si prende una sgridata dietro l'altra, quando si lamenta perchè tutti ce l'hanno con lui, lo sa benissimo di avere tante marachelle sulla coscienza.

(1) Michael Shermer: Why People Believe Invisible Agents Control the World. Scientific American Magazine - May 19, 2009.

mercoledì 7 ottobre 2009

Rinvio

Il villaggio gallico rassicura i suoi quattro lettori sull'elaborazione in corso di alcuni nuovi post.
E' tuttavia orgoglioso di annunciare il rinvio della loro pubblicazione per via di un lieve eccesso di tasso alcoolico nella pozione magica di oggi, causa festeggiamenti per la sentenza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano.
Si dà appuntamento a sbronza passata.

venerdì 2 ottobre 2009

Libertà di stampa

Il villaggio gallico è orgoglioso di aderire alla giornata di protesta a difesa della libertà di stampa del 3 ottobre 2009.

mercoledì 23 settembre 2009

La Presa del Potere


Spero di non essermi reso colpevole dell'innesco, tra i pochi sventurati lettori di questo blog, di vortici onirici a sfondo erotico dominati da Maria Stella Gelmini: credo che non potrei mai perdonarmelo. Tenterò una digressione per il rinsavimento degli internauti.
Fui tra il pubblico, molti anni fa, di un'intervista a Michele Serra, durante una Festa de l'Unità a Bologna. Era un'epoca in cui le feste de l'Unità erano ancora feste de l'Unità, con occasioni di incontro e divertente e intelligente dibattito, le signore che facevano le tagliatelle e i tortellini, il bar cubano e il ristorante della DDR. Non era ancora una specie di seduta di preghiera come oggi.
Era anche il tempo in cui era da poco terminata l'esperienza editoriale di "Cuore", poichè il Settimanale di Resistenza Umana, diretto dal succitato, era stato chiuso dall'editore con un colpo di mano piuttosto sospetto.
Tra le molte vicende, anche giudiziarie, del suo ex-settimanale, l'ormai ex-direttore ricordò una delle poche cause che "Cuore" perse in tribunale. In uno dei tanti (quasi continui) momenti in cui la Fiat da una parte lasciava a spasso i suoi operai, e dall'altra batteva cassa dallo Stato per la difesa dell'Industria Nazionale, in ossequio al principio "pubblicizzare le perdite, privatizzare i profitti", Cuore decise di dedicare la prima pagina, di propria iniziativa, ad una pubblicità della principale concorrente dell'epoca delle utilitarie torinesi, la Renault Twingo, decantandone le qualità ed invitando i lettori ad acqustare la piccola francese piuttosto che le Fiat sanguisughe del denaro pubblico.
La Renault intentò una causa contro Cuore per utilizzazione non autorizzata del marchio commerciale, nonostante si dicesse solo del bene del prodotto (in "se voi foste il giudice" de "la settimana enigmistica" questo sarebbe un caso davvero avvincente): ebbene, nel procedimento giudiziario Cuore fu condannato e dovette pagare un risarcimento alla Renault. Michele Serra spiegava: non si può parlare di una merce senza l'autorizzazione del produttore, neanche per parlarne bene. I giornali possono scrivere nei titoli di prima pagina che il Presidente della Repubblica è rincoglionito, che il Capo del Governo è un corruttore (forse non era questa l'immagne proposta allora, mi è venuta così adesso, spontanea), che il Tizio ha rubato, che il Tal altro ha tradito la moglie. Si può scrivere sui giornali: "Arrestato l'assassino del barista", quando il barista è stato appena ucciso e quindi il processo non è ancora iniziato, quindi quello arrestato non è, a termini di legge, l'assassino, ma al massimo un sospettato.
