mercoledì 17 marzo 2010

Sensazionale scoperta zoologica: i bonobo sono più umani degli elettori della Lega Nord



Va bene, riconosco che il titolo contravviene a tutte le regole della buona divulgazione scientifica, ma mi è stato davvero impossibile riuscire a trattenermi.
Vediamo di cosa si tartta: giusto un mesetto fa avevo accennato ad una ricerca che evidenziava alcune differenze comportamentali tra i bonobo e gli scimpanzè, e in particolare la tendenza dei bonobo a mantenere da adulti alcuni tipi di comportamento propri degli scimpanzè giovani (post del 9 febbraio "Noi eterni bambinoni"). In quella riflessione associavo questa speciazione contrassegnata dalla persistenza di caratteristiche giovanili con le peculiarità della nostra specie, che ha scimpanzè e bonobo come parenti più prossimi, ed in cui la neotenia (cioè il prolungamento degli stadi di sviluppo giovanili) è estremamente pronunciata.
Ora, nel numero successivo della stessa rivista, ricercatori dello stesso gruppo pubblicano un altro lavoro (*), che pone maggiormente in risalto un aspetto particolare del comportamento dei bonobo: la tendenza a condividere il cibo con i propri simili, per scelta volontaria, consapevole e deliberata (nel senso che potrebbero benissimo mangiare tranquillamente da soli, e decidono spontaneamente di aprire una porta per far entrare un altro bonobo). Ovviamente le coppie donatore - accettore sono soggetti non imparentati tra loro, anzi in tre casi su sette si tratta di individui provenienti da popolazioni diverse.
Il fatto è molto più interessante (specie alla luce dell'ipotetico "parallelismo differenziativo" tra le specie del nostro gruppo a cui si accennava sopra) di quanto potrebbe sembrare, perchè si pensava che questo tipo di comportamento altruistico fosse esclusivo degli uomini (e, ahimè, neanche di tutti).

La chicca di questa ricerca è che è stato prodotto un filmato che rende un'idea visiva molto immediata dello svolgimento degli esperimenti; lo trovate qui: http://www.youtube.com/watch?v=sRDc4SCaFLQ


(*) Brian Hare and Suzy Kwetuenda: Bonobos voluntarily share their own food with others.
Current Biology, Volume 20, Issue 5, R230-R231, 9 March 2010

lunedì 15 marzo 2010

Quando corre Nuvolari

"Quando corre Nuvolari mette paura…
perché il motore è feroce mentre taglia ruggendo la pianura
Gli alberi della strada
strisciano sulla piana,
sui muri cocci di bottiglia
si sciolgono come poltiglia,
tutta la polvere è spazzata via!"




E' iniziato ieri il 61° Campionato mondiale di Formula 1, ed alle nostre latitudini tutti sono molto soddisfatti per la brillante vittoria della Ferrari.
E se questo fosse tutto il discorso che ho da fare, avreste ragione di convenire che questo blog sta degenerando.
In realtà, il motivo per cui scrivo qualche riga sull'argomento è che mi sono divertito a fare due conti: le automobili di Formula 1 hanno iniziato la gara di ieri con circa 160 Kg di benzina nel serbatoio (densità della benzina 0,69 - 0,70 Kg/l, quindi circa 230 litri), per completare il percorso di 308,405 Km: vale a dire che questi gioiellini di tecnologia percorrono tra 1,3 e 1,4 Km con un litro di benzina. Con questo, dovrebbe già cominciare a decadere un pò del senso di ammirazione del pubblico.
Ma andiamo avanti nei conteggi.
Se tutte le 24 vetture partenti avessero completato la corsa, sarebbero stati consumati complessivamente 3840 Kg di benzina, con una emissione di (udite, udite) 11,5 TONNELLATE di anidride carbonica. Voglio essere molto buono, e terrò conto dei concorrenti che hanno completato meno giri rispetto al chilometraggio previsto: in un'ora e quaranta minuti, questa competizione sportiva ha rilascato nell'atmosfera grossomodo 9 tonnellate di CO2. Ovviamente solo per la gara, senza considerare le prove.
La questione è: nel mondo di oggi, che senso hanno gli sport motoristici, se ormai dovremmo essere consapevoli (non lo siamo, ma è solo per colpa nostra) che un motore a combustione, come strumento di trasporto individuale, è un lusso che il pianeta su cui viviamo non può permettersi ? Il mito dell'automobile come veicolo di libertà è un anacronismo, roba da inizio '900: potenza e velocità si sposavano pressochè automaticamente al repertorio immaginario dello sviluppo esplosivo della tecnologia, che a sua volta poggiava sulle illusioni industrialiste dell'ottocento, di un progresso ineluttabile e inarrestabile, sostenuto dalla falsa percezione di una illimitata disponibilità di risorse.
Ma ormai siamo nel 2010 e dovremmo svegliarci: le risorse non sono illimitate, il pianeta su cui viviamo non può sostenere l'aumento continuo dei consumi su cui si basa l'economia di mercato, e prima ci togliamo dalla testa le illusioni di progresso economico ineluttabile fondato sull'espansione senza limiti del consumo, più probabilità avremo di cavarcela.

