martedì 30 giugno 2009

Seconda appendice alla costola di Adamo

Se Dio esiste, probabilmente è un errore di traduzione.

Sulla scelta della costola come escamotage qualsiasi per definire una continuità fisica, una volta che ci si è cacciati nel pasticcio di volere per forza l'uomo creato prima della donna, ho trovato un approfondimento sul blog "L'orologiaio miope" (www.lorogiaiomiope.com, molto ben fatto, consiglio una visita a tutti coloro che fossero interssati a curiosità e stranezze del mondo animale): l'autrice riferisce un'interpretazione data da Scott. F. Gilbert e Ziony Zevit (troverete colà tutte le referenze), secondo cui, poichè la parola ebraica per costola è tzela, che può significare anche promontorio, sporgenza, trave di supporto, in realtà la costola sarebbe frutto una troppo pudibonda traduzione dall'ebraico al greco. Che le costole siano in numero uguale tra uomini e donne doveva essere già ben noto anche agli estensori della Bibbia, mentre un osso che negli uomini manca e che è invece presente nella maggior parte degli altri mammiferi (compresi i nostri "fratellini" gorilla e scimpanzè) è il baculum, l'osso del pene: certamente qualcosa di più vicino all'idea del generare, e che può corrispondere ai significati alternativi della parola originale (in senso generico, senza voler per forza puntare sul roboante "trave di supporto"). A rafforzare l'ipotesi, ma aumentando la confusione, si aggiunge che un ulteriore eccesso di pudicizia fa sì che in ebraico non esistesse una parola per "pene" ed il più o meno prezioso oggetto veniva indicato con dei giri di parole che potrebbero avere generato, anzichè un'Eva, una traduzione scadente.

E del resto, sulle traduzioni balorde che generano miti, ci sarebbe da aprire un vasto capitolo. Ricordo Erri De Luca, il quale oltre che essere un grande poeta e scrittore è un cultore della lettura della Bibbia in lingua originale, che in un'intervista televisiva lamentava quanto la Bibbia sia stata massacrata dai traduttori. Lui citava ad esempio il famoso "partorirai con dolore", dicendo che la stessa parola è presente sei volte nella Bibbia (e non chiedetemi che parola ebraica sia, l'ho sentita pronunciare una volta in televisione mesi fa), e cinque volte su sei è stata tradotta con "fatica" o "affanno", e solo a proposito del parto della donna con "dolore".
Nei vangeli il caso più celebre è la traduzione dal greco al latino (a memoria direi che l'autore del misfatto sia stato San Girolamo, ma temo di sbagliarmi) della parola "Kamel" che significa gomena, grossa fune per l'ormeggio delle navi, ed è anche all'origine della voce dialettale genovese "camallo", scaricatore di porto. E l'immagine "è più facile che una grossa fune passi attraverso la cruna di un ago.." un significato ben chiaro ce l'avrebbe. Ma San Girolamo o chi per lui si è lasciato ingannare da quel "Kamel", ed ha consegnato alla posterità il paragone più insensato della storia. Poi il latino è diventato la lingua ufficiale della chiesa, le versioni latine dei vangeli sono diventate quelle "vere", e non c'è più stata possibilità di correzione.
Anche Richard Dawkins, nel 2° capitolo del suo famoso "Il gene egoista", nello spiegare in termini extra-genetici l'accumulazione di variazione in copie che si generano da altre copie, cita il caso della errata traduzione dell'ebraico almah, che significa "giovane donna, fanciulla" nel greco parthenos, che assume generalmente il significato di "vergine" (tuttora in linguaggio tecnico partenogenesi è la generazione di prole da una femmina non fecondata), mentre la parola ebraica per "vergine" sarebbe stata betulah, e non almah. Qui potreste pensare che dall'errore sia scaturito qualcosa di veramente grosso, se non fosse che si tratta "solo" della profezia di Isaia sulla nascita di Emanuele. Però è anche vero che la profezia di Isaia viene ripresa pari pari (nella versione farlocca greca) dall'evangelista Matteo, ed è molto probabile che la storia della nascita di Gesù sia stata interpolata a posteriori in modo da far apparire come avverata la profezia tradotta sbagliata.

