lunedì 23 gennaio 2012
Hit Parade
Giusto la settimana scorsa vi ho presentato l'ultima scoperta del 2012 in fatto di Primati; ma in questi giorni, come ogni anno, l'Università dell'Arizona ha pubblicato l'elenco delle 10 specie più curiose ed interessanti scoperte nel corso del 2011 (scelte fra le tante con criteri, si presume, del tutto arbitrari, ma in fatto di eccentricità e stravaganze c'è poco da eccepire).
Potete così fare la conoscenza con Caerostris darwini, il ragno capace di tirare fili lunghi fino a 25 metri, che costruisce ragnatele di quasi 3 metri quadri, anche sospese su fiumi e laghetti, e la cui seta è il materiale più resistente mai studiato, 10 volte più del kevlar;
con Mycena luxaeterna, il fungo luminescente;
con Halomonas titanicae, il batterio mangia-ruggine che (con un pò di pazienza...) si sta pappando il relitto del Titanic;
con Varanus bitatawa, il magrissimo e variopinto varano arboricolo delle Filippine, lungo più di 2 metri per circa 10 kg;
con Glomeremus orchidophilus, dall'isola di Réunion (Mascarene), il grillo impollinatore, unico caso ben documentato per un Ortottero, che più che altro dimostra la straordinaria capacità di specializzazione delle Orchidacee nello scegliersi il proprio insetto pronubo (infatti questo grillo impollina una ed una sola specie di orchidea, Angraecum cadetii, molto rara);
con Philantomba walteri, l'antilope del Benin scoperta sotto forma di tranci in un mercato delle carni (la scoperta vale solo per noi occidentali, dato che gli autoctoni conoscevano benissimo sia l'antilope che le ricette ad essa più acconce);
con Tyrannobdella rex, la straordinariamente schifosissima sanguisuga con predilezione per le mucose umane, scoperta nel naso di una ragazzina peruviana (ma potrebbe andarvi anche peggio): se volete notizie più dettagliate, ne aveva già parlato anche L'orologiaio miope;
con Psathyrella aquatica, unico caso conosciuto di Basidiomicete (i classici e familiari funghi a cappello) che fruttifica sott'acqua, sul fondo dei fiumi;
con Saltoblattella montistabularis, lo scarafaggio che salta come una cavalletta;
con Halieutichtys intermedius, il pesce pipistrello a forma di frittella minacciato dallo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico.
lunedì 16 gennaio 2012
New Entry
Dobbiamo un caloroso bentrovato a Microcebus gerpi, ultima specie di Primate ad essere scoperta: pubblicazione fresca fresca del 2012.
Si tratta di un piccolo lemuride del peso di circa 65 - 70 g, di cui sappiamo ancora quasi nulla, salvo il fatto che è, manco a dirlo, seriamente minacciato dalla scomparsa del suo habitat, la foresta pluviale di pianura in un'area probabilmente molto ristretta del Madagascar orientale.
Intanto, piacere della conoscenza e buona fortuna.
domenica 15 gennaio 2012
Il suicidio della crescita
In questa settimana mi sono capitati diversi pensieri da affrontare: uno "scatto di anzianità" di un certo impatto simbolico, una rimanenza di Nebbiolo che avevo preso in previsione di una cena che poi non si è fatta, e adesso mi tocca berlo... a volte la vita ci sottopone a prove molto dure.
Così oggi mi limito a sottoporvi questo articolo di Paolo Cacciari pubblicato mercoledì scorso, che da qualche giorno sto cercando di esaminare per commentare, ma in realtà merita di essere proposto così com'è: c'è ben poco da aggiungere.
Così oggi mi limito a sottoporvi questo articolo di Paolo Cacciari pubblicato mercoledì scorso, che da qualche giorno sto cercando di esaminare per commentare, ma in realtà merita di essere proposto così com'è: c'è ben poco da aggiungere.
lunedì 9 gennaio 2012
E al mignolino, che era il più piccino...
Delle genti che hanno bisogno di dodici pollici per fare un piede, e di tre piedi per fare una yarda, possiamo immaginare che abbiano sempre avuto la maggior parte delle dita delle mani occupate nell'impugnatura di una clava, di una mazza ferrata o di una spada, e che nel seguito dei secoli e delle tecnologie, di cannoneggiamanto in cannoneggiamento, abbiano potuto imporre le loro stravaganti unità di misura ad un vasto impero.
D'altra parte, se illustri conquistatori precedenti sono finiti in malora perchè i vari prefetti locali potevano permettersi di versare nelle casse dell'impero solo VI sesterzi ogni XIV di tributi riscossi, in un sistema di numerazione che nemmeno contemplava uno zero, capiamo che la praticità del fare di conto non era considerata una priorità fondamentale.
E quindi si può ben comprendere il rapido successo sia della numerazione araba, sia delle misure decimali (i nostri numeri sono in realtà di origine indiana, e gli arabi sono stati il tramite per la loro conoscenza ed introduzione in Europa).
A dire il vero, un sistema di computazione in base dodici funzionerebbe altrettanto bene, se avessimo una serie di 12 simboli numerici anzichè 10, ad esempio introducendo # tra 7 ed 8, e § dopo il 9. Avremmo un bellissimo tabellone della tombola 12 x 9, con ampliamento delle fantasie cabalistiche (La Paura fa 108), e la sestina sarebbe un premio piuttosto ambito.