lunedì 8 marzo 2010

Repubblica delle Banane

Negli ultimi due giorni, da quando il Governo Banana ha partorito l'ennesima e certamente non ultima porcata, il decreto-legge notturno per salvare le liste irregolari di Polverini e Formigoni, ho letto ripetutamente su vari organi di stampa che l'uso del decreto-legge in materia elettorale è espressamente vietato dalla legge stessa. Tralasciamo per ora il punto ancora più fondamentale che il ricorso al decreto-legge è consentito solo per casi di estrema necessità e urgenza, ove non sia logico attendere i tempi del normale iter parlamentare; esempio tipico: lo stanziamento di fondi per far fronte a catastrofi improvvise; qui l'unica catastrofe naturale è l'esistenza di Formigoni, non c'è un vuoto legislativo da colmare, perchè una legge su tempi e modi nei quali vanno presentate le liste c'è e funziona benissimo, e se qualcuno sbaglia questo non dovrebbe essere una preoccupazione del legislatore, ma di chi la legge deve farla rispettare (cioè il potere giudiziario); lasciamo perdere anche questi aspetti elementari.
Ora, la legge che ci interessa è la 400 del 1988, che potete trovare facilmente dovunque, ed in particolare l'articolo 15, che riporto qui sotto, comma 2, punto b (che ho evidenziato in corsivo).

Legge 23 agosto 1988, n. 400
Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri.


Art. 15 - Decreti-legge

1. I provvedimenti provvisori con forza di legge ordinaria adottati ai sensi dell'articolo 77 della Costituzione sono presentati per l'emanazione al Presidente della Repubblica con la denominazione di "decreto-legge" e con l'indicazione, nel preambolo, delle circostanze straordinarie di necessità e di urgenza che ne giustificano l'adozione, nonché dell'avvenuta deliberazione del Consiglio dei ministri.

2. Il Governo non può, mediante decreto-legge:

a) conferire deleghe legislative ai sensi dell'articolo 76 della Costituzione;

b) provvedere nelle materie indicate nell'articolo 72, quarto comma, della Costituzione;

c) rinnovare le disposizioni di decreti legge dei quali sia stata negata la conversione in legge con il voto di una delle due Camere;

d) regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti;

e) ripristinare l'efficacia di disposizioni dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale per vizi non attinenti al procedimento.

3. I decreti devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo.

4. Il decreto-legge è pubblicato, senza ulteriori adempimenti, nella Gazzetta Ufficiale immediatamente dopo la sua emanazione e deve contenere la clausola di presentazione al Parlamento per la conversione in legge.

5. Le modifiche eventualmente apportate al decreto-legge in sede di conversione hanno efficacia dal giorno successivo pubblicazione della legge di conversione, salvo che quest'ultima non disponga diversamente. Esse sono elencate in allegato alla legge.

6. Il Ministro di grazia e giustizia cura che del rifiuto di conversione o della conversione parziale, purché definitiva, nonché della mancata conversione per decorrenza del termine sia data immediata pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.


Dobbiamo quindi andare adesso a vedere che cosa dice l'articolo 72 della Costituzione, in particolare il quarto comma. Eccolo qua (sempre in corsivo la parte di interesse per il nostro dicorso):

Art. 72.

Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale.

Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l'urgenza.

Può altresì stabilire in quali casi e forme l'esame e l'approvazione dei disegni di legge sono deferiti a commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della commissione richiedono che sia discusso o votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei lavori delle commissioni.

La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.


Cioè: per leggi di materia costituzionale, elettorale, di approvazione di bilancio, di ratifica di trattati internazionali, ecc. l'unico iter consentito è quello normale, cioè la discussione e l'approvazione articolo per articolo in Parlamento. Lo stabilisce l'articolo 72 della Costituzione. La legge 400 del 1988, nel riformulare prerogative e facoltà del Governo e della Presidenza del Consiglio, non fa che ribadire e confermare tale principio.
Quindi, secondo me, non è vero che il decreto salva-Formigoni viola la legge 400.
E' puramente e semplicemente incostituzionale.
E mettendo la sua firma sotto una porcheria del genere, questa volta anche Napolitano mi ha molto deluso.

mercoledì 3 marzo 2010

Cchiù pilu per tutti !


