domenica 19 dicembre 2010

Uso e abuso dei test Q.I. - Un epilogo (Post N° 100)

Vorrei far partire questo racconto finale da alcuni spunti che, per necessità di sintesi, sono stati tralasciati nel corso di questa lunga saga, che possono aiutare a meglio comprendere le implicazioni delle misurazioni delle intelligenze umane da parte dei campioni del determinismo che abbiamo incontrato nelle puntate precedenti, e che ci forniranno una traccia interpretativa per il seguito di questa particolare storia:

"Noi sappiamo che cos'è la debolezza mentale e ci è sorto il sospetto che tutte le persone che sono incapaci di adattarsi al proprio ambiente, che vengono meno alle convenzioni della società o al vivere civile, siano dei deboli mentali" H.H. Goddard, 1914.

"Non tutti i criminali sono deboli di mente, ma tutte le persone deboli di mente sono criminali potenziali. Che ogni donna debole di mente sia una prostituta potenziale, a malapena sarebbe messo in discussione da qualcuno. Il senso morale come quello degli affari o quello sociale o ogni processo di pensiero superiore di altro tipo è funzione dell'intelligenza. La moralità non può fiorire e fruttificare se l'intelligenza resta infantile." L.M. Terman, 1916.

L'intelligenza è un'entità talmente sfuggente ed indefinibile che può assumere le forme che ciascuno preferisce. Attribuirle un'identificazione con la condotta morale e con l'adesione alle convenzioni sociali ci appare oggi del tutto arbitrario ed insensato, ma forse, sotto sotto, lo spirito di quel tempo non è ancora del tutto estinto e probabilmente commetteremmo un errore a sottovalutare gli effetti deteriori che queste visioni conformiste ed omologatrici possono produrre ancora oggi. Si può ora farsi un'idea di dove in realtà l'applicazione del determinismo biologico alle scienze sociali andasse a parare, e di quanti abusi possano essere commessi all'interno di questa cornice concettuale.
Nel suo monumentale lavoro di misurazione delle intelligenze per conto dell'esercito, R.M. Yerkes andò incontro a qualche cocente delusione: mentre la generalità delle reclute si collocava appena sopra il limite del moron, con un'età mentale di 13 anni, tra gli obiettori di coscienza per ragioni politiche ben il 59 % otteneva il punteggio A, il più alto della scala, ed anche quelli completamente ribelli al Governo avevano un punteggio più alto della media. Ma Yerkes trovò comunque il modo di confortare i suoi pregiudizi, grazie alle compagnie più usuali che le truppe incontrano lungo la loro strada:

"I risultati dati dall'esame delle prostitute in base ai test dell'esercito confermano la conclusione, ottenuta con test civili somministrati a prostitute di varie parti del paese, che esse sono dal 30 al 60 per cento deficienti e per la maggior parte moron di grado superiore; e che dal 15 al 25 per cento tutte le prostitute sono mentalmente di grado così basso che è saggio (come del resto è possibile in base alle leggi di molti stati) segregarle permanentemente in istituti per deboli di mente." R.M. Yerkes, 1921.
Per godere appieno di questa affermazione dovreste fare lo sforzo di immaginare il personale dell'esercito che raduna le prostitute della zona, le fa accomodare in uno stanzone e le sottopone al test del Quoziente di Intelligenza (e magari figurarvi l'espressione delle signore...).