E' un peccato che Dawkins non si sia tenuto questa cartuccia da sparare per un suo libro successivo, "L'orologiaio cieco", sarebbe stata una perfetta chiusura del cerchio.

lunedì 29 giugno 2009

Prima appendice alla costola di Adamo

"Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore"

Sono rimasto in debito di una digressione su onnipotenza ed onniscienza.

Quando da ragazzino andavo, come tutti gli altri bambini, al catechismo, ho sempre trovato poco logico e per niente coerente tutto l'insieme di cose alle quali avremmo dovuto credere. A quella età non avrei saputo spiegare bene in termini razionali cosa c'era che non andava, ma percepivo in modo generico, ma comunque piuttosto chiaro, che tutto l'edificio teorico-dogmatico della religione non stava in piedi dal punto di vista della mia logica personale.
A parte alcune critiche tradizionali alla religione cattolica, come per esempio il fatto che tra parenti, spiritelli vari, famiglia allargata, santi e probabilmente qualche attachè, e tutti dotati di qualche misura di possibilità di intervento nei fatti nostri, per qualificarsi come religione monoteista c'è un pò troppo affollamento lassù in cima; da più grandicello ed ormai definitivamente irreligioso ho imparato che la maggior parte delle mie perplessità giovanili erano in un modo o nell'altro riconducibili a quei problemi fondamentali sui quali per tutti i primi secoli del cristianesimo i teologi si sono scornati senza rimedio: il bene e il male (se Dio è onnipotente ed è infinitamente buono e perfetto, come può permettere l'esistenza del male ? Il Diavolo è altrettanto onnipotente ma non vogliamo ammetterlo ?), il libero arbitrio (se Dio è onnipotente, decide lui o decido io quello che farò ? Se decido io, non è vero che lui è onnipotente, se decide lui, perchè poi devo essere punito io con le fiamme dell'inferno ? Martin Lutero ha risolto il problema con la predestinazione, che è una toppa peggiore del buco, ma almeno salva un minimo di coerenza interna del sistema), immaterialità delle entità divine e loro effetti materiali, eccetera eccetera; tutte questioni che sono state dibattute per secoli da fior di teologi, ed in molti casi sono costate guerre di religione fra sette diverse, e che sono, in ultima analisi, tutte riducibili alla pretesa di un Dio che sia perfetto, ineffabile, incorruttibile, ed onnipotente, cioè dotato di facoltà illimitata di intervento su un mondo che tuttavia risulta palesemente imperfetto (e non potrebbe mai essere qualificato come perfetto, perchè sennò sparirebbe il nostro senso di colpa per i nostri peccati, sul quale si fonda quasi tutto il potere della religione): l'incompatibilità è evidente e il dilemma non ha soluzione.
E fin qui, è tutto fin troppo ovvio, sono temi classici.
Devo invece ringraziare John Allen Paulos ed il suo semiserio "La prova matematica dell'inesistenza di Dio" (Rizzoli 2008) per aver fatto riemergere dalle nebbie della memoria un altro dei miei enigmi infantili, espresso finalmente nei termini razionali che allora non avrei saputo trovare: onnipotenza ed onniscienza sono due proprietà che non possono essere attribuite alla stessa entità, perchè una esclude l'altra.
Se uno è onnipotente, può modificare a suo piacimento il corso degli eventi; ma se è anche onnisciente lo sapeva già, e quindi non ha modificato un bel nulla.
Io che sono Dio onnipotente non sono soddisfatto delle piega che stanno prendendo le cose sulla Terra (e già qui, uno che è onnipotente non ci fa una gran figura; quindi dirò: LO SAPEVO che 'sti qua mi avrebbero dato dei grattacapi) ? Di punto in bianco decido di mandare giù il diluvio universale, oppure bruciare Sodoma e Gomorra, insomma quei provvedimenti minimi che si prendono quando si vuole dare un taglio netto e cambiare tutto.
Ma dato che sono anche onnisciente, ce l'avevo già scritto sull'agenda da un pezzo: "oggi, diluvio universale". Quindi non ho cambiato proprio niente, era scritto nel copione.
Se viceversa, quella mattina lì mi sveglio con le balle girate perchè ho dormito male, mando giù il diluvio, e per davvero non lo sapevo prima, allora non è vero che sono onnisciente.