Si può infamare qualsiasi persona a torto (come nella maggior parte dei casi) o a ragione (come nel secondo degli esempi elencati), e non succederà nulla. Ma se commetti l'errore di fare incazzare Coccolino Concentrato... allora sì che ti cacci nei guai per davvero. Perchè le merci (le imprese che le producono) hanno degli uffici legali che sono delle corazzate. Quasi nessun essere umano in carne ed ossa ha la possibilità di mobilitare tante risorse per la tutela dei propri diritti come un detersivo: la maggior parte di noi, se dovesse incappare in qualche disavventura giudiziaria, si dovrebbe affidare al primo avvocato scalcinato trovato sulle Pagine Gialle.
La Costituzione Europea, abortita nel 2005 per la bocciatura di francesi e olandesi, è stata un prototipo di quadro legislativo interamente rivolto alla tutela dei diritti delle merci e dei commerci, con totale disinteresse alla tutela dei diritti delle persone (basti ricordare l'inserimento delle voci relative a previdenza e assistenza nel capitolo "solidarietà", cioè "elemosine", e non nel capitolo "diritti"), e l'attuale trattato di Lisbona non modifica sostanzialmente nulla. Io credo, anzi voglio sperare, che la bocciatura popolare nei referendum di Francia e Paesi Bassi sia stata dovuta in misura fondamentale al rifiuto di questa visone dell'Europa di mercanti e mercati, anzichè di persone e culture, ma mi pare che i mezzi di informazione abbiano accuratamente evitato di indagare ed approfondire questo aspetto.
Oggi esiste un organismo internazonale con il quale (quasi) nessun Governo al mondo oserebbe entrare in conflitto: non è l'ONU, della quale tutti, a partire dal principale beneficiario storico Israele, si infischiano allegramente: è il WTO (World Trade Organization), l'Organizzazione Mondiale per il Commercio.
Le funzioni del WTO sono quelle di rendere sempre più liberi i commerci internazionali, riducendo progressivamente i dazi e ogni altra forma di protezionismo. Formalmente, tali aperture vengono accettate liberamente a seguito di trattative paritarie tra i rappresentanti delle Nazioni, ma non occorre essere dei geni dell'economia politica per comprendere che i paesi più ricchi hanno, in queste trattative, un potere contrattuale o, per meglio dire, ricattatorio, infinitamente superiore a quello dei paesi più poveri.
Agli Stati Uniti o al Giappone, che hanno, in barba alla retorica liberista, i sistemi doganali più rigidamente protezionistici al mondo, bastano concessioni minime sui propri dazi esorbitanti per ottenere in cambio accesso alle risorse, ad esempio minerarie ed estrattive, dei paesi più poveri, a prezzi irrisori.
Questo meccanismo perverso di (falsamente) libera circolazione delle merci genera un flusso netto di risorse dal terzo mondo ai paesi industrializzati, e permette ai ricchi della terra di diventare sempre più ricchi a spese del sempre più drammatico impoverimento dei più poveri.
Noi accogliamo a braccia aperte questo flusso di risorse che contribuiscono al nostro benessere, ma guai se sono gli esseri umani ad azzardarsi a seguire lo stesso flusso.
Le merci devono poter circolare liberamente e produrre la nostra ricchezza, ma le persone in carne ed ossa non possono inseguire questa corrente di risorse per sfuggire alla povertà a cui li condanniamo. Respinti.