Il lavoro di Yerkes fu premessa per l'Immigration Restriction Act del 1924, e per una serie di leggi eugenetiche varate da diversi stati degli U.S.A. nel giro di pochi anni. La legge della Virginia per la sterilizzazione coatta dei portatori di tare ereditarie, o presunte tali, fu emanata nel 1924, e la prima persona condannata fu una diciottenne bianca di nome Carrie Buck, reclusa nella Colonia di Stato per Epilettici e Deboli di Mente. Il suo caso fu portato in ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1927, e quello fu il banco di prova per la validità della legge. Il caso di Carrie Buck non avrebbe avuto nulla di particolare se non fosse stato per questa circostanza storica, a sua volta legata alla raggelante frase scritta dal Presidente della Corte Suprema Oliver Wendell Holmes, allora uno dei più celebri giuristi d'America, a conclusione del giudizio a difesa della legge della Virginia, che divenne una specie di manifesto del movimento eugenetista americano: "Tre generazioni di imbecilli bastano."
Sia Carrie Buck che sua madre Emma Buck, allora cinquantaduenne, erano state considerate frenasteniche, avendo totalizzato un'età mentale di nove e di poco meno di otto anni, rispettivamente, al test Stanford-Binet. La terza generazione di imbecilli, decisiva a far pendere la bilancia della giustizia verso la sterilizzazione, era costituita dalla figlia di sei mesi di Carrie, Vivian Buck, alla quale era stato diagnosticato un analogo deficit mentale da un'assistente sociale.
Nel 1980, il dottor K. Ray Nelson, divenuto direttore del Lynchburg Hospital dove Carrie era stata sterilizzata, scoprì che la legge del 1924 era stata applicata fino al 1972, con oltre 4000 sterilizzazioni forzate in Virginia. Carrie Buck era ancora viva ed il dottor Ray Nelson decise di andare a trovarla, seguito poi da altri studiosi e qualche giornalista, ed il caso ritornò alla luce.
Carrie Buck era allora un'anziana semplice e non molto socievole; leggeva i quotidiani e si trovava regolarmente sia con la sorella Doris che con una vicina più istruita che la aiutava a risolvere i cruciverba. La prima impressione di Ray Nelson fu confermata dagli psicologi che la esaminarono in età avanzata: non era nè ritardata, nè affetta da alcuna malattia mentale. Dunque che cosa ci faceva nel 1924 reclusa in un istituto per deboli di mente ?
Il fatto che in questa storia madri, figlie e nipoti abbiano tutte lo stesso cognome potrebbe avervi dato già qualche indizio. Carrie era una di diversi figli illegittimi di Emma Buck; fu allevata dalla famiglia Dodds, e visse con i genitori adottivi fino a diciassette anni, quando fu violentata da un parente dei Dodds. Dall'udienza che decise l'affidamento all'istituto non risulta nessuna diagnosi di deficit mentali, salvo i "si dice" della famiglia adottiva, che aveva richiesto di ricoverarla "in un istituto o da qualche parte", desiderosa solo di allontanare da casa la compromettente prominenza del suo ventre, e proteggere l'identità dello stupratore.
All'epoca del primo processo, presso la corte della Virginia, del 1924, la piccola Vivian Buck, la "terza generazione di imbecilli" aveva circa sei mesi, e la testimonianza dell'assistente sociale Miss Wilhelm: "E' difficile giudicare le possibilità di una bambina così piccola, ma mi sembra che essa non sia propriamente una bambina normale. Per l'aspetto. Devo dire che, forse, il fatto di conoscere la madre può influenzarmi sotto questo punto di vista, ma ho visto la bambina assieme alla bambina della figlia della signora Dodds, che ha tre giorni soltanto più di lei, e tra le due c'è una differenza molto marcata nello sviluppo. Ciò è accaduto circa due settimane fa. Vi è qualcosa nell'apparenza che non è perfettamente normale, ma che cosa sia esattamente non riesco a dire" è tutta quanta la prova a carico del ritardo mentale della bambina. Null'altro risulta dagli atti.
Vivian Buck morì per un'infezione intestinale a soli otto anni, e Paul Lombardo, che studiò il caso nel 1980, riuscì a recuperare le pagelle dei suoi brevi due anni di carriera scolastica. Tranne una D in matematica, le sue valutazioni oscillavano tra B e C in tutte le materie, con A in condotta. Non era una scolara brillante, tanto quanto i compagni di scuola che tutti noi abbiamo avuto che ottenevano voti appena sufficienti.
Nulla sappiamo di Emma Buck, ma a questo punto è facile dubitare che il suo presunto deficit mentale si identificasse solo con la sua condotta scarsamente morale.
"Tre generazioni di imbecilli bastano". E probabilmente in questa soria non c'è alcun imbecille, non uno. Due generazioni di figli nati fuori dal matrimonio bastano. Carrie Buck fu sterilizzata a vent'anni, e la sua famiglia fu considerata un pericolo per la salute mentale della nazione; ma probabilmente era il puritanesimo bigotto degli Stati Uniti ad essere minacciato, non certo la qualità intellettuale del Paese.
Ma non è ancora finita. Quando, nel 1980, il dottor Ray Nelson intervistò le protagoniste superstiti e ricostruì le vicende del processo presso la Corte Suprema, al "Tre generazioni di imbecilli bastano" del giudice Holmes, Doris Buck, la sorella di Carrie, scoppiò a piangere improvvisamente. D'un tratto, aveva capito perchè lei e suo marito non erano mai riusciti ad avere i bambini che avrebbero tanto desiderato; quella frase le diede conto di colpo della tristezza di tutta una vita. Si ricordò di quel giorno che, da ragazza, la portarono in ospedale dicendole che doveva essere operata di appendicite, e collegò tutto quanto.
"Tre generazioni di imbecilli bastano".
La sorella di Carrie Buck fu sterilizzata a sua insaputa.

