domenica 29 agosto 2010

Scendo in campo


Ho deciso. Lo affronterò.

Ma per sbaragliare il CaiNano avevo bisogno di 5 punti programmatici tali da far impallidire i cinque suoi; un compito molto difficile, di fronte ad un simile Gigante della Politica (eh, va bè, voi ridete, però poi sono io che lo devo affrontare in campagna elettorale...). Infatti ho dovuto impegnare quasi un quarto d'ora in faticose elaborazioni, ma adesso li ho messi a posto. Ecco i 5 punti del mio programma di Governo:

- punto 1): Avete presente le magliette delle squadre di calcio che si vendono, credo a caro prezzo, proprio uguali a quelle vere, che hanno sulla schiena tanto di numero e nome del calciatore famoso ? Bene, il mio punto 1) è: divieto di indossarle per i bambini grassi (perchè un bambino ciccione con la maglia a righe rosse e nere con scritto dietro "7 - Shevchenko" è una cosa che non si può vedere).

- punto 2): Adunata della domenica mattina. Ci si organizza in turni, e la domenica mattina presto ci si trova e si va in giro a suonare i campanelli delle case dove abitano i Testimoni di Geova.

- punto 3): Abolizione della Svizzera.

- punto 4): Installazione obbligatoria, su tutte le selle e sellini di motociclette e motorini di ogni ordine e grado, di un dispostivo omologato che chiameremo, per chiarezza, "strizzatesticoli", da applicarsi al conducente. Lo strizzatesticoli agisce con forza direttamente proporzionale al rumore prodotto dal veicolo.

- punto 5): Tutte le stronzate inutili che si comprano le donne (scarpe con tacchi contrastanti le leggi della fisica, foulard autoimpiglianti, capi di abbigliamento sberluccicanti, creme modellanti all'estratto di jojoba del Paranà Occidentale, pitture ed intonaci facciali, ecc...) non potranno uscire dal negozio se la donnella acquirente non sarà in grado di calcolare la quantità di anidride carbonica rilasciata nei processi di produzione e distribuzione della stronzata medesima, e la riduzione di superficie di ghiacciai alpini ad essa ascrivibile.

Votate, votate, votate.

Al Tappone ha le ore contate.

venerdì 27 agosto 2010

Libero


Sono 150 anni che l'Italia è uno Stato unitario.
Che bella cosa essere uno Stato.
I cittadini si costituiscono in una comunità, si danno delle leggi, lavorano, sfruttano le risorse disponibili, producono ricchezza, ed una parte di questa ricchezza viene utilizzata dallo Stato, cioè dalla collettività, per le sue funzioni di utilità sociale, a beneficio di tutti. Bello. Proprio bello.
Certo, la gestione dello Stato ha dei costi, che si riversano su tutti coloro che producono ricchezza, cittadini e imprese.
Le attività dello Stato non possono essere troppo dispndiose, altrimenti penalizzerebbero la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.
La gestione dei beni culturali costa. Non possiamo pretendere di coltivare la nostra cultura, perchè questo finirebbe per penalizzare la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.
Anche una scuola ben attrezzata e funzionante costa. Non possiamo pretendere che i nostri giovani ricevano un'istruzione troppo buona, perchè finiremmo per penalizzare la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.
Per non parlare dei costi della sanità. Perchè dissipare risorse per curare i nostri malati, se questo riduce la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale ?
Anche assicurare la sicurezza dei cittadini nei confronti della microcriminalità costa. Costa addestrare le forze dell'ordine ed istruirle su ciò che possono e non possono fare; e costa mandarle in giro per le città. Meglio affidarsi a ronde di facinorosi che bastonano tutti quelli che hanno la pelle un pò troppo scura per i loro gusti: è un sistema un pò 'ndo cojo cojo, ma non grava sulla competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.
E anche lottare contro la criminalità, quella vera, costa. Considerando che le attività illegali sono uno dei principali fattori di competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale, perchè dannarsi l'anima a perseguire le frodi fiscali, i traffici illeciti, la corruzione, l'esportazione di capitali e le collusioni con la criminalità organizzata ? Anzi, è meglio mettere a Capo del Governo il Campionissimo di tutte queste attività, e la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale non potrà che beneficiarne.
Con tutti questi costi, se il territorio, anche nelle aree più preziose e particolari, offre delle risorse che possano produrre ricchezza, eh, bè, quelle bisogna sfruttarle. Non possiamo permetterci di tutelare l'ambiente nel quale viviamo, perchè questo penalizzerebbe la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.
E le attività che producono ricchezza producono anche rifiuti, a volte pericolosi. Non possiamo pretendere che le imprese li smaltiscano seguendo tutte le regole, perchè questo danneggerebbe la loro competitività sul Libero Mercato Globale. Che si portino illegalmente in Campania o in Nigeria, non possiamo mica stare lì a preoccuparci troppo della salute degli abitanti del luogo: ne va della competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.
Le imprese devono mantenere le retribuzioni dei lavoratori al livello più basso possibile, per mantenere la loro competitività sul Libero Mercato Globale.
E' sciocco che i sindacati pretendano di tutelare i diritti dei lavoratori: non si rendono conto che così limitano la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale ?
Di eventuali diritti superstiti, non si deve pretendere che essi vengano applicati proprio bene del tutto, altrimenti si danneggerebbe la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.
Anche pretendere misure adeguate per la sicurezza sul lavoro è un impedimento per la competitività delle nostre imprese sul Libero Mercato Globale.