Saranno stupidaggini, ma raccontarle in prima persona singolare dà un sacco di soddisfazione.

sabato 27 giugno 2009

L'invenzione della latrina e la costola di Adamo

I primi uomini vivevano in piccoli gruppi di poche decine di persone, andavano a caccia e raccoglievano i vegetali commestibili che riuscivano a trovare: foglie, frutta, radici.
Erano nomadi, seguivano le migrazioni della selvaggina. Costruivano un villaggio, restavano per un pò di tempo, poi si spostavano portando con sè solo quello che sarebbe stato difficile trovare da qualche altra parte. Non c'era un'organizzazione sociale complessa, l'attività principale di tutti era la ricerca del cibo. Oggi sono rimaste solo pochissime popolazioni, nel centro dell'Africa, nelle zone più irraggiungibili del Sudamerica, tra le montagne della Nuova Guinea, che vivono ancora più o meno così.

E sono società matriarcali. Sono le donne che organizzano i villaggi, e sono le donne che trasmettono la cultura, perchè sono loro che raccontano le storie ai bambini; possiamo quindi immaginare che anche nelle popolazioni più antiche fossero le donne a dirigere la vita della comunità. E anche le divinità erano femminili: in qualsiasi angolo del mondo esiste ancora qualche traccia di una mitologia della Madre Terra che genera e sostiene gli uomini. Esistono, in tutti i continenti, miti bellissimi su come la Madre Terra abbia generato la prima donna, destinata a dare origine a tutta la specie umana.
In una leggenda peruviana è un raggio di sole a fecondare la prima donna; nel mito degli Irochesi (indiani del Nordamerica), la donna precipita giù da un buco nel cielo, e sono gli animali (falchi, castori, tartarughe, uccelli acquatici, ecc.) che si danno da fare per salvarla.
I cacciatori-raccoglitori nomadi si spostavano nel corso delle stagioni seguendo la disponibilità di cibo, le migrazioni degli animali, i cicli della vegetazione; è probabile che poi si ritornasse più o meno tutti gli anni negli stessi posti. Qualche volta deve essere successo che qualche capovillaggio, quindi con ogni probabilità una donna, abbia deciso che non era il caso di fare proprio tutto così come capitava, e che ci doveva essere un luogo, magari un pò fuori dalla zona abitata, da adibire a latrina. L'istituzione delle latrine fu un punto cruciale per la civiltà dell'uomo.

Ritornando tutti gli anni negli stessi posti, qualcuno si accorse di alcuni tipi di piante da frutto che crescevano fitte fitte proprio nel posto dove l'anno prima c'era la latrina, e si cominciò a capire come funzionavano i semi.
Quello fu il primo passo verso l'agricoltura.L'uomo imparò che anzichè vagare in cerca di cibo, il cibo poteva produrselo da sè.
Smise di essere nomade e si legò alla terra da coltivare. Le divinità divennero dee della fertilità, di solito figure femminili prosperosissime. Producendo più cibo, si poteva mantenere anche persone non direttamente impegnate in questa attività: chi era molto bravo a lavorare i metalli e a fabbricare utensili, si mise a fabbricare utensili per tutti, ricevendo in cambio il cibo che lui non produceva direttamente: l'organizzazione sociale divenne più articolata. Per potere ottenere di più dalla coltivazione della terra, bisognava essere in tanti a lavorare, occorreva fare più figli per avere più braccia. Per poter avere più figli divenne necesaria la poligamia: l'uomo divenne il centro della famiglia.

Disponendo di più cibo, le popolazioni di agricoltori crebbero di numero e tendevano ad espandersi sempre di più. Inevitabilmente, prima o poi, entrarono in conflitto per il territorio con le popolazioni vicine, sempre più frequentemente.
I guerrieri diventarono sempre più importanti ed acquisirono sempre più potere (oltre ad essere una fonte di perdite di giovani uomini utile a mantenere il surplus di giovani donne necessario alla famiglia poligamica); molto spesso i capivillaggio erano i capi militari.
La supremazia politica era passata dalle donne agli uomini.
E siccome l'uomo crea Dio a sua immagine e somiglianza, Dio diventò paterno e maschile.
E siccome la religione serve a legittimare e a perpetuare lo status quo sociale, il primo uomo creato da Dio fu un maschio e non più una femmina.