mercoledì 15 dicembre 2010

Il Carnevale della Biodiversità

A conclusione del 2010, anno della biodiversità, segnalo ai lettori l'apposito Carnevale, che procederà a cadenza bimestrale per tutto il 2011. I migliori blog specialistici esporranno articoli a tema a partire da oggi. Per questo primo ciclo il blog ospitante è "L'orologiaio miope", che trovate tra i miei preferiti qui a destra. Ho iniziato a leggere i contributi e vi raccomando una visita: c'è da leggere e trovare spunti di riflessione a volontà. Buon divertimento.

martedì 14 dicembre 2010

Uso e abuso dei test Q.I. - parte 6 - Tempi moderni

Sir Cyril Burt finì i suoi giorni da sconfitto, riducendosi alla frode per sostenere le sue convinzioni; ma la sua idea che i bassi valori di Quoziente di Intelligenza fossero le stimmate attraverso cui riconoscere gli individui ineluttabilmente destinati agli strati più bassi della società aveva ormai segnato l'esistenza di un gran numero di persone: l'esame "eleven plus", che ogni studente sosteneva all'età di undici anni, era l'incarnazione dell'idea di un'intelligenza unilineare come una scala di valore su cui conficcare le persone una volta per sempre, e separava il 20 % di ragazzi che potevano avere accesso alle scuole classiche ed all'Università, dal restante 80 % considerato inadatto ad un'istruzione superiore e destinato alle scuole tecniche; rimase in vigore nelle scuole britanniche dal 1944 fino a metà degli anni '60, frustrando chissà quanti possibili talenti.
Inoltre la g, l'"intelligenza generale" di Spearman resuscitò ancora più volte: nel 1969, Arthur Jensen pubblicò negli Stati Uniti How Much Can We Boost I.Q. and Scholastic Achievement ? che suscitò scalpore poichè suonò come una dimostrazione definitiva della minore intelligenza innata dei neri, con 15 punti di scarto rispetto alla media dei bianchi (ricordarsi sempre di storicizzare per meglio comprendere il contesto nel quale certe affermazioni fanno presa sull'opinione pubblica: siamo in piena battaglia per i diritti civili, e Martin Luther King è stato assassinato da pochi mesi); nel suo lavoro la g risplendeva come il faro che illumina l'universo: addirittura potrebbe essere la misura di valore non solo degli umani, ma di tutti i viventi, ovviamente disposti in una scala lineare dal basso all'alto. Sentitelo qui:
"Le caratteristiche comuni dei test sperimentali sviluppati dagli psicologi comparati, che in gran parte distinguono chiaramente, diciamo, i polli dai cani, i cani dalle scimmie e le scimmie dagli scimpanzè, indicano che sono ordinabili grosso modo lungo una dimensione g (...) La g può esser vista come un concetto interspecie con una larga base biologica che culmina nei primati."
Su queste visioni caricaturali dell'evoluzione come una scala lineare di progresso ho già scritto in passato, e questo caso è tra i più imbarazzanti che abbia mai incontrato. Jensen raccolse tutti gli errori possibili che abbiamo incontrato ripetutamente in questa serie di sei storie di determinismo: la reificazione (in questo caso, galoppante) della g di Spearman da astrazione matematica a funzione mentale reale; la classificazione di entità complesse (le persone) lungo una scala lineare sulla base di un singolo valore numerico; l'errore di categoria di utilizzare i determinanti causali delle differenze entro gruppi per spiegare le differenze tra gruppi (l'ereditabilità dei valori di Q.I. entro gruppi per asserire basi genetiche alle differenze tra bianchi e neri); la confusione tra "ereditario" e "ineluttabile e non modificabile".
Ma non indovinate quali siano i dati più solidi sull'ereditabilità del Q.I. sui quali Jensen si basa ? Ancora una volta, gli studi fasulli sui gemelli identici di Burt: la frode verrà scoperta solo qualche anno più tardi.
Trovate qui una replica alle critiche di Gould nella quale Jensen, a mio avviso, si dà la zappa sui piedi più di una volta.