Considerato che il tipo di rapporto di lavoro che meglio garantisce la competitività delle imprese sul Libero Mercato Globale è, senza possibilità di errore, lo schiavismo, il lettore faccia ora due più due e dica in quale direzione ci porta l'inseguimento della falsa religione del Libero Mercato.
Rimane la contropartita, più volte rimarcata in passato in questa colonna, che lo scarso potere di acquisto degli schiavi finirebbe per impedire alle imprese, rese finalmente pienamente competitive, di vendere i propri prodotti a chicchessia.

Quando infine questo assurdo crollerà su se stesso (e sono convinto che non manchi molto), io festeggerò nel seguente modo: la sera, ricondotte nel loro recinto le poche capre che a quel punto costituiranno il mio sostentamento, mi rinchiuderò nella mia baracca e tirerò fuori dal frigorifero (ovviamente spento e non più alimentato da lungo tempo) l'ultima bottiglia di champagne gelosamente conservata per lunghi anni. Me la scolerò fino all'ultima goccia, e finalmente potrò ruttare in faccia ad Adam Smith ed alle sue ridicole superstizioni.

giovedì 19 agosto 2010

Thally è vivo e lotta insieme a noi


Bè, e voi come lo chiamereste, familiarmente, un vostro cuginetto - Uomo di Neanderthal ? A me pare che Thally vada più che bene.
Questo post avrebbe dovuto essere completato circa tre mesi fa, ma si sa come vanno le cose, il tempo è quello che è, e non si riesce mai a scrivere tutto quello che si vorrebbe.
Ripartiamo quindi dal mese di maggio, quando viene pubblicato un lavoro di un plotone di oltre 50 autori, con Richard Green come capofila (e una volta tanto la fonte originale è accessibile a tutti): con tutte le comprensibili difficoltà del caso, i nostri eroi sono riusciti ad ottenere una preziosa manciatina di sequenze di DNA da ossa di Neanderthaliani di circa 38000 anni fa, e le hanno messe a confronto con le corrispondenti sequenze di scimpanzè e di diverse popolazioni umane attuali.
Lo studio ha fornito una serie di risultati interessanti, di alcuni dei quali si è parlato piuttosto poco.
Tanto per cominciare, di tutto il catalogo disponibile di caratteristiche genetiche proprie dell'uomo e differenti da scimpanzè, orang-utan ed altri primati, il campione di sequenze ottenute dalle ossa neanderthaliane ne presenta, come è facile attendersi, una percentuale molto alta, tra 87 e 90 % circa.
Ma alcune informazioni che mi paiono piuttosto interessanti riguardano una lista di una quindicina di regioni, contenenti uno o più geni, che sembrano essere state soggette ad un'attiva selezione nella linea degli umani moderni (vi risparmio principi e metodi di calcolo utilizzati da Green e colleghi, che potete trovare comunque nell'articolo attraverso il link qui sopra), mentre i Neanderthal mostrano frequenze più alte rispetto alle attese della variante ancestrale. Alcuni dei geni interessati da questa evoluzione recente sono noti per mutazioni associate, nell'uomo moderno, a particolari malattie: DYRK1A è situato nell'area critica per la sindrome di Down (sindrome che si manifesta quando un tratto del cromosoma 21 è presente in triplice, anzichè duplice, copia); NRG3 è un gene le cui mutazioni paiono associate alla schizofrenia; CADPS2 e AUTS2 sembrano coinvolti nell'insorgenza dell'autismo. Ovviamente questo non ha nulla a che fare con il voler