Stimolerò oggi i vostri istinti più pruriginosi; ma non tratteremo "lu pilu" in quanto merce di scambio per favori politici, nè come pratica poco confessabile che rende uomini potenti facilmente ricattabili; quindi levatevi dalla testa il lettone di Putin, le escort, i trans, la fisioterapista di Bertoladro (se quello, poverino, passa la vita a fermare le frane reggendo i costoni di roccia sulle spalle, per forza gli viene la cervicale; ancora non mi è chiara l'importanza delle dimensioni ridotte del bikini della massaggiatrice rispetto all'efficacia del trattamento, ma mi informerò). Niente di tutto questo.
Parleremo per l'appunto di pelo, e più precisamente di quella piccola estensione che tanto attrae l'Onorevole Cetto La Qualunque. Non vi sarà sfuggita (ci avrete pensato almeno una volta nella vita) la peculiarità della distribuzione delle aree coperte da folta pelliccia sul corpo umano (in realtà siamo interamente coperti di peli proprio come gli altri mammiferi, solo che per la maggior parte si tratta di peluzzi sottilissimi e quasi invisibili), e i più acuti tra i lettori di questo blog, che per definizione sono persone sveglie, avranno anche notato che le superfici interessate sono molto discrepanti rispetto a quelle del resto della nostra Classe (i mammiferi sono gli unici Vertebrati forniti di peli, che fatico un pò a definire strutture meravigliose: diciamo che sono un adattamento passabile, sia come praticità che come qualità dell'isolamento termico; come mammifero, non posso fare a meno di invidiare quei veri prodigi della natura che sono penne e piume - donna pennuta ? sempre piaciuta forse no, ma magari un pensierino chissà... - ma non divaghiamo).
Jesse Bering, nel suo blog "Bering in mind" ci illumina alcuni punti oscuri (in senso puramente metaforico) sulle peculiarità del vello posto dove non batte il sole. Intanto, cosa ci fa lì. Un rapido giro di osservazioni fra i cugini mammiferi ci permetterà di notare che l'area pubica non è mai sede di una pelliccia particolarmente folta, anzi, di solito è vero il contrario. Nell'uomo, essa avrebbe assunto il significato di segnalazione visiva della nostra efficienza come potenziali parter riproduttivi, sbandierando ai nostri simili la raggiunta maturità. Per poter funzionare in questo senso, essa dovrebbe essersi ri-sviluppata dopo che l'evoluzione ci ha privati del pelo sul resto del corpo. Sul perchè ed il come siamo diventati glabri Bering non si espone; io ricordo di aver letto anni fa dell'ipotesi che, una volta persa l'attitudine ad arrampicarsi velocemente sugli alberi, i nostri antenati sfuggissero ai predatori rifugiandosi in acqua; e la perdita della pelliccia sarebbe un adattamento per accelerare l'asciugatura una volta scampato il pericolo; ma credo che questa idea non abbia altro sostegno che la sua plausibilità: non so se ci siano ulteriori indizi a confermarla.
Secondo punto: perchè quei peli lì sono tendenzialmente ricci ? Anche qui, dobbiamo limitarci alle illazioni, pur se, ehm..., ricche di delizie: i peli ricci tendono a trattenere meglio l'aria, inumidita dal sudore (ragione per cui i capelli crespi sono un tipico adattamento ai climi caldi); l'arricciamento dei peli pubici potenzierebbe quindi la segnalazione visiva con un'inebriante sinfonia olfattiva di effluvi ed afrori trattenuti in quel piccolo ma aulentissimo ricettacolo. La segnalazione odorosa ha mantenuto una certa importanza anche per noi uomini, animali dal naso piuttosto debole; se attualmente stiamo perdendo un pò di questa sana naturalità, gioverà ricordare che il Re Vittorio Emanuele II, quando organizzava i suoi incontri con l'amante neanche-tanto-segreta, mandava il suo emissario di fiducia a comunicare l'ora dell'appuntamento alla bella Rosina, senza mai dimenticare la raccomandazione di non lavarsi, per non privare Sua Maestà di parte del gusto. Nessuna meraviglia se i discendenti di cotanto avo oggi cantano inni d'amore ad un Paese in putrefazione.
E ancora: il pelo pubico è molto più grosso e spesso rispetto al capello; è in effetti molto simile alla pelliccia del gorilla (potete facilmente verificarlo accarezzando il prossimo gorilla che vi capiterà di incontrare). Questa rassomiglianza ci ha procurato qualche noia. Tutti sappiamo che i pidocchi che infestano capelli e vestiti (Pediculus humanus, con le due sottospecie ecologiche capitis e corporis - o vestimentorum -) sono di una specie diversa (e non solo: persino di un genere diverso), dalle piattole (Phthirius pubis); queste ultime sono invece strettamente affini a Phthirius gorillae, il pidocchio del gorilla. Le differenze genetiche permettono di stimare che la diversificazione tra P. pubis e P. gorillae risalga a circa 3,3 milioni di anni fa, cioè diversi milioni di anni dopo la separazione tra la linea filetica dei gorilla da quella di scimpanzè ed uomo. Il salto di specie dovrebbe essere avvenuto quindi per via orizzontale, presumibilmente a causa dell'abitudine dei nostri antenati di cacciare anche le altre scimmie. Il contatto tra cacciatori e carcasse avrebbe permesso a Phthirius gorillae di trovare un nuovo habitat confortevole e non troppo dissimile da quello di origine, nel quale insediarsi e dare origine alla nuova specie, la quale ha poi avuto, a seguito dell'esplosione demografica dell'uomo, "vagonate di pilu" (nel senso più letterale) a sua disposizione per prosperare. Escluderei quindi le turpi modalità di trasmissione immaginate da Georges Brassens nella celebre canzone tradotta in italiano da Fabrizio De Andrè negli anni '60.
L'evoluzione culturale poi rimescola ulteriormente le carte; due diversi studi statistici condotti in Australia rivelano che l'uso della depilazione intima (totale o parziale) è molto più diffuso tra i giovani di quanto noi estimatori dell'articolo un pò attempati ed inclini al tradizionalismo potremmo immaginare: risulta che il 76% delle studentesse universitarie si sia rasata il pube almeno una volta; e la tendenza non è diversa tra i maschi (66 % tra gli eterosessuali, e 82 % tra gli omosessuali). E alcuni epidemiologi cominciano già a rilevare una diminuzione significativa nella frequenza delle infestazioni da P. pubis.
Dimostrazione della vacuità delle mode: oggi la diffusione della depilazione non segue certo convenienze igieniche, ma è evidentemente una vanità estetica (alla luce di quanto detto sopra: pedofilia latente ?); in realtà anche le prostitute medioevali si depilavano, e proprio per abbattere il rischio di ricevere e ridistribuire piattole; ma poichè allora i gusti dei clienti non contemplavano il glabro, si ripristinava il senso del bello applicando delle apposite "parrucche pubiche".
E questa era la parte pruriginosa: confesserete che vi sarà venuto qualche impulso a grattarvi. Ora però posate quel rasoio: parallelamente alla diminuzione dei casi di piattole, si osserva anche un aumento (inversamente correlato) di infezioni di gonorrea e Chlamydia; difficile che si tratti di una coincidenza, anche se in questo caso è più arduo immaginare la relazione causale, e quale tipo di protezione si perda rispetto a queste malattie rimuovendo i peli.
Ci sono probabilmente ancora molti altri misteri da svelare e mettere a nudo (nel senso buono del termine..., insomma... nel discutibile senso buono, chè forse il senso migliore era l'altro... va bè, fate voi).