Nel 1994 la g resuscitò ancora, quando Richard Herrnstein e Charles Murray pubblicarono, tra grandi fanfare, The Bell Curve; nonostante la pervasiva pubblicità che lo ha accompagnato, anche questo testo non presentava alcuna tesi nuova rispetto a quanto già visto, rivestendo i vecchi pregiudizi in una cornice statistica più moderna, utilizzata però con evidente malafede: si nasconde la debolezza delle correlazioni, si tacciono dati contrari perfettamente noti e disponibili, e così via. The Bell Curve ebbe pen poco valore accademico, e fu nient'altro che la perorazione di una causa: le inuguaglianze sociali sono giustificate dall'accumularsi negli strati più bassi della società degli individui intellettualmente meno dotati, che trasmettono i loro geni scadenti alla propria discendenza; e i neri sono gravati di quei fatidici ed ineluttabili 15 punti in meno, in media, di Q.I. rispetto ai bianchi che rendono vana qualsiasi speranza di riscatto sociale. E' quindi inutile che la collettività si impegni in programmi educativi di massa e che investa risorse in welfare, poichè le disuguaglianze sociali sono irreversibili. Ma perchè questa tesi sia sostenibile, è ancora una volta necessario che si verifichino le quattro premesse fondamentali che abbiamo sempre incontrato fin dall'inizio di questo lungo discorso: - che l'intelligenza sia governata da un qualche fattore singolo ed unitario; - che sia misurabile e classificabile; - che sia ereditaria e determinata geneticamente; - che sia immodificabile. Se una sola di queste premesse fosse falsa, tutto l'edificio crollerebbe. Herrnstein e Murray non difesero nè discussero mai alcuna di queste basi cruciali del proprio lavoro; le diedero semplicemente per acquisite. L'unico punto sul quale si spesero fu la dimostrazione che i risultati dei test Q.I. non erano soggetti a distorsioni statistiche, per cui se la media del Q.I. dei neri era 85, e la media dei bianchi 100, la differenza poteva considerarsi attendibile e non soggetta a distorsioni sitematiche. Ma se da un secolo fior di psicometristi si dedicano a questa tecnica di misurazione, sarei ben meravigliato se si portassero dietro ancora dei difetti di metodo tali da distorcere i risultati ! Quello che The Bell Curve rifiutò di discutere è: se i neri ottengono, in media, un punteggio 85 ed i bianchi 100, è perchè i neri vivono, in media, in condizioni sociali peggiori rispetto ai bianchi ? E' questa la distorsione che ci interessa, mica i difetti statistici della misura.
Ed infine, l'esemplare dal quale, mesi fa, era partito lo spunto per tutta questa lunga revisione dell'argomento: il professor Richard Lynn, dell'Università di Dublino, che recentemente ha suscitato un pò di trambusto anche in Italia, affermando che i meridionali sono meno intelligenti degli italiani del Nord (touchè). Per lui classificare popoli e nazioni in base ai valori di Q.I. è una vera passione. Nel suo libro più famoso, IQ and the Wealth of Nations (2002), fa discendere ogni differenza di ricchezza o povertà, arretratezza o progresso, dai valori medi di Quoziente di Intelligenza nazione per nazione. Vale la pena solo di fare un paio di osservazioni metodologiche: Lynn classifica in base al loro Q.I. medio 185 Paesi; i dati realmente disponibili erano 81. Per le altre 104 nazioni, il valore viene o estrapolato per altre vie, o ottenuto come media tra i paesi confinanti (per alcuni dei quali, si deve presumere, a sua volta il dato sarà stato ottenuto nello stesso modo).
Prima osservazione: se qui, invece che di Quoziente di Intelligenza, si parlasse di produttività delle vacche da latte, nessuna rivista di zootecnia avrebbe mai accettato di pubblicare dati ottenuti in questa maniera.
Seconda osservazione: il metodo con cui i dati mancanti sono ottenuti, presuppone che ci sia una relazione tra gruppi etnici, o comunque geograficamente vicini, e loro valori di Q.I., che è la tesi che si vorrebbe dimostrare; la circolarità della dimostrazione non interviene, come spesso capita, nell'interpretazione dei risultati, ma addirittura nella loro produzione, nel senso più etimologicamente stretto di "pre-giudizio".
Ma questi sterili esercizi di classificazione dell'umanità per gruppi di valore, di tanto in tanto porta almeno qualche nota positiva.
Ad esempio, per i "fatidici 15 punti di Q.I."; si finisce per scoprire che i 15 punti di differenza media, in realtà ricorrono abbastanza spesso.
Di 15 punti è aumentato il Q.I. medio in alcune nazioni nei 40 anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, in parallelo al miglioramento delle condizioni generali di struttura sociale ed istruzione; e 15 punti è la differenza di Q.I. medio tra cattolici e protestanti nell'Irlanda del Nord, a favore dei protestanti (1). I nordirlandesi cattolici e protestanti non sono due gruppi etnici diversi: a meno che non si voglia sostenere che la setta religiosa sia determinata geneticamente, non sarà il caso di riconoscere che i 15 punti di Q.I. siano un retaggio più o meno standardizzato che caratterizza i gruppi socialmente svantaggiati ?