intendere che i Neanderthal fossero autistici o schizofrenici (mai confondere la variazione entro gruppi con la variazione tra gruppi): si vuol far notare piuttosto come alcuni di questi geni soggetti a cambiamenti recenti nell'evoluzione umana sembrino coinvolti nell'espressione di qualche forma di capacità cognitiva (come si ricava dagli esiti patologici dei loro malfunzionamenti). Un altro gene di questo sparuto gruppetto si chiama RUNX2, e le sue mutazioni sono associate alla displasia cleidocraniale, caratterizzata da una ritardata chiusura delle suture del cranio durante lo sviluppo, malformazioni della clavicola, e una forma a campana della cassa toracica. Ebbene, alla ritardata chiusura delle suture si associa spesso un osso frontale prominente, una specie di cresta, che è una caratteristica che distingue il cranio dei Neanderthal (e degli altri ominidi arcaici) dall'uomo moderno; le clavicole dei Neanderthal erano di forma differente dalle nostre, con un'architettura un pò diversa dell'articolazione della spalla, e la gabbia toracica a campana è un'altra caratteristica comune agli ominidi ancestrali, Neanderthal compreso. Green e colleghi concludono quindi che il cambiamento evolutivo a livello del gene RUNX2 possa avere avuto una notevole importanza nell'aspetto dell'uomo moderno, influendo su diverse caratteristiche morfologiche della parte superiore del corpo.

In conclusione alla raccolta di tutta una messe (ben più ampia di quella che ho sintetizzato al massimo qui) di dati sulle diversità e similarità genetiche, se si pone, come appare dalle stime attualmente disponibili, l'ultimo antenato comune tra uomo e scimpanzè a circa 6 - 8 milioni di anni fa, se ne ricava che la separazione, cioè la fuoriuscita dall'Africa dei Neanderthal, tra questi ultimi e gli antenati degli uomini moderni (che rimanevano per il momento nel continente di origine) dovrebbe essere avvenuta all'incirca 300 - 400 mila anni fa.

Un punto che invece ha suscitato un certo scalpore è che Green e colleghi hanno trovato tracce di flusso genico tra i Neanderthal e tutte le popolazioni moderne non africane: cioè essi si sono incrociati con gli uomini moderni, e la stima ottenuta è che una quota tra 1 e 4 % del nostro genoma sia di origine neanderthaliana. Il fatto che (nonostante i resti dell'Uomo di Neanderthal siano stati trovati principalmente in Europa) tale valore sia praticamente costante tra le popolazioni attuali europee, asiatiche ed oceaniche, mentre non si trovi traccia di tale incrocio in Africa, fa supporre che la commistione risalga alla prima uscita dell'uomo moderno dall'Africa, circa 80000 anni fa, nell'area medioorientale, da dove l'uomo anatomicamente moderno ha intrapreso la sua espansione in tutte le direzioni.








Lo spunto per ritornare sull'argomento mi è stato fornito da un recente commento di Michael Shermer, che pone più o meno esattamente la stessa questione che avrei preso in esame io nel post che non ho mai scritto tre mesi fa: se l'uomo moderno e l'Uomo di Neanderthal si sono incrociati fra loro, non sta più in piedi la classificazione di Homo neanderthalensis come specie separata ed estinta; dovremmo invece parlare di una sottospecie, Homo sapiens subsp. neanderthalensis, che non potremmo nemmeno considerare estinta, in quanto confluita in Homo sapiens sapiens.