I greci avevano una combriccola di dei gelosi e litigiosi che potevano essere un ottimo surrogato dei peggiori teleromanzi di oggi; con la differenza che, rispetto ai teleromanzi di oggi, i greci dell'antichità erano molto più moderni. Il Direttore Generale era Zeus, che tendeva non a creare, ma a commissionare a contoterzisti. Se non avesse litigato con Prometeo, che aveva avuto l'appalto per l'uomo, a far fare una donna non ci avrebbe neanche pensato. Pandora, la prima donna, fu inventata come punizione per gli uomini. Zeus la inviò sulla Terra regalandole un vaso chiuso e la raccomandazione di non guardarci dentro per nessun motivo, ma sapeva benissimo che per una donna sarebbe stato impossibile; è come uscire dalla cucina dicendo al gatto: "Ho lasciato il pesce sul tavolo, non ti azzardare a saltare su." Dal vaso di Pandora uscirono tutti i mali e le disgrazie dell'umanità.
E se la religione serve a legittimare la situazione sociale corrente, già si capisce che per il ruolo delle donne non doveva buttare benissimo.

Poi, come troppe volte capita anche in politica, quando ci si illude di semplificare le cose affidandosi all'uomo forte che decide tutto da solo (e allora cominciano i guai per davvero), anche la religione deve avere attraversato un processo di questo tipo.
Un Dio unico non può attribuire svarioni agli effetti di diatribe tra colleghi: deve essere perfetto e prendersi maledettamente sul serio. Infatti ebrei, cristiani e musulmani, che adorano lo stesso Dio unico, lo adorano con tanta serietà che hanno passato la maggior parte del tempo ad ammazzarsi fra di loro. Dio deve essere perfetto, ma deve anche giustificare e legittimare i privilegi sociali
esistenti: impresa impossibile.

Fate conto di far parte di un CPC che osserva la creazione. I CPC sono sempre presenti ogni volta che si esegue un lavoro pubblico. Se in città si scava un buco in una strada per mettere giù una fognatura, una condotta o un tubo qualsiasi, immediatamente si materializza il CPC (Comitato Pensionati di Controllo) che, appoggiato alla recinzione, commenta e valuta se lo scavatore scava bene, se il buco è fatto come si deve, se il tubo è di un diametro adeguato, ecc.
Bene, se uno annuncia di voler creare il primo essere umano che dovrà dare origine a tutta la progenie dell'umanità, e poi vi sforna Adamo, voi CPC cosa direste ?
"Oh bè, devi fare il primo uomo per fargli generare tutti noi... e lo fai maschio ? Sarai anche onnipotente ed onnisciente, Dio mio, ma mi sa che non sei mica tanto furbo, veh..." - tanto più sapendo che nel seguito delle vicende religiose i metodi di fecondazione non convenzionali non mancheranno, altro che eterologa - (e sull'onnipotente ed onnisciente devo rimandarvi ad un prossimo post, sennò la facciamo troppo lunga).
Finchè il capostipite di tutta l'umanità era una donna, e tutte le generazioni a venire erano "carne della sua carne" la storia filava via abbastanza liscia; adesso che si parte da un Adamo si pone un evidente problema.
Come fare a negare alla donna il privilegio di essere creata direttamente da Dio, e renderla solo un prodotto di continuità fisica derivato dall'uomo ("carne della sua carne") ? Occorre un sotterfugio, un escamotage, un qualche cosa che renda Eva un derivato secondario della Creazione Prima di Adamo. Ed ecco che allora una costola può andar bene come una qualsiasi altra cosa, una scappatoia come un'altra per uscire dall'impasse.