(1): Jacoby R. e Glauberman N.: The Bell Curve Debate. Times Books, New York, 1995.

martedì 23 novembre 2010

Uso e abuso dei test Q.I. - parte 5 - Delle Cose Irreali

I motivi per cui questa quinta puntata arriva ben due mesi dopo la pubblicazione della quarta sono vari e molteplici, e per la maggior parte personali; però almeno una di tali ragioni è, invece, intrinseca all'argomento trattato: avrei voluto riassumere i tratti caratterizzanti del determinismo biologico applicato allo studio dell'intelligenza, propri dell'epoca che inizia grossomodo con gli anni '30, e le nuove forme concettuali che sarebbero emerse in particolare con gli impetuosi sviluppi della genetica e della statistica in quegli anni. Ho letto e riletto, ed ebbene: non sono riuscito a trovare nulla. Nessuna nuova elaborazione concettuale, nessuna particolare innovazione teorica... si è sempre continuato a ripetere gli stessi errori commessi ad inizio secolo da Goddard e sodali, "perfezionandoli" alla luce delle nuove conoscenze genetiche, e trattandoli con tecniche statistiche più raffinate. Ma i concetti e gli errori logici sottostanti non si modificano mai.
In Intelligenza e pregiudizio, S. J. Gould fa iniziare questa fase storica con l'invenzione della tecnica statistica dell'analisi fattoriale, la quale permette di riassumere in poche componenti principali delle matrici molto vaste di correlazioni tra misure diverse. Charles Spearman, psicologo e statistico londinese, mise a punto questa tecnica appositamente per lo studio dei reattivi mentali. Trovò che tutti i test (ad es. spaziali, verbali, numerici, ecc.) hanno una certa correlazione positiva (cioè che chi riesce bene in un tipo di test tende, in generale, ad ottenere buoni risultati anche in altri). L'asse su cui si proiettano tutte le correlazioni positive (cerco di scivolare nel modo più sintetico possibile sulla trattazione matematica) è la prima componente principale, che Spearman chiamò g, o intelligenza generale. Ritenne così di avere individuato la vera e reale misura dell'intelligenza, una sorta di "energia", misurabile e graduabile, che alimentava tutte le attività mentali, e dava finalmente una base teorica al Quoziente di Intelligenza, una misurazione fino ad allora guidata solo da cieco empirismo: i test Q.I. sono validi in quanto misurano g, la nuova pietra filosofale della psicologia. Non mi dilungherò nei dettagli tecnici, e vi dirò solo che uno psicologo statunitense, L. L. Thurstone, a partire dal 1935, rase al suolo la g di Spearman semplicemente distribuendo le stesse matrici di correlazioni in gruppi il più possibile omogenei, su più assi diversi equivalenti fra loro, rappresentanti, nel nostro esempio, le distinte capacità spaziali, verbali, numeriche, ecc. La modifica statistica introdotta da Thurstone spiegava esattamente la stessa quantità di informazione, con l'effetto sorprendente che la prima componente principale, la preziosissima ed "oggettiva" g di Spearman, la misura della "vera" intelligenza, semplicemente... spariva.
Il motto che guida la preziosa attività degli statistici, al cui lavoro tutti dobbiamo riconoscenza, è che se qualcosa esiste, deve essere in qualche modo misurabile. Bisogna solo stare attenti a non farsi prendere la mano e far valere arbitrariamente la proprietà transitiva: quello che produce un valore statistico, non necessariamente è un'entità reale. Il dibattito tra Thurstone e Spearman fu infuocato, ma riassumibile, in estrema sintesi, nella reciproca accusa di avere preso per una concreta proprietà della nostra mente ciò che era soltanto un'astrazione matematica. Entrambe le accuse ebbero facilmente il sopravvento sulle difese.