martedì 23 febbraio 2010

Letizia


E dunque domenica blocco del traffico automobilistico più o meno in tutto lo Sprofondo Nord per "salvaguardare la qualità dell'aria". Egoisticamente, questo renderà più gradevole il mio abituale circolare a piedi; ed in generale non si può dire che fermare le automobili sia un male, ma servirà a qualcosa ? Ovviamente no. Trovo difficile anche interpretarlo come un gesto simbolico di buona volontà. Io che sono maligno ci vedo più che altro una toppa per tirare fuori dai guai l'accoppiata bigotta Moratti - Formigoni sotto indagine per l'inazione di fronte agli sforamenti continui delle soglie di rischio delle polveri sottili.
Affrontare il problema in modo serio necessita di uno sguardo molto più ampio sulla politica dei trasporti. Esempio degli esempi: la quantità spaventosa di risorse che buttiamo via nelle ferrovie ad alta velocità per spostare alcune decine di passeggeri di centinaia di chilometri in poche ore (solo passeggeri, attenzione: ancora qualche riga e poi spiego), e che avrebbero potuto meglio essere utilizzate per rendere più numerosi e confortevoli i trenini locali che spostano migliaia di pendolari tutti i giorni di pochi chilometri e che, se efficienti, sarebbero quelli che realmente tolgono automobili dalla strada. E ritorno al punto: ricordate le grandi fanfare sulla necessità delle ferrovie ad alta velocità "perchè altrimenti l'Italia rimarrà tagliata fuori dalle grandi vie del commercio internazionale" ? Bene, le linee ferroviarie ad alta velocità per treni merci e passeggeri sono diverse, perchè i treni merci sono molto più pesanti, quindi necessitano di strutture ferroviarie molto più robuste che non possano essere deformate da quel peso a quella velocità; e inoltre anche la manutenzione dei binari è più frequente e più costosa; una linea ferroviaria per soli treni passeggeri costa molto meno.
Indovinate un pò i fanfaroni dell' "Italia che non può essere tagliata fuori dai commerci e bla bla bla..." quale soluzione hanno scelto ? I soldi li abbiamo spesi; fuori dalle presunte grandi linee commerciali ci siamo lo stesso, perchè i treni merci ad alta velocità non possono passare; e allora ? Non avremo, putacaso, solo fatto qualche favore a qualche cognato imprenditore che avrà guadagnato quelle due lire dagli appalti dell'ennesima faraonica ed inutile Grande Opera ? Dite che qualche soldino di tangenti qualche politico lo avrà intascato ?
E noi siamo ancora qui a dover considerare "meglio che niente" un blocco del traffico automobilistico fatto di domenica, mentre è tutto l'inverno che respiriamo pm10 a soquante parti per milione, però dobbiamo salvare Moratti - Formigoni da un'imputazione per inadempienza, e intanto su un altro tavolo discutiamo se sia il caso o no di incentivare l'industria automobilistica ? E siamo usciti con le ossa rotte ed il nulla come prospettiva per il futuro dal vertice di Copenhagen, che cosa abbiamo capito da quella lezione, se continuiamo a considerare come norma accettabile un mezzo di trasporto individuale che produce, quando va benissimo, 150 g di anidride carbonica per chilometro ?
Ma la Moratti ha l'asso nella manica. Ha già previsto una misura per la salvaguardia della salute dei milanesi davvero efficace, indubitabile: crocifisso obbligatorio in ogni automobile.