Tutte le operazioni matematiche funzionerebbero altrettanto bene, ed avrebbero identiche proprietà: la computazione in base 10 non ha nessuna obbligatorietà intrinseca, basta solo che ci sia corrispondenza tra la ciclicità dei simboli ed il modo di fare le operazioni. La complicazione non sta nell'avere 12 once in una libbra, o 60 secondi in un minuto; la complicazione è gestire il conto di queste sottounità con le 10 cifre da 0 a 9 (spesso gli strumenti da laboratorio misurano il tempo in minuti e centesimi di minuto, e credo che prima o poi si dovrà fare questo passo anche nell'uso comune).
Anzi, forse un sistema a 12 cifre potrebbe fornire qualche piccolo vantaggio di utilità spicciola: le quantità corrispodenti a 12 e a 144 sarebbero rappresentate in cifre tonde, 10 e 100, e così via, e sarebbero divisibili per 2, per 3, per 4 e per 6, anzichè soltanto per 2 e per 5.
D'altra parte, la numerazione binaria, fatta solo di 0 e 1, è in realtà quella che oggi viene usata maggiormente, a nostra insaputa, ad esempio ogni volta che accendiamo uno strumento del tipo di quello che state utilizzando in questo momento: insomma, le 10 cifre non sono in sè un vincolo per il buon funzionamento dei calcoli.
Se dunque la nostra numerazione attuale ha preso piede, oltre che per la voglia che prenderebbe chiunque abbia da fare una sottrazione di gettare prontamente alle ortiche i MCCXVIII ed i CXLIV, è per la elementare corrispondenza tra i numeri espressi dalle cifre ed il più antico sistema di computazione da sempre usato: le dita delle mani.
Ed ecco che giungiamo alla legittima domanda del nipote quattrenne che ha originato tutto questo discorso: "Perchè le dita sono cinque ?"
Fino a venti - venticinque anni fa, la risposta sarebbe stata piuttosto sicura: la pentadattilia è un archetipo, fissato una volta per tutte fin dalle origini dei Tetrapodi (vocabolario non necessariamente da usarsi con il quattrenne). I Tetrapodi (i vertebrati terrestri: Anfibi, Rettili, Mammiferi e Uccelli) hanno da sempre avuto arti con una struttura di base a cinque dita, che può andare incontro a riduzioni di numero come adattamenti secondari. C'erano soddisfacenti spiegazioni embriologiche: l'arto si sviluppa per ramificazione di segmenti successivi: un osso singolo (omero o femore) poi due (radio e ulna o tibia e fibula), poi il più piccolo dei due si ramifica ulteriormente nelle tre serie di segmenti successivi che nell'insieme costituiscono il carpo o il tarso, fino ai cinque metacarpi o metatarsi; ed anche adattative: il terzo dito costituisce il proseguimento dell'asse centrale dell'arto, e due dita per lato sono il numero ottimale per garantire stabilità di appoggio ma non intralciare troppo la velocità di spostamento; tanto che laddove la velocità diventa di importanza primaria, purchè si faccia conto su terreni duri e solidi, la tendenza vantaggiosa è quella di ridurre il numero di dita che poggiano a terra, e si potrebbe fare tutto il bel discorso canonico sull'evoluzione del cavallo.
C'era, per la verità, la notevole eccezione degli Anfibi, che hanno cinque dita agli arti posteriori, ma sempre quattro a quelli anteriori, in tutte le specie sia viventi che fossili.
E a dirla proprio tutta, nei Tetrapodi più antichi ritrovati, dai poco memorabili nomi di Ichthyostega e Acanthostega, risalenti al Devoniano (390 - 340 milioni di anni fa), la documentazione fossile non forniva arti sufficientemente completi da permettere un conteggio preciso delle dita, ma si dava quasi per scontato che ne avessero cinque.
Ma per fortuna la storia naturale è più ricca di complessità di quanto noi immaginiamo, e le certezze hanno cominciato a vacillare dal 1984, quando Lebedev scoprì un altro antico tetrapode del Devoniano, il Tulerpeton, dotato di arti con sei dita. A stretto giro, nel 1987, furono scoperti nuovi reperti fossili sia di Ichthyostega che di Acanthostega, con arti finalmente ben completi: sette dita per Ichthyostega, e otto dita per Acanthostega.
Così, in poco tempo, ci siamo ritrovati a riconoscere tre specie ancestrali di vertebrati terrestri, e NESSUNA delle tre ha cinque dita.
Ancora, negli stessi anni, Shubin ed Alberch pubblicarono i loro studi sullo sviluppo embrionale delle dita, basati sul tempo di formazione degli abbozzi, e fecero, almeno in parte, cadere il modello dell'asse centrale con ramificazioni laterali. C'è sì un asse principale, ma esso costitiusce le basi di tutte le dita, in sequenza (da posteriore ad anteriore, il che ribalta la numerazione anatomica delle dita: il primo dito, il pollice, è l'ultimo a formarsi); il modello non è dunque quello delle ramificazioni delle venature delle foglie, con un asse centrale e vene laterali che si biforcano via via, ma piuttosto quello di un pettine, con un asse "portante" da cui partono in successione tutti i rami terminali (e anche qui c'è una complicazione: quello che nasce per primo è il 4° dito - l'anulare - , poi c'è una ramificazione contraria in senso posteriore, il 5° dito - il mignolo - , e poi in successione verso l'avanti 3°, 2° e 1° dito).
Ed ecco che allora la pentadattilia è una stabilizzazione secondaria, pur se antichissima, di un numero inizialmente variabile, ottenuta attraverso l'arresto di una proliferazione di ramificazioni in successione. Il modello di Shubin ed Alberch trova conferme nel fatto che nelle storie evolutive di specializzazioni comportanti la riduzione del numero di dita, il primo dito a sparire è sempre il primo, cioè l'ultimo a formarsi; viceversa, mutazioni più o meno rare che inducono dita soprannumerarie, osservate in diverse specie di vertebrati, producono dita supplementari oltre il primo (esistono rari casi di esadattilia anche nell'uomo, ma si tratta di solito di biforcazioni precoci dell'abbozzo embrionale di un dito: cioè, non un dito in più oltre il pollice, ma un dito che si "duplica" sdoppiandosi all'inizio del suo sviluppo: può darsi che la posizione peculiare del nostro primo dito renda fisicamente e geometricamente difficile l'espressione di mutazioni di tipo "proliferativo").