Considerazioni a margine: dunque i circa 300000 anni di separazione geografica non sono stati sufficienti a separare riproduttivamente i due gruppi. In questa stessa colonnina giallina avevo indicato, tempo fa, un possibile caso di speciazione quasi istantanea, che avrebbe potuto completarsi nell'arco di poche generazioni. Le vie dell'evoluzione sono (quasi) infinite: perchè un evento di speciazione si completi, il tempo di separazione è ovviamente importante, ma è altrettanto importante anche la qualità dei cambiamenti evolutivi che intercorrono in quel frattempo: nel caso citato del fringuello 5110 di Daphne Major, la migrazione ed il drastico collo di bottiglia demografico di una popolazione originata da una singola coppia avevano contribuito a cambiare due caratteri cruciali per il riconoscimento sessuale: il canto e la forma del becco. Nel nostro caso, la divergenza morfologica che abbiamo sviluppato nelle centinaia di migliaia di anni di separazione non è stata sufficiente a far sì che non ci riconoscessimo più come partner riproduttivi: meglio non lasciare andare l'immaginazione sui metodi di corteggiamento di 80000 anni fa, ma i Neanderthal avevano conservato il loro bravo sex appeal ai nostri occhi, nonostante tutto quel tempo.

La seconda cosa che mi viene in mente è che sicuramente starà per partire l'ennesima campagna dell'esimio professore Richard Lynn e dei suoi sodali: sapendo che le tracce di genoma neanderthaliano sono assenti nelle popolazioni africane, questi bravi signori avranno ormai già intrapreso una delle loro consuete arrampicate sugli specchi per pretendere di dimostrare che gli Uomini di Neanderthal erano in realtà intelligentissimi...

giovedì 12 agosto 2010

La green economy di una salamandra



Un vertebrato ad energia solare ? Fino a due settimane fa, nessuno pensava che potesse esistere. E invece...

I protagonisti di questa curiosa collaborazione energetica sono la salamandra maculata (Ambystoma maculatum) ed un'alga unicellulare, Oophila amblystomatis. Come il nome forse può già suggerire, l'alga è conosciuta da lungo tempo come tipicamente associata alle uova dell'anfibio. La salamandra depone le sue uova in acqua, in ammassi gelatinosi. L'alga si sviluppa all'interno della gelatina e delle uova stesse, e con la sua attività fotosintetica fornisce ossigeno e carboidrati agli embrioni in sviluppo, ricevendo un cambio una ricca fertilizzazione azotata dalle sostanze di risulta del metabolismo animale, con reciproco vantaggio; era stato già osservato che gli embrioni che crescevano in gelatine prive di alghe avevano uno sviluppo più lento e impiegavano più tempo per arrivare alla schiusa delle uova.
Ryan Kerney, dell'Università di Halifax (Canada) ha osservato che le cellule algali sono presenti non solo nelle uova e nella gelatina che le raggruppa, ma anche all'interno delle cellule degli embrioni stessi. Questo tipo di simbiosi endocellulare con alghe era finora conosciuto in diversi invertebrati (ad esempio coralli; ma ti pareva che, a proposito di invertebrati, L'Orologiaio Miope non avesse già descritto un caso ancora più affascinante ?), ma non si era mai visto in un vertebrato, e si pensava che l'efficacia dei sistemi immunitari degli animali a noi più simili rendesse impossibile queste coesistenze.
Kerney ha osservato anche che le cellule algali all'interno degli embrioni sono circondate da un fitto addensamento di mitocondri, gli organelli cellulari che funzionano da centrali energetiche, che presumibilmente sfruttano i carboidrati e l'ossigeno prodotti dalla fotosintesi.
Inoltre, sembra che ci sia una fase piuttosto precisa dello sviluppo embrionale che induce una intensa ed improvvisa "fioritura" delle alghe contenute nell'uovo, e questa potrebbe coincidere con l'inizio del rilascio, da parte dell'embrione, del "concime organico" utile alla Oophila. Ed è probabilmente in questa stessa fase che alcune cellule algali riescono a penetrare in quelle dell'embrione.
Ma le alghe proliferano perchè sono già presenti nell'uovo. L'ultima osservazione notevole è che la Oophila è presente anche negli ovidotti delle femmine adulte, quindi presumibilmente le uova vengono deposte già "seminate" e non raccolgono, o raccolgono solo in parte, alghe dall'ambiente esterno (e questo ci risparmia anche un notevole mal di testa, perchè l'ipotesi che le alghe potessero trasmettersi attraverso la linea cellulare germinale, cioè essere presenti nelle cellule uovo, avrebbe posto una quantità di complicazioni molto difficili da affrontare).