Le merci hanno preso il potere e ci governano.

Uomini, ribellatevi.

venerdì 18 settembre 2009

Capitale Morale


Leggo sulla pagina di Milano e dintorni de il Manifesto, in un articolo di Giorgio Salvetti (dovrei stare più attento a queste cronache dello Sprofondo Nord, sono istruttive): il Comune di Milano (ricordo al lettore meno avveduto, o saggiamente non interessato alle vicende di un'area culturalmente marginale ed arretrata: sindaco Letizia Moratti, ex Ministro della Pubblica Istruzione che ha commesso ogni turpitudine contro la logica e contro la Costituzione a proposito dell'ora di religione, ha ampiamente contribuito all'impoverimento delle risorse per le scuole pubbliche a favore di quelle private, e ha mostrato come unico interesse per l'edilizia scolastica quello di inchiodare, avvitare, incollare, saldare, murare i crocifissi nelle aule; essa opera in simbiosi con il Presidente della regione Lombardia Formigoni - Comunione e Liberazione, non c'è bisogno di aggiungere altro -).
Dicevo, l'assessorato alla salute del Comune di Milano ha lanciato lo S.O.S. sesso, ed ha prima inviato una lettera a 400mila famiglie, corroborata da manifestini sui mezzi pubblici, ed infine, verosimilmente per l'interesse dell'assessore a sviscerare ben bene la questione, la letterina è diventata un opuscolo di 15 pagine pubblicato in 300mila copie.
Il problema a quanto pare è di una gravità inaudita: sembra che le ragazzine milanesi si concedano volentieri ai piaceri della carne, e a volte richiedano anche qualche regalino in cambio. L'avreste mai detto ? Diaboliche Lolite tentatrici.
E tutto questo prodigarsi di campagne informative a tappeto è rivolto naturalmente ai genitori, isostituibile baluardo della famiglia tradizionale. L'assessore Landi di Chiavenna (verrebbe da dire nomen est omen, ma sarebbe troppo facile) scrive: "Cari genitori, ho scoperto che si pratica sesso a scuola e che c'è mercimonio del corpo per ottenere beni di consumo".
Insomma, cari milanesi, sappiate che le vostre figliole sono un pò zoccole.
(Ma lo stupore dell'assessore per la incredibile scoperta del sesso a scuola, sarà più amarezza per la decadenza morale, o più rimpianto per le occasioni perdute ? Chissà.)
Non essendo un catto-comunista, poichè mi manca almeno una delle componenti di questa ibridazione nefanda, io penserei subito ad istituire campagne di educazione sessuale nelle scuole: metodi anticoncezionali, uso del profilattico, prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale, ecc..., ma mi rendo conto di vivere in un altro pianeta, quasi reale, lontano anni luce dalla galassia virtuale che disinformazione e modelli culturali menzogneri ci hanno costruito intorno.
Il sindaco Moratti per parte sua, non si sa se proprio con intenti purificatori verso questi luoghi di peccato e perdizione, di tanto in tanto chiude qualche scuola (dev'essere un vero chiodo fisso il suo), preparando così la generazione dei milanesi del futuro: ignoranti come capre, ma casti.
L'inguaribile ipocrisia dei catto-cattolici li obbliga a fare finta di stupirsi, fare finta di preoccuparsi e fare finta di indignarsi; ma in realtà quali modelli comportamentali hanno davanti queste peccaminose fornicatrici in erba ? Se il ruolo dirigenziale a cui ambire, riservato solo a donne adeguatamente ambiziose e determinate, è quello di velina, se la città puritana che si preoccupa della virtù delle sue fanciulle esprime il meglio di sè, in qualità di migliore statista degli ultimi 150 anni, nel puttaniere a reti unificate, l'avvocato del quale (a sua volta avente ruolo legiferante in questo sfortunato Paese) ne rivendica la non punibilità in quanto "utilizzatore finale", dimostrando di non avere neanche capito da quale parte stia il problema: queste giovani educate ed indottrinate solo in quanto telespettatrici, consumatrici, e possibilmente future elettrici del signor utilizzatore finale o dei suoi discendenti, e non certo in quanto persone, perchè mai dovrebbero pensare "per una comparsata televisiva sì, per un i-Pod no" ? Cosa faranno mai di male le ragazzine (che non credo sia poi nulla di diverso da ciò che si è sempre fatto), se tanto si può anche ragionevolmente dubitare di come viene selezionata la classe dirigente del Paese ? In base a quali criteri il signor utilizzatore finale avrà assegnato poltrone ministeriali alla signora Carfagna, alla signora Brambilla, alla signora Gel...
no.
La Gelmini no. Non ce la vedo. La Gelmini non è contemplabile in alcun tipo di fantasia...
...a meno che...
...in un festino del tipo sadomaso...
...a Villa Certosa tra gente ignuda legata, fruste e stivali...
Sul più bello, irrompe la Gelmini vestita da suora brandendo un crocifisso. Sì, ripensandoci, magari ci può stare.
Nella totale banalizzazione dell'immaginario erotico che si compie nel mondo artificiale del Cavalier utilizzatore finale, anche la Gelmini la sua porca figura potrebbe farla.