Sono le soluzioni arrangiaticce e raffazzonate che contengono i cartelli indicatori della storia.

domenica 14 giugno 2009

Dedica a Ivan Della Mea

"Abbiamo perso tutte le battaglie, ma le canzoni più belle erano le nostre"
(Attribuita ad un sopravvissuto della guerra civile spagnola durante il franchismo)

Da dove nasce il profitto ? L'economia vista da uno che non la sa

Non sono un economista, e penso che impiegherò poche righe per convincere chiunque della mia incomprensione della materia. Il guaio è che più leggo meno capisco.
Non ho mai letto "Il Capitale", e non prevedo di farlo prossimamente: sarà per quello ?
La mia percezione dell'economia di mercato si limita all'immaginare una terra lontana, che chiameremo, con uno sforzo di fantasia, Terra. In tale luogo opera una sola impresa, che con un'ulteriore ingegnoso volo di inventiva, chiameremo Impresa.
Impresa possiede tenute agricole, attività estrattive, fabbriche di ogni tipo e reti di distribuzione, e produce e vende tutto, dai pannolini ai tricicli, dagli ortaggi alle creme depilatorie. Anche bandane, scarpe col tacco rialzato, servizi clinici tricologici ed ogni genere di articoli per capi di governo narcisisti, che peraltro in quel luogo lontano non esistono. E giornali e riviste e sanitari per il bagno: la lettura e il luogo di lettura; insomma tutto.
Essendo Impresa l'unica attività economica di Terra, tutti gli abitanti di Terra lavorano per Impresa, e vengono da essa retribuiti. Nessuno si senta escluso: Impresa opera anche nel ramo Fondi Pensione.
Di conseguenza, tutti i beni e servizi che Impresa vende, li vende ad un pubblico che ha in Impresa la propria fonte di reddito.
Quindi, tutto quanto Impresa ricava dalle sue vendite, proviene dalle retribuzioni dei propri lavoratori.
Le retribuzioni elargite da Impresa a coloro che per essa lavorano dovranno essere, complessivamente, pari al valore dei beni e servizi che Impresa produce, altrimenti Impresa rimarrebbe con delle produzioni invendute.
Comunque sia, il valore complessivo delle vendite di Impresa (cioè le sue entrate) sarà uguale al valore delle retribuzioni dei lavoratori (cioè le uscite).
Se gli abitanti di Terra decidono di fare un pò di risparmi e mettere qualcosa da parte, Impresa va in passivo, perchè diminuiranno i suoi ricavi rispetto al monte retribuzioni.
Impresa deve operare senza fare alcun profitto, perchè se aumenta i prezzi o diminuisce le retribuzioni, non riuscirà più a vendere quello che produce.
In un sistema chiuso come quello che abbiamo inventato, non è possibile che l'insieme di tutte le attività economiche produca, in generale, profitto: se qualcuno guadagna qualcosa, ci dev'essere da qualche parte qualcuno che va in perdita.
Com'è possibile che qui, sulla nostra Terra reale, le attività industriali abbiano margini di profitto spesso vertiginosi, e che, nonostante questo, tutto sommato anche noi dipendenti di Impresa non saremo dei gran signori, ma non dobbiamo neanche (per ora) vagare per le brughiere in cerca di bacche e radici commestibili ? Non siamo forse un sistema chiuso ?
L'unica possibilità di profitto che Impresa ha è quella di riuscire a vendere anche al di fuori di Terra (cioè operare in un sistema aperto). Finchè identifichiamo Terra solo con il nostro sistema economico occidentale, questo principio dell' espansione finora ha funzionato abbastanza bene, poichè via via, in modo più o meno premeditato e congegnato, nuovi paesi e nuove popolazioni sono stati associati al nostro Paese dei Balocchi dell'Economia di Mercato.