Trovate ulteriori dettagli qui.

martedì 10 agosto 2010

I nodi vengono al pettine


Un giorno due ricercatrici dell'Università dell'Arkansas notano una piantina di Brassica napus var. oleifera (per tutti gli altri comuni mortali: colza) in un parcheggio di un grande magazzino nel lontano Nord Dakota (mi pare di essere Alberto Sordi che invoca lo Sceriffo del Kansas City: è vero che gli americani ci fregano con i nomi: che interesse avrebbe potuto suscitare una pianta di colza a Lurate Caccivio ? La pianta di colza del Nord Dakota fa tutto un altro effetto). La prelevano e scoprono, come probabilmente avevano sospettato, che si tratta di colza geneticamente modificata, resistente all'erbicida ad ampio spettro glifosate, che viene spesso usato anche per diserbare parcheggi ed aree similari.
Ci potrebbe anche essere poco di strano, dato che la colza geneticamente modificata è ampiamente coltivata nel Nord Dakota: di tutte le coltivazioni OGM del mondo, gli Stati Uniti ne ospitano il 50 %; e il secondo Paese della graduatoria, il Brasile, è appena al 16 %. D'altra parte è già stata documentata in altri paesi (Canada, Regno Unito, Giappone) la fuoriuscita accidentale di piante OGM dalle aree di coltivazione. Il fatto è che in tutti i casi noti, le piante fuoriuscite erano state trovate nelle vicinanze dei campi coltivati; e quel parcheggio di supermercato era veramente lontano da qualsiasi azienda agricola.
Cosa fanno due ricercatrici, e per di più di Ecologia, in un caso del genere ? Ricercano, ed organizzano un piano di campionamento lungo le strade del Nord Dakota. Ogni 8 kilometri ci si ferma e si esamina una parcella di tot metri quadri. Percorrono un bel 2300 kilometri su e giù per lo stato, e campionano 288 parcelle. Quasi la metà delle 288 parcelle conteneva una o più piante di colza. Assicurano che molte si trovavano "nel mezzo di nulla" senza alcuna relazione con la distanza dalle coltivazioni; e, con il caratteristico disprezzo degli statunitensi del sud verso quelli del nord (peraltro ricambiato): "e di nulla c'è n'è davvero un sacco, nel Nord Dakota".
Ebbene, l' 80 % delle piante di colza che crescono ai bordi delle strade risulta geneticamente modificato. Il 41 % presenta resistenza all'erbicida glifosate (Monsanto), ed il 40 % all'erbicida concorrente glufosinate (Bayer). Inoltre, due piante dimostrano di essere risultato di incrocio e presentano la doppia resistenza ad entrambi gli erbicidi (che non sono esattamente la stessa cosa, poichè agiscono su due vie metaboliche diverse: per gli amanti dei dettagli, il glifosate agisce inibendo la sintesi degli aminoacidi aromatici - tirosina, triptofano, fenilalanina - mentre il glufosinate inibisce la sintesi di un altro aminoacido, la glutamina).
Che cosa si ricava da questi dati ?
Intanto, occorrerà fare un ripassino: il più importante degli argomenti contrari alla coltivazione di piante geneticamente modificate con resistenze ad erbicidi o a insetti è il rischio che i vari geni per resistenze introdotti artificialmente possano essere trasmessi orizzontalmente in modo indesiderato attraverso ibridazione con piante simili selvatiche; questo fenomeno di passaggio di geni da una specie all'altra attraverso la formazione di ibridi tra specie diverse ma imparentate fra loro è ben noto nelle piante, ed è chiamato introgressione; non è necessario che l'ibrido sia stabile e che si affermi con un'ampia popolazione; basta una sola generazione ibrida che sia interfertile con le specie parentali per assicurare il passaggio di geni da una specie all'altra.