Per quanto viziata dell'errore di reificazione (il trattare un concetto astratto come un'entità concreta) in modo del tutto analogo a quella di Spearman, l'interpretazione di Thurstone potrebbe considerarsi oggi premiata da una rivincita postuma, con la concezione delle intelligenze multiple di Gardner attualmente in voga.
Ma la g di Spearman imperversò a lungo, ed in quanto singola, innata, e classificabile, fornì un comodo strumento per la misurazione delle persone con un singolo numero, e la loro disposizione lungo una scala unitaria di valore.
Spearman era convinto che l'intelligenza fosse ereditaria, senza alcuna dimostrazione, ma per il solo fatto che fosse variabile tra gli individui (esattamente come Goddard); condivideva le concezioni razziste convenzionali dell'epoca (tuttavia sottolineò che le variazioni individuali di intelligenza entro le razze sovrastavano largamente le piccole differenze medie tra razze), e fu un sostenitore dell'Immigration Restriction Act americano del 1924 (vedi parte 4); tuttavia, nell'infuriare delle contese sulle implicazioni sociali e politiche delle sue pubblicazioni, si tenne tutto sommato in disparte; rimaneva uno psicologo, ed il suo interesse primario era la comprensione dei meccanismi dell'intelligenza.
Il suo più fedele allievo, e suo successore, nel 1932, alla cattedra di psicologia dello University College di Londra, Sir Cyril Burt, fu invece sempre ossessionato dall'idea dell'innatismo, che rimase il suo chiodo fisso dalla sua prima pubblicazione (1909) fino alla morte (1971). Inizialmente, adottò l'idea di un'intelligenza unitaria, innata ed ereditabile (così come l'aveva... ereditata dal suo maestro Spearman), semplicemente come puro e semplice dogma immune da discussioni; poi la difese con un fervore sempre più concitato, e sempre più frustrato dalla mancanza di dati certi a supporto. Per far capire cosa intendo, basti sapere che tentò di organizzare esperimenti su campioni di ragazzi, nel primo dei quali confrontò un gruppo di figli di piccoli commercianti di una scuola elementare con i ragazzi di classi agiate di una scuola di prestigio. Ne ricavò la dimostrazione che i rampolli di buona famiglia erano più intelligenti di quelli della classe media. A parte il campione pateticamente piccolo (43 ragazzi in tutto), la sua "dimostrazione" che tale differenza era ereditaria e non dovuta alle condizioni ambientali si ridusse: 1) ad una serie di argomentazioni, speciose fino al ridicolo, sul fatto che le condizioni ambientali in cui i ragazzi avevano vissuto non avrebbero dovuto influire troppo sui risultati del test; 2) al fatto che l'intelligenza dei ragazzi si correlava con quella dei genitori. E questo potrebbe essere un'argomento già interessante, se non fosse che l'intelligenza dei genitori... non fu mai misurata: Burt la stimò in base alla loro professione e reddito. La circolarità dell'argomento è perfino sorprendente per la sua sciatteria: si intende dimostrare che l'intelligenza è ereditaria e non dipende dalle condizioni socioculturali, e per far questo si usano le condizioni socioculturali come misura dell'intelligenza.
Nel prosieguo della sua carriera, l'esperienza non lo aiutò affatto ad eliminare i pregiudizi dalle sue conclusioni. Nel 1937, pubblicò un'accurata statistica sui ragazzi che avevano perso anni a scuola (che considerò come misura indiretta di -scarsa- intelligenza). Nei vari sobborghi di Londra, trovò correlazioni fortissime tra la percentuale dei ragazzi in ritardo scolastico e fattori quali: numero di famiglie sotto il livello di povertà; sovraffollamento; disoccupazione; mortalità giovanile. Le influenze ambientali dovrebbero risultare evidenti, ma la conclusione a cui Burt giunse fu bizzarra: i gruppi sociali meno intelligenti creano i sobborghi peggiori, e bambini poveri sono ottusi perchè figli di genitori rimasti poveri perchè ottusi.