martedì 9 febbraio 2010

Noi eterni bambinoni


Dei 300 saggi che Stephen Jay Gould ha pubblicato puntualmente ogni mese per 25 anni sulla rivista Natural History, uno di quelli che più volentieri si torna a rileggere è quello scritto nel 1978 in occasione dei cinquant'anni di Topolino (pubblicato in italiano con il titolo "Omaggio di un biologo a Topolino" nella raccolta "Il pollice del panda").
Non starò a riportarvi tutti i numeri e i rapporti di lunghezze e le percentuali che Gould trasse dalle sue misurazioni sull'immagine di Topolino nelle sue varie trasformazioni nel corso degli anni (con infinito divertimento, per sua ammissione); la sostanza del suo lavoro fu la dimostrazione numerica di ciò che si può vedere nell'immagine: la testa è diventata più grande in proporzione al corpo; gli occhi sono diventati più grandi in rapporto alla testa (anche grazie all'artificio di trasformare l'occhio originale in una pupilla); gli arti sono diventati apparentemente più corti, conferendo loro un aspetto più tozzo e grassoccio; anche il muso si è fatto meno sottile e appuntito per dargli un'apparenza meno prominente; poichè la testa è sempre rimasta rotonda, non è stato possibile rendere la fronte ancora più bulbosa; quindi si è fatto ricorso all'espediente di spostare all'indietro le orecchie, per dare l'idea di una fronte più arrotondata, e così via. Ma quale significato hanno tutte queste modifiche nell'aspetto fisico di Topolino ?
Nell'ontogenesi umana, la parte cefalica è la prima a svilupparsi nell'embrione e, nell'utero, la testa è la parte che cresce più velocemente; per cui il neonato ha una testa molto grande rispetto al corpo ed arti sproporzionatamente corti; queste differenze di velocità si capovolgono nelle fasi di crescita successive, e con l'avanzare dell'età del bambino gambe e piedi diventano le parti del corpo che crescono più velocemente. Inoltre, dopo i tre anni, il cervello cresce molto lentamente, e la testa bulbosa con la fronte arrotondata tipica della prima infanzia tende a squadrarsi, poichè invece le mascelle continuano a crescere; gli occhi quasi non crescono affatto, per cui appaiono molto grandi nel neonato e poi riducono via via le loro proporzioni relative; inoltre sembrano situati più in basso finchè il volume della scatola cranica è preponderante rispetto allo sviluppo della faccia; con la successiva crescita delle mascelle, la posizione degli occhi rispetto all'insieme della testa sembra spostarsi più in alto. Guardiamoci allo specchio e rassegnamoci: noi adulti assomigliamo alle scimmie antropomorfe molto più dei bambini.
Le modifiche subite dall'immagine di Topolino nel corso della sua lunga vita manifestano quindi la sua doppia fortuna: non solo egli non ha modificato in tutti questi anni la sua età cronologica, prerogativa peculiare dei personaggi dei fumetti; ma ha anche percorso la nostra via di sviluppo individuale in direzione inversa, assumendo via via un aspetto sempre più infantile. E' presumibile che i disegnatori di Walt Disney non abbiano messo in atto questa trasformazione consapevolmente; hanno poco per volta apportato al disegno quelle modifiche che conferivano tenerezza al personaggio. Nel suo primo cartone animato del 1928, Topolino era in effetti decisamente dispettoso e perfino un po' crudele; poi il successo ha aumentato le sue responsabilità nei confronti della gioventù degli Stati Uniti, costringendolo a rettitudine e buona educazione, e di conseguenza ad un aspetto esteriore più simpatico.