Il corrispondente argomento di rassicurazione pro-OGM è sempre stato il seguente: le varietà coltivate sono state selezionate per avere caratteristiche che assicurino la massima produttività sotto le cure e le attenzioni dell'agricoltore, ma sono decisamente inadatte a sopravvivere in ambiente selvatico; e quindi anche gli eventuali ibridi avrebbero una sopravvivenza ridotta e pochissime possibilità di arrivare a riprodursi in natura.
Questo può essere vero ad esempio per il mais, o per il pomodoro (che oltretutto almeno qui da noi in Europa non avrebbero neanche parenti selvatici con cui incrociarsi), ma introdurre resistenza ad erbicidi in una coltura piuttosto rustica come la colza, che cresce facilmente anche al di fuori dei campi coltivati, significa esporsi a rischi molto gravi: il fatto che esistano individui con resistenza doppia è la prova provata che le piante transgeniche si sono incrociate tra di loro, e questo significa che vivono allo stato selvatico da più generazioni, e che i caratteri introdotti artificialmente sono stabili in condizioni selvatiche (anzi, presumibilmente aumentano le possibilità di sopravvivenza per quelle piante che vivono in aree periodicamente sottoposte a diserbi come piazzali, scarpate ferroviarie, ecc.).
Della colza si sa già, inoltre, che è in grado di produrre ibridi con almeno altre due specie (e forse fino a otto altre specie) di Brassicacee, e quindi la possibilità di avere specie diverse che diventano resistenti ad uno, o magari due erbicidi, rende l'idea di una ipotetica pianta superinfestante incontrollabile non del tutto fantascientifica.
C'è poi un altro punto da esaminare: come sono arrivate quelle piante così lontane dalle aree di coltivazione ? Se per le normali vie di dispersione delle popolazioni vegetali, cioè semi trasportati da animali, impollinazione a distanza, eccetera, dobbiamo supporre l'esistenza di popolazioni molto diffuse e stabili di piante geneticamente modificate inselvatichite; l'ipotesi alternativa è che l'origine della diffusione siano i semi commerciali che vengono persi dai camion durante il trasporto; se fosse vera questa seconda ipotesi, il fatto di avere eseguito il campionamento lungo le strade produce una valuatazione largamente sovrastimata della frequenza di colza resistente sul territorio in generale. Ma questo è un problema solamente quantitativo, che non modifica affatto l'aspetto qualitativo del rischio che si corre.
Concludo con due tristi ironie: 1) si sa che la Monsanto (ed anche la Bayer, che lo dichiara esplicitamente qui) sta lavorando da anni per mettere a punto piante transgeniche che siano resistenti a due o magari tre erbicidi diversi contemporaneamente: la natura è andata più in fretta dei Centri di Ricerca.
2) Il portavoce della Monsanto John Combest, che ovviamente sposa immediatamente la tesi dei semi dispersi dai camion lungo le strade, dichiara: "Non è mai stata, nè sarà in futuro, politica della Monsanto far valere i propri diritti qualora i caratteri sotto il proprio brevetto siano presenti nei campi come risultato di dispersione involontaria." Dire che il signor Combest ha la faccia di tolla è dire poco. La Monsanto è sempre stata celebre per rivendicare i propri diritti brevettuali da quegli agricoltori che non utilizzavano sementi Monsanto, dimostrando che le loro coltivazioni erano occasionalmente contaminate da piante sotto brevetto Monsanto, molto spesso rovinandoli o costringendoli forzosamente ad acquistare le proprie sementi.