Ma dunque, perchè il numero cinque si è stabilizzato in modo così ineluttabile in tutta la nostra storia di vertebrati terrestri, al punto di non potere più essere modificato ? Come abbiamo detto, mutazioni in grado di ripristinare numeri più alti di dita esistono, ma non si sono mai affermate in nessun gruppo; anzi, al contrario, quando le necessità adattative hanno reso vantaggioso un dito supplementare, l'evoluzione ha inventato percorsi incredibilmente tortuosi: il "falso pollice" del Panda gigante, che è in realtà un ingrossamento del sesamoide radiale, un osso del polso; anche negli Anfibi Anuri ci sono spesso prepollici o prealluci, derivati da segmentazioni supplementari lungo l'asse del radio o della tibia, che normalmente non partecipano alla formazione di dita (che, come ho detto sopra, derivano dagli assi delle ossa minori, ulna e fibula).
Possiamo dubitare che quegli antichissimi tetrapodi ancestrali del Devoniano si siano estinti a causa delle difficoltà a contare, avendo un numero di dita variabile, ma il motivo di una stabilità così persistente, a dispetto della potenzialità tuttora esistente di modificazioni, rimane un mistero. Possiamo fantasticare su quali meraviglie avrebbe potuto esplorare sulla tastiera un Johann Sebastian Bach con otto dita per mano; ma allo stesso modo dovremmo anche rallegrarci del fatto che i nostri antenati non siano andati incontro a specializzazioni estreme come quella dei nostri amci equini, ed abbiano conservato tutto il loro banale ed indifferenziato corredo di dita che, magari per semplice casualità, fu fissato in epoche lontanissime su un numero "abbastanza buono per tutti gli usi", determinando fin da allora la nostra maggior propensione per centimetri e millimetri rispetto (ironia della nomenclatura) a piedi e pollici.
D'altra parte, se illustri conquistatori precedenti sono finiti in malora perchè i vari prefetti locali potevano permettersi di versare nelle casse dell'impero solo VI sesterzi ogni XIV di tributi riscossi, in un sistema di numerazione che nemmeno contemplava uno zero, capiamo che la praticità del fare di conto non era considerata una priorità fondamentale.
E quindi si può ben comprendere il rapido successo sia della numerazione araba, sia delle misure decimali (i nostri numeri sono in realtà di origine indiana, e gli arabi sono stati il tramite per la loro conoscenza ed introduzione in Europa).
A dire il vero, un sistema di computazione in base dodici funzionerebbe altrettanto bene, se avessimo una serie di 12 simboli numerici anzichè 10, ad esempio introducendo # tra 7 ed 8, e § dopo il 9. Avremmo un bellissimo tabellone della tombola 12 x 9, con ampliamento delle fantasie cabalistiche (La Paura fa 108), e la sestina sarebbe un premio piuttosto ambito.
Tutte le operazioni matematiche funzionerebbero altrettanto bene, ed avrebbero identiche proprietà: la computazione in base 10 non ha nessuna obbligatorietà intrinseca, basta solo che ci sia corrispondenza tra la ciclicità dei simboli ed il modo di fare le operazioni. La complicazione non sta nell'avere 12 once in una libbra, o 60 secondi in un minuto; la complicazione è gestire il conto di queste sottounità con le 10 cifre da 0 a 9 (spesso gli strumenti da laboratorio misurano il tempo in minuti e centesimi di minuto, e credo che prima o poi si dovrà fare questo passo anche nell'uso comune).
Anzi, forse un sistema a 12 cifre potrebbe fornire qualche piccolo vantaggio di utilità spicciola: le quantità corrispodenti a 12 e a 144 sarebbero rappresentate in cifre tonde, 10 e 100, e così via, e sarebbero divisibili per 2, per 3, per 4 e per 6, anzichè soltanto per 2 e per 5.
D'altra parte, la numerazione binaria, fatta solo di 0 e 1, è in realtà quella che oggi viene usata maggiormente, a nostra insaputa, ad esempio ogni volta che accendiamo uno strumento del tipo di quello che state utilizzando in questo momento: insomma, le 10 cifre non sono in sè un vincolo per il buon funzionamento dei calcoli.
Se dunque la nostra numerazione attuale ha preso piede, oltre che per la voglia che prenderebbe chiunque abbia da fare una sottrazione di gettare prontamente alle ortiche i MCCXVIII ed i CXLIV, è per la elementare corrispondenza tra i numeri espressi dalle cifre ed il più antico sistema di computazione da sempre usato: le dita delle mani.
Ed ecco che giungiamo alla legittima domanda del nipote quattrenne che ha originato tutto questo discorso: "Perchè le dita sono cinque ?"