Tuttavia, nonostante questa inversione dell'ontogenesi, sotto un altro punto di vista l'eterna giovinezza di Topolino riproduce la nostra storia evolutiva: Homo è infatti un genere neotenico; vale a dire che mantiene nell'età adulta caratteristiche infantili dei propri antenati. Ho appena ammesso che noi umani adulti assomigliamo più dei bambini agli scimpanzè (i nostri parenti viventi più prossimi; come pure ad Australopithecus, nostro antenato diretto a livello di genere); possiamo prenderci una immediata (pur se modesta) rivincita osservando che da adulti assomigliamo di più ai cuccioli di scimpanzè che agli scimpanzè adulti. I crani di embrioni umani e di scimpanzè sono molto simili; poi i percorsi e le variazioni di ritmo di crescita sono quelli che ho enunciato sopra, ma procedono in modo molto più accentuato nelle scimmie. E' vero che il nostro cervello cresce molto poco dopo l'età di circa tre anni, ma in generale negli altri mammiferi tale rallentamento si verifica quasi subito dopo la nascita; in poche parole, noi abbiamo considerevolmente rallentato i nostri ritmi di crescita, prolungando la nostra infanzia. Questo ci ha permesso di allungare il tempo di crescita del nostro cervello, ed il periodo della nostra vita nel quale siamo in grado di apprendere facilmente. Lo sviluppo lento è una caratteristica generale dei Primati, che l'uomo ha amplificato al massimo: in rapporto alle nostre dimensioni, abbiamo una gestazione lunghissima, e un'infanzia enormemente prolungata. Inoltre, anche la durata media della vita è vagamente correlata con le dimensioni degli animali; se disponete gli altri mammiferi in una scala più o meno lineare per dimensioni e durata della vita, dall'anno e mezzo / due dei piccoli roditori, alla quindicina di anni dei nostri cani o gatti, ecc. troverete una relazione abbastanza precisa tra peso corporeo e tempo di vita, relazione in base alla quale molti di voi si accorgeranno che dovrebbero essere già morti da tempo. In realtà la durata della vita umana è circa tre volte quella predicibile in base a questo rapporto numerico; presumibilmente un effetto della nostra neotenia (mantenimento prolungato di caratteri giovanili) così esaperata.
Quando Gould scriveva quanto ho maldestramente riassunto qui sopra, ritenevamo che la piccolissima famiglia di scimmie antropomorfe a noi più strettamente imparentate, quella dei Pongidi, fosse composta di tre sole specie, suddivise in tre generi diversi (come testimonia il mio libro di testo di Zoologia, risalente, ahimè, più o meno alla stessa epoca): Pongo pygmaeus (orang-utan); Gorilla gorilla; e Pan troglodytes (scimpanzè). Ma in questo frattempo c'è stato un aggiornamento: sono state riconosciute come due specie distinte il vecchio caro scimpanzè, ed il cosiddetto scimpanzè di montagna, oggi ritenuto degno di un nome specifico tutto suo: Pan paniscus (bonobo).
Le due specie di scimpanzè sono difficilmente distinguibili morfologicamente, salvo il fatto che il bonobo possiede un cranio pedomorfico (di forma infantile), ma presentano alcune importanti differenze comportamentali, dimostrate sperimentalmente in un lavoro pubblicato pochi giorni fa da Victoria Wobber et al. su Current Biology (*).
La Wobber e i suoi colleghi hanno esaminato il comportamento, in condizioni sperimentali controllate, di alcune decine di scimpanzè e di bonobo di diverse età, utilizzando del cibo come motivatore, rilevando che tanto gli scimpanzè che i bonobo giovani accettano la presenza di coetanei; poi gli scimpanzè diventano più intolleranti con l'età, mentre i bonobo mantengono il comportamento giovanile; lo stesso avviene con la propensione a condividere il cibo, comportamento giovanile che gli scimpanzè tendono ad abbandonare con gli anni e i bonobo no (o comunque molto meno). D'altra parte i bonobo impiegano più tempo per imparare ad individuare la persona giusta a cui chiedere il cibo, e così via; emerge insomma una differenziazione comportamentale tra le due specie basata su un mantenimento nei bonobo adulti di comportamenti propri dei giovani della specie sorella che, associata ai tratti giovanili del cranio, fa supporre un prolungamento ed un ritardo cronologico delle fasi di sviluppo con conseguente soppressione della comparsa di alcuni caratteri propri degli adulti di scimpanzè.