Maggiori informazioni qui e qui

domenica 8 agosto 2010

Viva Yasuni


Il Parco Nazionale di Yasuni si trova nel versante amazzonico dell'Ecuador, al confine con il Perù, appena appena a sud dell'Equatore. E'un trionfo della foresta equatoriale, il polmone verde della Terra; contiene una biodiversità che noi dei climi temperati non possiamo neanche immaginare; ogni ettaro di foresta ospita in media oltre 650 specie diverse soltanto di piante arboree. Ed oltre alle centinaia e centinaia di specie di rettili e anfibi, uccelli e mammiferi, Yasuni contiene anche, nel suo sottosuolo, circa 900 milioni di barili di petrolio: per estrarre l'oro nero occorre andare a devastare la foresta.
Ebbene, mercoledi scorso l'Ecuador ed il mondo hanno deciso: quel petrolio rimarrà lì dov'è: il suo valore stimato è di 7 miliardi e 200 milioni di dollari; l'Ecuador ne riceverà la metà, 3 miliardi e 600 milioni, per non dare a nessuno la concessione per le trivellazioni (inutile dire che gli avvoltoi di PetroBras, Repsol, Occidental Petroleum eccetera, erano tutti lì che volteggiavano in attesa che la trattativa, in corso dal 2007, fallisse).
Il finanziamento funziona così: i ricchi (cioè i consumatori, cioè i produttori di CO2) del mondo pagano acquistando delle specie di obbligazioni, dei certificati di garanzia, che verrebbero rimborsati se l'Ecuador rompesse il patto ed iniziasse a sfruttare i giacimenti. Gli "Yasuni-bond" possono essere acquistati da chiunque: governi, aziende o persone fisiche.
Per il momento (ma siamo ancora agli inizi) in prima fila tra i finanziatori c'è la Germania, ed hanno preso impegni Francia, Spagna, Svezia e Svizzera. Italia non pervenuta. All'inizio del lungo percorso per questo accordo, nel 2007, 54 deputati avevano firmato un documento per indurre il nostro paese ad impegnarsi a sostenere questa iniziativa; allora al governo c'era Prodi, la maggioranza parlamentare era eternamente malferma e barcollante e non si portò mai quell'impegno alla discussione in aula.
Pazienza, ma quella che si realizza oggi è finalmente una necessaria rivoluzione nella concezione dei rapporti tra produzione di ricchezza e salvaguardia del pianeta su cui viviamo: si paga per non produrre, e per permettere ai Paesi che importano anidride carbonica ed esportano ossigeno, gratis, di continuare a farlo, ed anche per conservare quella preziosa varietà della biosfera che non può avere alcun prezzo.
Come ha potuto un paese certamente non ricco come l'Ecuador arrivare a tanto ?
L'Ecuador ha una ricchezza supplementare: movimenti sociali molto forti e con una decisa connotazione ambientalista, contro i quali i precedenti presidenti conservatori hanno sbattuto il grugno più di una volta, facendosi anche male. L'attuale presidente progressista Rafael Correa è stato quasi costretto dalla forza popolare ad adottare e fare sua questa loro proposta, e l'ha sostenuta, a volte con entusiasmo, a volte meno (con sempre nel cassetto il piano B di avviare lo sfruttamento dei giacimenti); ma oggi ce l'ha fatta, ed i primi sondaggi gli attribuiscono il 75 % dei consensi per il progetto Yasuni.
Capito ? Movimenti di cittadini che agiscono per forzare la politica a prendere decisioni per il bene collettivo: per l'elettorato italiano che si informa ascoltando Minzolini, e quindi non sa neanche a proposito di quale problema io abbia scritto queste righe, questa è fantascienza, ma è così che cambia il mondo.

venerdì 6 agosto 2010

Scripta manent



E' una delle lapidi commemorative più belle che io conosca. E pensare che da ragazzo ci sarò passato davanti migliaia e migliaia di volte senza mai vederla; solo da quasi vecchio, pochi anni fa, ho alzato il naso e l'ho notata. Posso almeno sperare che ci sia qualcuno meno distratto e meno noncurante di me, e che l'alloro rinsecchito lì sotto non sia proprio ancora quello originale.