E qui ci sono da fare un paio di osservazioni interessanti. La prima: Cyril Burt era uno scienziato famoso e rispettato, e in altri campi realizzò lavori pregevoli; quando trattava di intelligenza ed ereditarietà gli scendevano i paraocchi e le sue conclusioni erano di una inaccuratezza indisponente. Eppure pochi dei suoi contemporanei lo attaccarono e lo criticarono, nonostante gli errori logici fossero del tutto evidenti. Questo ci insegna qualcosa su come la società reagisce quando l'errore è utile a dare una patina di oggettività ad un dogma comunemente condiviso ?
La seconda: Burt non si interessò mai troppo delle differenze di intelligenza fra razze, che considerò sempre trascurabili; la sua vera missione fu quella di dimostrare che le stratificazioni sociali erano giustificate in base a differenze biologiche innate.
Negli Stati Uniti le torie ereditarie dell'intelligenza fecero da supporto alla suddivisione della società in gruppi razziali, ed alla discriminazione degli immigranti; in Inghilterra, nel cuore capitalista di un'Europa turbata dalla Rivoluzione d'Ottobre, Burt utilizza lo stesso strumento per giustificare la disuguaglianza tra le classi sociali: sarà un caso ?
E l'ereditarietà dell'intellgenza deve servire a giustificare la ridotta mobilità sociale; i figli dei ricchi saranno ricchi perchè più intelligenti dei poveri.
Ma ormai Burt si era reso conto benissimo dell'irrisolvibilità della combinazione di eredità biologica ed eredità culturale, per cui qualsiasi forte correlazione tra i valori di Q.I. di genitori e figli poteva sostenere in modo identico le due interpretazioni più estreme: fattori esclusivamente ambientali o fattori esclusivamente genetici, oltre ovviamente a tutta la infinita gamma intermedia.
Un solo caso potrebbe permettere una risoluzione tra cause genetiche ed ambientali: gemelli monozigotici, cioè geneticamente identici, separati poco dopo la nascita ed allevati in ambienti diversi. Il problema, ovvio, è la scarsità dei casi. Esistono pochi studi pubblicati: uno su soltanto 12 coppie di gemelli, uno su 19, un altro, di Shields, contempla ben 44 coppie di gemelli, ed è l'unico a fornire dettagli sulla vita di queste persone: sono di solito allevati da parenti stretti, o da amici, o da vicini di casa; si conoscono e si frequentano, in alcuni casi abitano nella stessa via. E' difficile dire che si tratti di gemelli "separati", e che vivano in ambienti realmente diversi.
Cyril Burt stupì il mondo pubblicando una serie di studi su ben 53 coppie di gemelli separati in tenera età, che confermavano pienamente l'erditabilità del quoziente di intelligenza. Anche lontani, i gemelli di Burt avevano Q.I. sempre molto simili. Burt non pubblicò i dettagli sulle loro vite; anzi, nessuno ha mai visto i dati grezzi originali, andati distrutti in un piccolo incendio in laboratorio. L'unica fonte primaria delle pubblicazioni erano carte con dati già parzialmente elaborati, che Burt conservò gelosamente nel cassetto fino alla sua morte.
Quando Burt morì, nel 1971, e le sue carte vennero esaminate, emerse la più clamorosa frode scientifica della storia: le 53 coppie di gemelli erano inventate, i loro Q.I. erano inventati, le loro perfette correlazioni predisposte a tavolino, ed erano inventati anche i collaboratori che avevano raccolto i dati in giro per il mondo.
Il prestigioso e stimato Sir Cyril Burt, sconfitto e frustrato, aveva spinto la sua disperata difesa dell'ereditabilità dell'intelligenza oltre il lecito.