Fino a venti - venticinque anni fa, la risposta sarebbe stata piuttosto sicura: la pentadattilia è un archetipo, fissato una volta per tutte fin dalle origini dei Tetrapodi (vocabolario non necessariamente da usarsi con il quattrenne). I Tetrapodi (i vertebrati terrestri: Anfibi, Rettili, Mammiferi e Uccelli) hanno da sempre avuto arti con una struttura di base a cinque dita, che può andare incontro a riduzioni di numero come adattamenti secondari. C'erano soddisfacenti spiegazioni embriologiche: l'arto si sviluppa per ramificazione di segmenti successivi: un osso singolo (omero o femore) poi due (radio e ulna o tibia e fibula), poi il più piccolo dei due si ramifica ulteriormente nelle tre serie di segmenti successivi che nell'insieme costituiscono il carpo o il tarso, fino ai cinque metacarpi o metatarsi; ed anche adattative: il terzo dito costituisce il proseguimento dell'asse centrale dell'arto, e due dita per lato sono il numero ottimale per garantire stabilità di appoggio ma non intralciare troppo la velocità di spostamento; tanto che laddove la velocità diventa di importanza primaria, purchè si faccia conto su terreni duri e solidi, la tendenza vantaggiosa è quella di ridurre il numero di dita che poggiano a terra, e si potrebbe fare tutto il bel discorso canonico sull'evoluzione del cavallo.
C'era, per la verità, la notevole eccezione degli Anfibi, che hanno cinque dita agli arti posteriori, ma sempre quattro a quelli anteriori, in tutte le specie sia viventi che fossili.
E a dirla proprio tutta, nei Tetrapodi più antichi ritrovati, dai poco memorabili nomi di Ichthyostega e Acanthostega, risalenti al Devoniano (390 - 340 milioni di anni fa), la documentazione fossile non forniva arti sufficientemente completi da permettere un conteggio preciso delle dita, ma si dava quasi per scontato che ne avessero cinque.
Ma per fortuna la storia naturale è più ricca di complessità di quanto noi immaginiamo, e le certezze hanno cominciato a vacillare dal 1984, quando Lebedev scoprì un altro antico tetrapode del Devoniano, il Tulerpeton, dotato di arti con sei dita. A stretto giro, nel 1987, furono scoperti nuovi reperti fossili sia di Ichthyostega che di Acanthostega, con arti finalmente ben completi: sette dita per Ichthyostega, e otto dita per Acanthostega.
Così, in poco tempo, ci siamo ritrovati a riconoscere tre specie ancestrali di vertebrati terrestri, e NESSUNA delle tre ha cinque dita.
Ancora, negli stessi anni, Shubin ed Alberch pubblicarono i loro studi sullo sviluppo embrionale delle dita, basati sul tempo di formazione degli abbozzi, e fecero, almeno in parte, cadere il modello dell'asse centrale con ramificazioni laterali. C'è sì un asse principale, ma esso costitiusce le basi di tutte le dita, in sequenza (da posteriore ad anteriore, il che ribalta la numerazione anatomica delle dita: il primo dito, il pollice, è l'ultimo a formarsi); il modello non è dunque quello delle ramificazioni delle venature delle foglie, con un asse centrale e vene laterali che si biforcano via via, ma piuttosto quello di un pettine, con un asse "portante" da cui partono in successione tutti i rami terminali (e anche qui c'è una complicazione: quello che nasce per primo è il 4° dito - l'anulare - , poi c'è una ramificazione contraria in senso posteriore, il 5° dito - il mignolo - , e poi in successione verso l'avanti 3°, 2° e 1° dito).
Ed ecco che allora la pentadattilia è una stabilizzazione secondaria, pur se antichissima, di un numero inizialmente variabile, ottenuta attraverso l'arresto di una proliferazione di ramificazioni in successione. Il modello di Shubin ed Alberch trova conferme nel fatto che nelle storie evolutive di specializzazioni comportanti la riduzione del numero di dita, il primo dito a sparire è sempre il primo, cioè l'ultimo a formarsi; viceversa, mutazioni più o meno rare che inducono dita soprannumerarie, osservate in diverse specie di vertebrati, producono dita supplementari oltre il primo (esistono rari casi di esadattilia anche nell'uomo, ma si tratta di solito di biforcazioni precoci dell'abbozzo embrionale di un dito: cioè, non un dito in più oltre il pollice, ma un dito che si "duplica" sdoppiandosi all'inizio del suo sviluppo: può darsi che la posizione peculiare del nostro primo dito renda fisicamente e geometricamente difficile l'espressione di mutazioni di tipo "proliferativo").
Ma dunque, perchè il numero cinque si è stabilizzato in modo così ineluttabile in tutta la nostra storia di vertebrati terrestri, al punto di non potere più essere modificato ? Come abbiamo detto, mutazioni in grado di ripristinare numeri più alti di dita esistono, ma non si sono mai affermate in nessun gruppo; anzi, al contrario, quando le necessità adattative hanno reso vantaggioso un dito supplementare, l'evoluzione ha inventato percorsi incredibilmente tortuosi: il "falso pollice" del Panda gigante, che è in realtà un ingrossamento del sesamoide radiale, un osso del polso; anche negli Anfibi Anuri ci sono spesso prepollici o prealluci, derivati da segmentazioni supplementari lungo l'asse del radio o della tibia, che normalmente non partecipano alla formazione di dita (che, come ho detto sopra, derivano dagli assi delle ossa minori, ulna e fibula).
Possiamo dubitare che quegli antichissimi tetrapodi ancestrali del Devoniano si siano estinti a causa delle difficoltà a contare, avendo un numero di dita variabile, ma il motivo di una stabilità così persistente, a dispetto della potenzialità tuttora esistente di modificazioni, rimane un mistero. Possiamo fantasticare su quali meraviglie avrebbe potuto esplorare sulla tastiera un Johann Sebastian Bach con otto dita per mano; ma allo stesso modo dovremmo anche rallegrarci del fatto che i nostri antenati non siano andati incontro a specializzazioni estreme come quella dei nostri amci equini, ed abbiano conservato tutto il loro banale ed indifferenziato corredo di dita che, magari per semplice casualità, fu fissato in epoche lontanissime su un numero "abbastanza buono per tutti gli usi", determinando fin da allora la nostra maggior propensione per centimetri e millimetri rispetto (ironia della nomenclatura) a piedi e pollici.
giovedì 22 dicembre 2011
L'Importanza del Manager
Prenderò spunto da un articolino di Stefano Feltri (da non confondersi con l'abominevole quasi omonimo) su Il Fatto Quotidiano di ieri, intitolato: E licenziare i manager ?, che a sua volta riporta la pubblicazione Primo, licenziare tutti i manager, del professore della London Business School Gary Hamel, recentemente uscita sulla Harvard Business Review.