Possiamo anche apprezzare il progressivo affinamento dei metodi di acquisizione di nuovi mercati: per tutto il XVIII e XIX secolo, le potenze europee, per vendere i propri prodotti industriali in diverse aree del mondo altrimenti dedite a sistemi economici di sussistenza a base di agricoltura e artigianato, riuscivano di solito ad ottenere un'adesione convinta ed entusiasta al valore morale del Libero Mercato dopo un adeguato periodo di cannoneggiamenti; per buona parte del XX secolo, con lo spostamento della posizione di predominio industriale dall'Europa al Nordamerica, ulteriori osannanti popolazioni sono state introdotte o vincolate al rutilante mondo del Liberismo Economico a forza di colpi di stato e giunte militari; oggi sono sufficienti le condizioni imposte come "garanzia di stabilità politica" dal Fondo Monetario Internazionale per la concessione di prestiti.
Ma l'espansione deve essere continua, poichè i nuovi consumatori che vengono acquisiti per allargare le possibilità di vendita, entrano immediatamente a far parte dello stesso gioco. L'espansione continua del bacino di vendita ha termine ben presto con un punto di saturazione, poichè la Terra è comunque un sistema chiuso (a meno che i vantati - più vanitosi che vantati - prodigi del Made in Italy non si spingano al punto di appioppare cravatte firmate agli extraterrestri). A saturazione delle possibilità di espansione, il sistema dell'economia di profitto crolla.
E probabilmente oggi siamo arrivati al dunque.

Ma non sono ancora soddisfatto da questa spiegazione. La Terra è un sistema chiuso comunque, e lo era anche agli albori del capitalismo. Da dove sono arrivati i profitti delle imprese ed il nostro benessere nel frattempo ?
Si riesce ad ottenere questo risultato tenendo deliberatamente la maggior parte della popolazione, ad esempio i 4/5 o i 5/6 degli abitanti di Terra in completa povertà, retribuendoli molto meno del valore dei beni che producono, ad estrarre minerali da cave e miniere o coltivare cotone, per fare gli esempi più banali ed abusati, di cui non godranno mai i risultati finali, a beneficio della restante minoranza di privilegiati sui quali Impresa può concentrare il massimo investimento ed ottenere il massimo profitto con un relativamente piccolo volume di beni prodotti per pochi ? Ne consegue che l'ampliamento del bacino dei potenziali consumatori avviene con la contropartita di uno sfruttamento sempre più feroce degli esclusi. Io sono del tutto convinto che la nostra ricchezza si fondi interamente su tale sfruttamento, ma temo che anche questo non sia sufficiente a risolvere il mio enigma del sistema chiuso.

E se tutto questo surplus di ricchezza fosse solo fittizio, inventato, inesistente ? Se io ho 10 Euro, e li deposito in banca sul mio conto corrente, e la banca li presta ad un imprenditore per finanziare le normali attività della sua azienda: io considero quei 10 Euro nelle mie disponibilità, perchè so di averli nel mio conto corrente; la banca li considera nelle sue disponibilità, perchè li ha in custodia e li può investire come meglio crede (anzi, li ha già investiti); l'imprenditore li considera nelle sue disponibilità, dato che li sta usando. Di chi sono quei 10 Euro ? O meglio, non sarà che il "sistema Economia" "vede" in circolazione 30 Euro, dei quali solo 10 "esistono" realmente ? Capisco che il denaro è a sua volta solo un certificato di credito e non un bene reale e concreto, ma non penso che questo possa rendere la moltiplicazione dei pani e dei pesci una legge fisica.
Cosa succede se andiamo in banca tutti assieme a ritirare i nostri risparmi ?
Bè, se davvero la nostra disponibilità di ricchezza si fondasse su una bolla così, quando prima o poi la bolla scoppierà ci sarà da ridere.
E forse ci siamo.

O magari qualcuno riesce a spiegarmela meglio ?

sabato 13 giugno 2009

Tra altri 47 milioni di anni, noi ? Elogio della contingenza

La Vocetta ha sollevato un tema importante commentando un mio post precedente, e se La Vocetta sollecita, non posso certamente tirarmi indietro.

E' possibile fare previsioni sul futuro dell'evoluzione biologica (umana o di qualsiasi altro gruppo vivente) ?
Il quesito è di per sè sicuramente affascinante, ma affrontare un tentativo di risposta può essere soprattutto l'occasione per dissipare alcuni luoghi comuni sull'evoluzione, alimentati da tante esposizioni divulgative che da una parte tendono a presentare in maniera troppo semplificata la teoria - un certo grado di semplificazione è certamente utile per rendere comprensibili a tutti i meccanismi di base, ma una semplificazione eccessiva può portare a costruire raffigurazioni fuorvianti -, e dall'altra sono un pò viziate da un certo provincialismo della specie umana, o meglio da un sottofondo di intento autocelebrativo per un presunto ruolo "speciale" dell'uomo nella natura, che tende a prevalere rispetto a ricostruzioni più distaccate della realtà storica.