La neotenia non ha nulla di eccezionale, è un meccanismo di variazione dei tempi di sviluppo molto diffuso in natura (che spesso ha il significato adattativo di un ritorno ad una maggiore plasticità e versatilità, rispetto a specializzazioni estreme delle specie ancestrali); ma mi sembra degna di riflessione la scoperta che questi cambiamenti dei ritmi di crescita si ripetano in generi così vicini e simili tra loro, come se nel nostro piccolo gruppo tassonomico ci fosse una particolare predisposizione alle variazioni della cronologia dell'ontogenesi nella diversificazione delle specie. Questo dato potrebbe essere particolarmente interessante per il minuscolo ramoscello degli Ominidi, che nella sua brevissima esistenza (presumibilmente non più di 8 milioni di anni) ha mostrato un tasso di speciazione decisamente elevato, con non meno di otto-nove specie documentate (emozionante,vero, la new entry del parente più antico Ardipithecus ramidus, per me uomo dell'anno 2009 ?), almeno quattro delle quali (due Australopithecus e due Homo) vissute contemporaneamente attorno a 2 milioni di anni fa.

E se, a differenza dei personaggi di fantasia, noi come individui diventiamo vecchi, guardando a noi stessi nella scala più ampia dell'evoluzione, possiamo fieramente dirci ringiovaniti a dispetto del tempo proprio come Topolino.

(*) Victoria Wobber, Richard Wrangham, Brian Hare (2010). Bonobos Exhibit Delayed Development of Social Behavior and Cognition Relatives to Chimpanzees. Current Biology 20 (3), pp. 226-230. January 28, 2010.

lunedì 1 febbraio 2010

Dolce amaro

"...son recinti e stalli di animali strani / gambe che per anni fan gli stessi passi / esseri diversi, scarsamente umani / cosa fra le cose, l'erba, i mitra, i sassi / l'ironia per quella che chiamiamo ragione / sbagli ammessi solo sempre troppo dopo / prima sventolanti a giustificazione / una causa santa, un luminoso scopo / sono la curiosa prassi del terrore / sempre per qualcosa, sempre per la pace / sono un posto in cui spesso la gente muore / sono un posto in cui, peggio, la gente nasce..." *