mercoledì 9 settembre 2009

Storie di liberismo: William Jardine

Ci sono poche cose più istruttive di storie di epoche lontane ed apparentemente del tutto superate, nelle quali poter trovare i germi del nostro presente.
William Jardine (1784 - 1843), scozzese, potrebbe essere considerato non solo un eroe del liberismo, ma anche un pioniere dei metodi moderni di applicazione di tale dottrina economica.
Giovane neolaureato, ottenne la sua prima occupazione come medico di bordo sulle navi della Compagnia delle Indie Orientali. Gli impiegati della Compagnia avevano diritto al trasporto, sulla nave su cui erano imbarcati, di due casse di merce a testa per commercio a fini di proprio profitto personale. Sia attraverso i propri commerci diretti, sia affittando i propri spazi ad altri, Jardine fece fruttare velocemente questa opportunità: nel giro di alcuni anni si mise in proprio e, intorno al 1820, aprì un suo ufficio commerciale a Canton, il principale porto per l'import-export del sud della Cina.
Naturalmente iniziò subito a battersi, in nome della libertà di commercio e della libera concorrenza, contro il monopolio della Compagnia delle Indie grazie alla quale aveva ingrassato il suo portafogli fino a quel momento.
Vinse la sua battaglia nel 1833, quando il monopolio fu abolito dal Parlamento britannico.
Nel frattempo, Jardine, in società con James Matheson, si era lanciato in un settore commerciale molto remunerativo, anche se un tantino illegale: l'importazione in Cina di oppio dall'India. Gli affari gli andavano decisamente bene: nel decennio 1820-1830, il numero di casse di droga smerciate dall'India alla Cina passò da 4.224 a 18.956, e nel 1836 salì a 30.302. Con il numero di cinesi intossicati dall'oppio che raggiungeva cifre spaventose (le stime attorno al 1836-1838 variano da quattro a venti milioni di cinesi tossicodipendenti), il traffico non passò inosservato all'Imperatore, che dal 1836 proibì sia l'importazione che l'uso di oppio.
A quel momento, William Jardine stava già da tempo esercitando pressioni sui rappresentanti del Governo britannico perchè ingaggiassero una guerra aperta contro la Cina, colpevole di "ostacolare il libero mercato", ma dapprima non riuscì a trovare appoggio nei Sovrintendenti al commercio di nomina governativa; anzi, uno di questi, Sir George Robinson, tentò di fermare il commercio di oppio e raccomandò che i britannici smettessero di coltivare tale droga in India. Come risultato di tale impegno, Robinson fu silurato nel 1836. Anche il suo successore, Charles Elliot, non aveva in simpatia i mercanti britannici privi di scrupoli, ma la sua mente era presa da preoccupazioni ben più gravi: poichè la Gran Bretagna importava tè soprattutto dalla Cina, egli avrebbe fatto qualsiasi cosa per mantenere aperte le vie mercantili con quel Paese, per non lasciare tristemente vuote le delicate tazzine di porcellana delle gentildonne britanniche alle cinque del pomeriggio.
Nel periodo 1837-1839 le tensioni tra mercanti britannici e funzionari cinesi divennero sempre più aspre: Jardine fu riconosciuto dai Governatori di tre province responsabile di commerciare illegalmente oppio ed espulso dalla Cina, ma non rispettò il decreto di espulsione; l'Imperatore nominò un Commissario Speciale per fermare il commercio di droga, Lin Zexu, il quale riuscì a sequestrare oltre 20.000 casse di oppio nel porto di Canton e le fece distruggere. Elliot promise ai mercanti britannici che il Governo di Londra avrebbe risarcito loro le perdite (2 milioncini di sterline). Ovviamente, il Parlamento inglese rispose picche, e che se mai un risarcimento fosse stato dovuto, sarebbe stato un'incombenza del Governo cinese.
Era il casus belli che Jardine aspettava.
Attraverso un importante banchiere comune amico, ottenne un incontro con il ministro degli esteri Lord Palmerston, ed espose un proprio piano già bell'e pronto su come condurre la guerra: attraverso il blocco dei principali porti cinesi, la flotta britannica avrebbe facilmente avuto la meglio; indicò esattamente le forze da mettere in campo in termini di navi e di uomini; e diede anche indicazioni sulle condizioni di resa da imporre alla Cina: risarcimento dell'oppio distrutto ed apertura di ulteriori porti al commercio estero.
Nelle settimane successive, delegazioni di influenti mercanti e banchieri continuarono a martellare il ministero degli esteri delineando i dettagli della spedizione militare secondo quanto già indicato da Jardine.
Rimaneva il non trascurabile ostacolo di ottenere dal Parlamento un voto favorevole alla guerra; i sentimenti dell'opinione pubblica avrebbero certamente influenzato il voto del Parlamento, e sia l'idea di entrare in guerra, sia il commercio di oppio non erano argomenti sui quali poter incontrare i favori del pubblico inglese.