domenica 14 novembre 2010

Che fortunelli che siamo

Un membro del Congresso degli Stati Uniti, John Shimkus, del Partito Repubblicano, aspira a presiedere il Comitato Nazionale per l'Energia, mica bau bau micio micio.
Ebbene, questo signore afferma con ostentazione di salda certezza che noi non dobbiamo preoccuparci affatto del cambiamento climatico e del riscaldamento globale.
Ohibò ! Che bella notizia, vista la posizione istituzionale a cui punta, avrà certamente studiato in modo approfondito le informazioni più recenti ed avrà trovato che...

l'accumulo di anidride carbonica nell'atmosfera è già in regressione perchè siamo diventati bravissimi e abbiamo incominciato a consumare meno ?
Acqua.
Finora abbiamo sbagliato tutti i conti ed abbiamo maldestramente sopravvalutato il fenomeno ?
Niente affatto.
Si sono scoperti meccanismi di compensazione finora sconosciuti che impediscono che la temperatura della Terra aumenti oltre un certo limite ?
Macchè.

Il dato incontrovertibile su cui l'Onorevole Shimkus poggia la sua sicurezza è...

...che nella Bibbia (Genesi, cap. 8, 21-22) Dio ha promesso a Noè che dopo il Diluvio non avrebbe mai più distrutto la Terra un'altra volta.

Quindi, siamo a postissimo. Siamo in ottime mani.

Per mia incapacità, non riesco a fornire un link diretto per la fonte originale. Ci arrivate, spulciando un pò, attraverso "Rationally Speaking" tra i miei preferiti qui a destra.

martedì 9 novembre 2010

D'ora in poi, il nostro motto



"Chi ama la cultura ama TUTTE le culture; quindi è contro il razzismo."

Claudio Abbado, "Vieni via con me", RaiTre, lunedi 8 novembre