Su questo blog non si celebrano (salvo spunti particolari: ho il piacere di non essermi dato nessuna regola) nè Giornate della Memoria, nè altre ritualità simili, perchè: 1) detesto l'ipocrisia della commozione a comando; 2) le varie annuali "Giornate del ..." sono ottimi alibi per gli altri 364 giorni di smemoratezza totale; se certe questioni meritano una giornata di attenzione, vuol dire che vanno tenute sotto controllo in tutte le stagioni.
Lo spunto per questo post è nato solo dalla polemicuzza che si è sollevata la scorsa settimana a proposito delle bustine di zucchero.
Riassunto: c'è qualche azienda saccarifera che arricchisce la presentazione del suo prodotto stampando una barzellettina su ogni bustina di zucchero di quelle che si usano al bar. Tra le barzellette (in circolazione da non so quanto tempo) ce n'era una (o più) che ha scatenato un piccolo putiferio in occasione del 27 gennaio. La storiella (o una delle storielle) incriminata era: "Chi vince una gara di corsa tra un tedesco e un ebreo ? Il tedesco, perchè lo brucia in partenza." Barzelletta antisemita, indignazione generale; secondo il distributore di bustine la reazione è sproporzionata.
Per vederci più chiaro, proviamo a dotarci di strumenti di valutazione più accurati del nostro istinto. L'occasione è quindi propizia per rispolverare un articolo di Daniele Luttazzi pubblicato su "il manifesto" del 3 settembre 2009, dal titolo "Mentana a Elm Street". La sua importanza sta nel mettere in chiaro una distinzione che appare del tutto ovvia a posteriori (dopo che te l'hanno spiegata), ma alla quale difficilmente uno penserebbe autonomamente: la satira è nobile perchè il suo bersaglio è il potere (e le sue declinazioni oppressive) e, fin qui, tutti siamo capaci di arrivarci; viceversa, la risata e l'umorismo di stampo fascistoide sono tanto più disgustosi in quanto hanno come oggetto del dileggio le vittime delle violenze.
Disgustosi e subdoli. Luttazzi scrive: "Il potere usa il ridicolo, il dileggio e lo sfottò per aumentare il conformismo generale. E' una tecnica di oppressione. (...) Il dileggio invita la massa a prendere le distanze dalla vittima e a partecipare al divertimento sadico del violento. Shakespeare attribuisce ai suoi cattivi (Iago, Shylock) questo humor crudele proprio per definire la loro immoralità (...) Il potere è sovraumano in quanto disumano. Ti illude che, unendoti a lui, diventerai predatore..."
E ancora: "Questo tipo di comicità è insidioso: funziona infatti per tutta una serie di motivi sociologici e culturali che ne inducono l'esigenza. Cresce l'ansia sul tuo futuro, minacce vere incombono, i problemi sembrano irrisolvibili, e tu senti il bisogno di una fuga nella deresponsabilizzazione e nella forza muscolare che l'idea fascistoide può fornirti a buon mercato: 'Ti lamenti che non hai più diritti e che abbiamo ridotto la tua vita a uno schifo ? Guarda, c'è gente che sta ancora peggio di te: a loro abbiamo tolto anche lo status di esseri umani.' Occorre fare attenzione perchè la regressione culturale è già oltre il livello di guardia, specie qua in Italia. (...) Nell'intrattenimento passano sempre più spesso contenuti fascistoidi perchè 'funzionano' e funzionano per tutta una serie di motivi bio-politici (là dove la politica si intreccia al biologico e al senso morale) che rendono appetibile la fuga nel disumano che il fascismo e il leghismo offrono. E' un attimo caderci, se non si sta attenti."
Questi punti fondamentali mi hanno fatto tornare in mente le innumerevoli barzellette aventi come oggetto le difficoltà motorie degli handicappati, che tutti abbiamo sentito raccontare più o meno fino alle scuole medie, e che una volta raggiunta l'età della ragione appaiono effettivamente disgustose. In quel caso c'è un substrato quasi fisiologico, ma del tutto analogo a quello politico-sociale esposto da Luttazzi: nell'età dell'iniziazione ai rapporti interpersonali non più mediati o sorvegliati dai genitori, l'accettazione nella collettività dei coetanei richiede il conformismo e l'omologazione al resto del gruppo: seguire i codici, i linguaggi, le mode, e mettere in secondo piano buona parte delle proprie individualità (poichè nessuno ha ancora una personalità sufficientemente forte per affermarle con sicurezza). Dato che non è accettabile riconoscere la realtà di tale conformismo come un appiattimento e un'omologazione al ribasso, si scarica il dileggio sui soggetti meno fortunati per autoaffermare la propria omologazione e il proprio conformismo come una conquista.
Ancora Daniele Luttazzi scrive: "Qualunque battuta, su qualunque argomento cui uno è sensibile, provocherà disapprovazione e non riso. Il caso dello humor cinico o noir lo dimostra; ma non è questo il punto. Il punto è: se rido della violenza su una vittima reale; se mi compiaccio dello scherno su di lei; se la battuta si pone dalla parte del carnefice; la gag e la risata sono fascistoidi. E lo sono anche quando banalizzano l'atto del carnefice."
Che è appunto il caso delle "bustine di zucchero antisemite".
Nello stesso articolo si evidenzia anche come dei meccanismi comici si possono benissimo innescare legittimamente anche partendo dalle vittime di violenze ed oppressioni: ci sono forme satiriche che servono, in modo appropriato,a mettere in ridicolo il carnefice attraverso la vittima; e ci sono meccanismi comici a carico delle vittime che comunque prendono le distanze dagli oppressori e dai violenti (pensate a "La vita è bella" di Benigni: non si ride DELLA vittima; la serenità d'animo con cui la vittima affronta la sua tragedia per non turbare il bambino è il meccanismo per amplificare l'orrore per la violenza).
Altri esempi: Mel Brooks ha potuto fare addirittura un musical, mettendo in parodia i caratteri generali del nazismo. L'operazione comica riesce perchè si elude la specificità della violenza,e non viene messa in scena, ad esempio, Anna Frank. In un musical divertente, quello sarebbe stato dileggio di una vittima reale: scadimento fascistoide.
Charlie Chaplin ha realizzato "in tempo reale" una memorabile parodia di Hitler, "Il grande dittatore" (sapevate che Chaplin e Hitler erano coetanei con pochi giorni di differenza di età ?): satira pura, ridicolizzazione del potere, secondo me un capolavoro. Eppure, quando alla fine della guerra si svelò la verità sui campi di sterminio, Chaplin dichiarò che, se avesse saputo, non avrebbe realizzato quel film. Nonostante il nobile valore della satira, le vittime reali pesavano sulla sua coscienza di attore comico.
Insomma, i tempi sono duri, e anche la risata richiede attenzione e strumenti culturali adeguati, per non lascirasi trascinare nel baratro dell'imbarbarimento neofascista.
Infine, non dimentichiamo di tenere sempre presenti gli autori e il contesto: se una battuta sui negri la fa Eddie Murphy, ha un valore; se la stessa battuta la fa Borghezio, ne ha un altro...

immagine tratta da www.istitutocalvino.it/blog/
* Francesco Guccini "Lager", 1981