La tesi, in estrema sintesi, è che i grandi capitani d'azienda non possano fare molto più che danni, dato che la loro inefficienza nel prendere decisioni è garantita dalla distanza dalla prima linea della realtà operativa, che aumenta proporzionalmente al potere decisionale; e non giustifica minimamente l'enorme costo della loro retribuzione.
Come controfattuale appropriato, viene riportato il caso della Morning Star, un'industria conserviera di grande successo negli Stati Uniti che lavora pomodori, ed è interamente gestita dai lavoratori che si auto-organizzano in gruppi di lavoro spontanei a seconda del coinvolgimento di ciascuno nei compiti dell'altro, senza nessun manager.
Di sicuro il ruolo di conduzione delle imprese tende ad essere valutato moltissimo, e sempre di più: nonostante le aziende non se la passino molto bene, nel 2010 i compensi per i "top manager" sono cresciuti mediamente del 17% in Italia, e del 23% negli U.S.A. Sempre negli Stati Uniti, nel 2010 gli Amministratori Delegati delle 500 più importanti aziende quotate in Borsa hanno percepito in media emolumenti pari a 343 volte quelli di un operaio delle stesse aziende; trent'anni fa, nel 1980, lo stesso rapporto era di 42 volte. In Italia l'andamento è stato del tutto simile; nel 2010 i compensi del 10 % dei lavoratori con i compensi più bassi e quelli del 10 % con quelli più alti, erano in rapporto 1 a 243. E, calcolando anche il valore delle stock options, il costo del lavoro di un singolo Marchionne è pari a quello di 6400 (seimilaquattrocento) operai Fiat: il motivo per cui merita tale spropositata retribuzione è avere polso sufficiente per disfarsi di qualche migliaio di operai allo scopo di ridurre il costo del lavoro. C'è qualcosa che non quadra in questo discorso ? In realtà quasi nulla quadra.
Sono giustificate queste ricompense così sproporzionate ? E quanto incidono realmente le capacità di un manager nel determinare il successo di un'azienda ?
Teoricamente la risposta sarebbe semplice: basta guardare i risultati. Ma appunto per questo non è semplice affatto.
Ogni attività ha periodi favorevoli, nei quali quasi tutto "funziona", o momenti di crisi, indipendenti dalle scelte che si fanno. Molto spesso il successo o l'insuccesso sono definiti dall'epoca in cui si occupa una certa posizione più che dalle capacità. Si potrebbero raccontare migliaia di storie di grandi manager cacciati dopo alcuni anni di risultati scadenti, e dei loro successori baciati dal successo semplicemente portando avanti progetti già impostati dal predecessore; e che magari chiamati ad incarichi ancor più importanti ancora avvolti dall'aura del trionfo, lasciano l'azienda prima che vengano alla luce i disastri provocati dalle loro scelte.
All'inizio degli anni '50 un manoscritto fu sottoposto a molti editori dal padre dell'autrice, e ripetutamente rifiutato perchè "molto noioso", "tedioso resoconto di tipici litigi familiari, piccoli fastidi e adolescenti emotivi", "anche se fosse stato scritto cinque anni fa, quando l'argomento era attuale, non avrebbe avuto possibilità". Quando infine quel testo fu stampato, Il Diario di Anna Frank divenne uno dei libri più venduti al mondo.
Nell'ambito dell'editoria, come delle produzioni cinematografiche, è più facile avere delle controprove, perchè a volte l'editore o il produttore sono costretti a mangiarsi le mani vedendo un progetto da essi rifiutato portato al successo da altri, e gli esempi potrebbero essere migliaia e migliaia.
Il produttore di Hollywood David Picker disse: "Se avessi detto sì a tutti progetti che ho bocciato, e no a tutti quelli che ho accettato, le cose sarebbero andate all'incirca nello stesso modo".
In realtà, per quanto si studi e si valutino i pro e i contro di un qualsiasi progetto, è pressochè impossibile prevederne il successo a priori, se poi ci si dovrà misurare con i gusti del pubblico, e l'esito può essere legato ad una quantità enorme di variabili incontrollabili.
Le cose non vanno diversamente per chi produce elettrodomestici o pentole a pressione, ove un manico dalla forma ergonomicamente perfetta può non incontrare il gusto estetico della massaia, o il colore di una manopola può rendere più attraente un prodotto concorrente.
Questo non vuol dire che non ci siano manager più bravi di altri: si tratta di prendere decisioni, alcune di importanza vitale, altre secondarie; e in una serie di scelte, ciascuno di noi prenderà delle decisioni giuste ed altre sbagliate; alcuni saranno più bravi perchè sbaglieranno con meno frequenza di altri. Ma in quali sequenze le serie di successi e di errori si dispongano nel corso del tempo, è pressochè completamente casuale.
Una serie di scelte indovinate può garantire uno strepitoso successo per qualche anno, poi magari il semplice ritorno alla frequenza di errore "normale" (piazzandone magari qualcuno nelle decisioni cruciali) può portare al declino. E magari uno molto bravo potrebbe avere una frequenza di scelte sbagliate un pò superiore al suo standard nei primi anni, con una fase negativa destinata ad essere ribaltata in seguito, ma non potrà dimostrarlo perchè sarà silurato prima.