Il fedele socio James Matheson scrisse a Jardine di "assicurarsi i servizi di qualche giornale influente per sostenere la causa" e di assoldare qualche scittore per esprimere "in forma chiara e concisa qualche opportuno memoriale".
Immediatamente, molti giornali inglesi si riempirono di resoconti secondo i quali le autorità cinesi avevano arbitrariamente distrutto merce di proprietà non loro, e con il loro comportamento avevano direttamente insultato la Corona Britannica (in queste cronache tornò in gioco anche la "vicenda Napier". Lord Napier fu il primo Sovrintendente al commercio - predecessore di Robinson ed Elliot - incaricato nel 1834 a seguito dell'abolizione del monopolio della Compagnia delle Indie. Al suo arrivo in Cina richiese un incontro con il vicerè Lu Kun, il quale glielo rifiutò, permettendogli di trattare solamente con il "Cohong", la rappresentanza dei commercianti, e gli impose di lasciare Canton per Macao. Tale freddezza si deve al fatto che i cinesi consideravano gli inglesi, a causa della loro rozzezza, dei barbari, e non concedevano loro di conferire con alti funzionari dell'Impero; inoltre, la tensione per l'importazione di oppio stava ormai scaldando gli animi e le sbrigative richieste di Napier avevano suscitato un certo sospetto. Fato, a Canton Napier contrasse una forte febbre, e morì pochi giorni dopo il suo arrivo a Macao. La sua morte fu fatta passare come dovuta "alle offese e ai maltrattamenti" subiti). Nei resoconti dei giornali schierati a favore dell'intervento militare mancava qualsiasi accennno al commercio dell'oppio ed alle sue implicazioni morali; in compenso si batteva la grancassa della libertà di commercio e suonavano alte le fanfare dei benefici economici che l'economia britannica ne derivava.
E all'inizio del 1840 uno scrittore di un certo successo, Samuel Warren (un Bruno Vespa dell'epoca ?) pubblicò un pamphlet intitolato The Opium Question, carico di patriottiche minacce all'Imperatore cinese, il quale, di fronte alla superba potenza navale e militare della Gran Bretagna, avrebbe dovuto rivedere la sua "immagine di quei "barbari meschini" che aveva insultato, oppresso e tiranneggiato".
Il dibattito parlamentare (marzo 1840) oppose gli argomenti etici dell'esportazione illegale di droghe pericolose in Cina al dovere patriottico di difendere l'onore della Gran Bretagna minacciato dalle offese dei cinesi, e si concluse con la lettura, da parte del ministro Palmerston, di una petizione dei rappresentanti delle imprese commerciali in Cina che dichiaravano (traduco testualmente): "in mancanza di misure da parte del Governo, da sostenersi con fermezza ed energia, il commercio con la Cina non potrà in futuro essere condotto con sicurezza per la vita e le proprietà, o con profitto o beneficio per la nazione Britannica". Vincite modeste per chi indovina il primo firmatario della petizione. Al voto, il nazionalismo e il profitto batterono la logica e l'etica per 271 a 262.
La prima guerra dell'oppio (1840-1842; ne seguirà una seconda nel 1856) fu risolta molto facilmente dai britannici, che contarono 500 morti contro 20.000 cinesi; fu condotta esattamente secondo i piani di Jardine e si concluse con le condizioni di resa da lui proposte (trattato di Nanchino): pagamento dei danni di guerra, apertura di ulteriori porti al commercio estero (tra cui esattamente quelli indicati da Jardine), più la cessione di HongKong, e, dulcis in fundo, il pagamento delle 20.000 casse di oppio gettate in mare da Lin Zexu.
Un ufficiale inglese commentò la guerra con queste parole: "i poveri cinesi avevano due scelte: o sottomettersi a lasciarsi intossicare, o farsi massacrare a migliaia per difendere le proprie leggi nel proprio paese."
Non so voi, ma leggere questa storia, con lo scenario della preparazione mediatica della guerra, mi ha richiamato immediatamente la campagna di menzogne che abbiamo appena sperimentato per giustificare l'invasione dell'Iraq. E un uomo ricco e potente che ha fondato le sue fortune su affari poco leciti, e utilizza i mezzi di informazione per apparire come vittima di chissà quali soprusi, non vi fa venire in mente proprio nessuno, nella stretta attualità ?
Pralina finale. Nel 1838, mentre intensificava le sue trame per favorire lo scoppio della guerra, e mentre cresceva il numero di milioni di cinesi intossicati dal suo oppio, William Jardine fu tra i fondatori della Medical Missionary Society, di cui fu vicepresidente nel primo organigramma. La Società istituì, e gestisce tuttora, il Canton Hospital (Pok Tai) di Guangzhou, con lo scopo istituzionale di "dimostrare il valore pratico della Cristianità, combinando la salute del corpo con la preghiera".
Amen.

Principale fonte storica (insieme a varie notiziole sparse qua e là):
Benjamin Cassan - William Jardine: Architect of the First Opium War - www.eiu.edu/historia/archives/2005/Cassan