Il primo grafico (1) mostra i rendimenti degli 800 più importanti fondi di investimento degli Stati Uniti nel quinquennio 1991-95. Le barre nere rappresentano il rendimento maggiore o minore rispetto alla riga centrale orizzontale, che è semplicemente la media; gli 800 gestori sono ordinati da sinistra a destra dal "migliore" al "peggiore".
Se doveste investire ora i vostri risparmi per i prossimi anni, scegliereste qualcuno che si trova verso sinistra o verso destra in questa graduatoria di rendimenti ?
Ebbene, nel secondo grafico ci sono gli stessi 800 fondi, disposti nello stesso ordine da sinistra a destra, con le barre nere che rappresentano il loro rendimento nei 5 anni successivi, 1996-2000.
Se si guarda l'immagine nel suo complesso, si può notare che le barre nere tendono a stare, nell'insieme, un pochino più in alto nella parte sinistra che in quella destra della figura; quindi ci sono effettivamente dei gestori un pò più bravi di altri; ma le fluttuazioni casuali sono largamente preponderanti e rendono le differenze "sistematiche" pressochè impercettibili.
Una controprova si ebbe in un famoso e divertente esperimento condotto in Italia nel 2006. Su un tavolo fu messo un mucchio di cubetti, ciascuno con il nome di un titolo quotato in Borsa, rappresentanti l'intero indice Mibtel. Ad un simpatico macaco di cinque anni di nome Tilly, fu fatto capire che veniva premiato con una caramella ogni volta che consegnava un cubetto preso dal mucchio allo sperimentatore. In questo modo fu scelto un portafoglio di cinque cubetti, in base alle competenze economico-finanziarie del macaco (per la cronaca: Autogrill, Eni, Finmeccanica, Montepaschi e Tenaris), con cui costruire un fondo di investimento virtuale. Dopo un mese, al netto di tasse e commissioni, il fondo-macaco ebbe un rendimento dell' 1,4%, contro lo 0,7% della media dei fondi azionari italiani gestiti da operatori professionali ed esperti.
Non ho alcun dubbio che su un periodo di tempo più lungo, gli operatori professionali avrebbero dimostrato di fornire risultati migliori della scimmia (per quanto, a livello umano, le mie simpatie vadano al macaco piuttosto che ad un broker); ma è appunto il lungo termine il fattore cruciale per la valutazione delle capacità in attività soggette a forti influenze casuali nell'ottenimento dei risultati, come è la gestione delle aziende.
In realtà, occorrerebbe che ogni manager rimanesse alla guida della stessa società per 30 o 40 anni, attraversando un'adeguata serie di fasi favorevoli e sfavorevoli, per potere fare una valutazione minimamente rigorosa delle sue capacità in base ai risultati conseguiti; ma questo, evidentemente, non accade mai.
Quindi, l'idea di licenziarli tutti in blocco non è così campata in aria, specialmente se bisogna strapagarli a livelli esorbitanti. L'abbattimento dei costi sarebbe sicuro, il decadimento nei risultati no. Almeno nel breve periodo, il rapporto costi/benfici favorisce il macaco.
(1) I grafici e diverse altre informazioni sono tratti da: Leonard Mlodinow - La passeggiata dell'ubriaco - Le leggi scientifiche del caso. Rizzoli, 2010
mercoledì 14 dicembre 2011
Stiamo attenti, ci difendono
Si moltiplicano le indesiderabili imprese dei difensori della nostra razza. Ieri, giusto mentre stavo scrivendo qualche riga prendendo alcuni spunti da un bell'articolo di Marco Revelli su il manifesto sull'assalto al campo Rom di Torino, è arrivata la nuova esplosione dello stesso malefico bubbone a Firenze. Ricominciamo dunque da capo.
Trovo molto difficile vedere una relazione o qualche forma di parallelismo tra i due fatti, se non che sono due ramificazioni distinte che si originano dallo stesso sottofondo culturale. Decenni di propaganda razzista producono i loro frutti in molti modi diversi, e questa ampiezza di varianti nell'espressione dell'odio lo rendono ancor più pericoloso.
Leggere del miserabile substrato culturale nel quale si muoveva il ragioniere di Firenze, ed entro il quale aveva comodamente guadagnato la qualifica di "intellettuale" scrivendo articoletti e libercoli - pare che in queste ore si sia scatenata una corsa frenetica alla cancellazione delle pagine web che li recensivano entusiasticamente - dà un'idea delle radici del suo gesto. Non posso permettermi di leggere nel cervello di nessuno, ma ho la sensazione che anche il mito della ricerca della "bella morte" abbia avuto il suo peso nella sua decisione. Di sicuro hanno ragione i senegalesi: non si può liquidare il tutto come il gesto di un pazzo isolato. Non si trattava di un pazzo, e meno che mai isolato. Esiste, e purtroppo prospera, una sottocultura di miti razziali, e sarebbe un errore tragico voltarsi dall'altra parte per ignorare il problema. Anzi, la cosa migliore che si possa fare è renderla il più possibile palese, esporla, farla uscire dalle catacombe dei circoli addobbati con croci celtiche, e portarla allo scoperto. Affrontare il rischio della maggior pubblicità per confutarla, sbugiardarla, ridicolizzarla. Non dovrebbe essere difficile, e nel mio piccolo penso di tentare qualcosa.
La qualifica di "intellettuale" credo sia appuntata anche, nell'ambito della Lega Nord, sul Presidente Regionale Cota il quale, a differenza dei suoi colleghi di partito, sarebbe, dicono, capace di leggere e scrivere. Però non esercita, e sull'assalto al campo Rom di Torino non ha trovato nulla da dichiarare.
Un pogrom.
Causato dalla bugia di una ragazzina. Causato dalla volontà di vendicare uno stupro. Causato da un equivoco.
False tutte e tre le frasi.
Andando a memoria, l'esigua minoranza degli stupri che vengono denunciati ammonta a non meno di 5-6 al giorno, che passano in mezzo ad un'indifferenza generale anch'essa tragica. Non si usa vendicare gli stupri in quanto tali.
Nella testa della ragazzina impaurita da una mamma bigotta e dal proprio stesso gesto liberatorio, la bugia dello stupro appare improponibile: come si fa a renderla più credibile ? Si può dare la colpa agli zingari: allora sì che tutto il quartiere sarà solidale. Si va sul sicuro scaricando le colpe su un nemico già identificato a priori. Non c'è alcun equivoco, e la bugia è stata la CONSEGUENZA di un odio che era già stato fomentato così ampiamente da essere ben percepito e conosciuto dalla ragazza, non la causa.
L'odio era già dato per scontato. Su quello si è potuta appoggiare qualsiasi ulteriore costruzione di menzogne.
Revelli cita il titolo de La Stampa, uscito prima che emergesse la verità: "Mette in fuga i due rom che violentano la sorella". Non i violentatori: i rom che violentano. La categoria precede e prevale sull'azione. Il giudizio tocca prima cosa si è, poi cosa si fa. Nessun giornale titolerebbe mai "Un toscano e un ligure stuprano una ragazza", ma "Due rom stuprano una ragazza" appare normale. Aggiungo anche che se queste due notizie fossero vere entrambe, una sola si guadagnerebbe un titolo di giornale.
Così come non si titola mai "Ingegnere edile ubriaco al volante travolge un passante". Che motivo c'è di categorizzare l'atto dell'ubriachezza nefasta ? Lo si fa solo nel caso "Marocchino ubriaco al volante eccetera." Allora suona bene alle orecchie del pubblico. Quanto bisogno abbiamo di nemici contro cui scatenarci ?
E' un'impostazione che non a caso trova uno specchio giuridico nell'introduzione del reato di immigrazione clandestina, che crea la mostruosità di poter punire le persone per ciò che sono e non per ciò che fanno.
Una crisi economica profonda esaspera i conflitti sociali; e la propaganda della borghesia (che oggi, 2011, è borghesia in senso più che mai ottocentesco ed elitario) addita il diverso, l'estraneo, il nemico esterno al corpo sociale, come quello che ha perturbato una passata epoca felice in realtà mai esistita: perchè i penultimi della società impegnino le loro forze a fare guerra contro gli ultimi per contendersi brandelli di povertà, lasciando tranquilli i beneficiari ed i privilegiati dello sfacelo.
Si diffonde sfiducia nella democrazia rapprentativa, e imperversa l'antiparlamentarismo (con molte buone ragioni, beninteso). Non i rappresentanti indegnamente eletti, ma solo un Uomo della Provvidenza potrà riportare la guida politica in mani salde e sicure e ridare dignità alle masse frustrate.
E a voi non appare un panorama di Weimar sull'orizzonte ?
martedì 6 dicembre 2011
Il seguito delle foglie morte - Elogio di Andy Capp
Nel post precedente abbiamo visto come una disposizione ordinata (foglie sistemate sul marciapiede e non sulla strada) possa derivare spontaneamente da un movimento caotico e del tutto casuale e non direzionale. Perchè questo si verifichi è necessaria, ovviamente, una fonte di energia (il passaggio dei veicoli che genera il movimento); ma soprattutto, occorre che le contingenze storiche e/o ambientali determinino condizioni diverse di stabilità / instabilità in parti diverse della distribuzione casuale (le foglie che finiscono casualmente sul marciapiede sono stabilmente "fissate" e non si muovono più, mentre quelle sulla strada verranno movimentate di nuovo).
Si tratta, in fin dei conti, solo di una versione dell'esempio canonico della passeggiata dell'ubriaco: l'ubriaco esce dal bar e si incammina barcollando verso casa (almeno in quella che a lui sembra la via di casa), oscillando a caso a destra e a sinistra ad ogni passo; da un lato del marciapiede ha i muri della fila di case a cui può appoggiarsi per rimanere in piedi; dalla parte opposta metterà il piede in fallo fuori dal bordo del marciapiede e cadrà; e non essendo in grado di rialzarsi, si addormenterà lì a sognare insetti e millepiedi (è il sogno ricorrente degli alcolisti, per chi non lo sapesse).
Il personaggio letterario più competente sulla materia, Andy Capp, esemplificò al meglio il procedere per oscillazioni laterali casuali, in una striscia che purtroppo non sono riuscito a recuparare, nella quale spiegava con il naso rubizzo al poliziotto che lo osservava con pacato disgusto: "Vede, agente, il mio problema per arrivare a casa non è la lunghezza della strada, ma la larghezza."
Noi non possiamo prevedere quanta strada percorrerà l'ubriaco; ma abbiamo la quasi certezza che domattina lo troveremo addormentato, in qualche punto del percorso, nella scolina al bordo della via, anche se nel suo barcollare non c'è alcuna tendenza verso quella specifica direzione.
Tuttavia, se abitassi in un quartiere in cui l'alcolismo fosse una grave piaga sociale, nel vedere tanti ubriachi riversi in quella posizione, potrei pensare che ci sia un qualche cosa che li spinga a cercarla attivamente; invece, si tratta solo di una "configurazione stabile" sulla quale hanno termine le oscillazioni casuali.
Di esempio canonico in esempio canonico, non poniamo limiti alla banalità: lancio della moneta (qualcuno l'ha mai vista una moneta che abbia realmente una croce sul verso e una testa sul retro ? Esisterà ? Chissà se si coniano delle monete apposta per tirare a sorte ?). Probabilità di ottenere testa oppure croce ? 50% e 50%, e non ci sono dubbi (gli statistici preferiscono 0,5 e 0,5 perchè sono numeri più "maneggevoli" per fare i calcoli. Adotterei questa computazione). Però, se lancio la moneta, diciamo, 10 volte, ho probabilità piuttosto alte di ottenere, ad esempio, 7 teste e 3 croci (frequenze osservate: 0,7 e 0,3). Se la lancio 1000 volte, è praticamente impossibile (probabilità talmente basse ecc...) che abbia 700 teste e 300 croci. Altrettanto probabilmente lo scarto assoluto tra le due alternative sarà superiore alle 4 unità del 7 a 3 di prima, ma in termini di frequenze, aumentando il numero di lanci ci si avvicinerà sempre di più allo 0,5 a 0,5 che ci si aspetta (ad esempio: 480 a 520, 40 unità di scarto e frequenze 0,48 e 0,52). Immagino che nessuno eseguirà materialmente l'esperimento, che non ha l'aria di essere appassionante, ma spero che il principio sia chiaro: via via che aumenta il numero di lanci, le frequenze di teste e di croci TENDONO effettivamente alle attese probabilistiche di 0,5 e 0,5.
Introduciamo ora qualche modifica ai meccanismi di casualità (ho letto questo esempio da qualche parte e non mi ricordo più dove): prendiamo da un mazzo di carte 5 "numeri" (dall'asso al 7 se preferiamo le carte napoletane, che ci eviteranno il fastidio di cercare i jolly per toglierli) e 5 figure (fanti, cavalli e re). Mescoliamo il nostro mazzettino di 10 carte, e ne estraiamo 5 a caso. Poi ricostruiamo di nuovo il nostro mazzettino da 10 in proporzione alle carte estratte (cioè: se ho pescato 3 figure e 2 numeri, mi rifarò un mazzetto di 6 figure e 4 numeri), e così via.
Ora fermi tutti e torniamo al punto di partenza. Ho in mano 5 figure e 5 numeri, devo estrarre 5 carte a caso e riprendermene altrettante corrispondenti a quelle estratte. Quante probabilità ha ciascuna delle prossime carte che mi troverò in mano di essere una figura oppure un numero ?
0,5 e 0,5, evidentemente: le due alternative hanno esattamente le stesse probabilità iniziali.
Se eseguo l'estrazione a caso di 5 carte e la loro "riproduzione" per 100 cicli consecutivi, che tipo di tendenza potrei osservare, dopo aver conteggiato tutte le figure e tutti i numeri che mi sono passati per le mani nei 100 passaggi ?
Sorpresa: in questo caso, più si allunga la serie delle estrazioni a sorte, più il conto delle carte che ho avuto in mano si ALLONTANERA' dalle probabilità iniziali di 0,5 e 0,5. Pressochè inevitabilmente, rileverò una frequenza altissima o di figure o di numeri, ed una frequenza bassissima della rispettiva controparte. Perchè, dopo un certo numero di cicli in cui figure e numeri variano oscillando casualmente, prima o poi estrarrò o 5 figure o 5 numeri, e da quel momento in avanti continuerò a ricostruire mazzetti contenenti sempre e solo lo stesso tipo di carte.
Quindi, se dovessi trarre delle conclusioni dal risultato complessivo di una sola serie di cicli di riproduzione, senza tenere conto della struttura della variazione, potrei immaginare una forte tendenza di un tipo di carte ad essere estratto e duplicato preferenzialmente.
Eppure, la stima iniziale di probabilità 0,5 e 0,5 per i due tipi di carte era esatta. Ancora una volta, una configurazione stabile che pone un limite alle oscillazioni casuali mi potrebbe dare una percezione fallace di una tendenza.
Distorsioni di questo genere potrebbero rivelarsi particolarmente ingannevoli se mi occupassi di scienze storiche: dovrei trarre tutte le informazioni dall'unica realtà che ha effettivamente avuto luogo, senza possibilità di ripetere l'esperimento (e probabilmente mi scervellerei a cercare i fattori causali che hanno generato una tendenza inesistente).
Tornando alle carte, con un approccio sperimentale, invece, potendo ripetere la prova tutte le volte che vogliamo, avremmo la possibilità di verificare che metà delle volte avremo prevalenza di figure, e nell'altra metà di numeri; e poi potremmo sbizzarrirci a costruire modelli di variazione diversi, ad esempio con tre classi anzichè due, oppure con classi a probabilità diverse; ad esempio, con una carta per ogni valore nel mazzetto delle 10 iniziali: l'asso che fa classe a sè; il gruppo 2-7; e le figure. Sarebbe interessante scoprire quanto spesso il gruppo inizialmente più abbondante finisce per monopolizzare il risultato finale, e con quale frequenza, che sarà bassa ma non irrilevante, mi ritroverò alla fine con un mazzetto di 10 assi (sì, dovrò procurarmi più mazzi di carte).
E così, semplicemente dando alle carte da gioco la possibilità di riprodursi, abbiamo costruito un micro-modellino di micro-evoluzione: gruppi diversi che rimangono isolati da una stessa popolazione iniziale e iniziano a riprodursi separatamente, si diversificano in vario modo tra di loro: e il tutto (udite, udite !) senza neanche chiamare in causa la selezione naturale (cioè differenze di potenziale riproduttivo per tipi diversi a seconda delle circostanze).
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