Il luogo comune più diffuso ed evidente è quello della raffigurazione dell'evoluzione come una scala lineare di progresso. Direi che la maggior parte dell'iconografia "tipica" che si trova, ad esempio, sui libri di testo, tende verso questa raffigurazione: dal pesce all'anfibio al rettile all'uccello all'uomo (linea comportante, se si volesse essere precisi, un anacronismo tra l'origine dei mammiferi e degli uccelli, essendo questi ultimi più recenti; ma il provincialismo autocelebrativo non può prescindere dall'uomo in posizione terminale nella scala del progresso evolutivo); oppure: dalla scimmia, alla scimmia in posizione eretta, all'uomo dall'aspetto scimmiesco (di solito con clava), all'uomo seminudo con evidenti problemi di peli superflui, al professionista in giacca e cravatta (esponente della civiltà occidentale industrializzata, provincialismo autocelebrativo elevato al quadrato - ed invariabilmente maschio, provincialismo autocelebrativo al cubo).


























Si tratta di un'iconografia che si presta molto bene a reinterpretazioni satiriche, ma questo tipo di visione dell'evoluzione trascina con sè una serie di conseguenze fuorvianti nell'interpretazione della storia naturale. Identificherei le più importanti di tali distorsioni nei seguenti concetti: innanzi tutto che l'evoluzione comporti una tendenza intrinseca al progresso, comunque esso venga inteso (di solito come un aumento della complessità); in secondo luogo che l'uomo sia il risultato ultimo, ineluttabile e prevedibile, di questa tendenza progressiva, cioè che tutta la lunga storia della vita sulla Terra sia stata una sorta di "preparazione" alla comparsa dell'uomo, fine predestinato ed inevitabile del processo evolutivo; ed infine, che gli eventi di estinzione e sopravvivenza siano manifestazioni di "colpe" o "meriti" o, per meglio dire, rappresentino sentenze sul valore: chi si estingue, soccombe per sue carenze, insufficienze o manchevolezze.

Da una parte si può avere qualche indulgenza verso verso questa specie di sciovinismo biologico: non vogliamo rassegnarci ad ingoiare il quarto "rospo intellettuale" nel breve volgere di quattro secoli: credevamo di essere al centro di un universo limitato, ma Copernico, Galileo e Newton ci hanno relegato su un satellite di una piccola stella periferca di scarsa importanza; ci siamo consolati pensando che Dio avesse scelto proprio quell'angolo sperduto per collocare l'unico organismo creato a sua immagine e somiglianza, ma Darwin ci ha palesato la nostra discendenza da un mondo animale; il conforto della fiducia nelle nostre rigorose menti razionali è durato solo finchè Freud non ci ha inchiodato al nostro inconscio; si può capire che quando infine la paleontologia ci indica la profondità abissale del tempo geologico, che la storia dell'uomo ne occupa solo una parte infinitesima, e non è affatto così pervasiva e necessaria nella storia della vita, e che la nosta esistenza è un "accidente cosmico" contingente ed irripetibile, la difficoltà ad accettare il concetto può essere comprensibile. (1)
Ma dall'altra parte, come per i tre rospi precedenti, varrà la pena di rassegnarsi e barattare il disagio per una migliore conoscenza.

Il primo passo che dovremmo fare è concettualizzare l'evoluzione nella nostra mente con un'immagine esemplificativa un pò più appropriata: non come una scala lineare, ma come un cespuglio fittamente ramificato: da un singolo tronco basale, due, poi quattro e via via una infinità di ramoscelli che continuano a ramificarsi. Ad ogni livello del cespuglio, ci saranno anche molti rametti che avvizziscono e lasciano spazio ad ulteriori ramificazioni di altri rami vicini.

Come si può negare che l'evoluzione contenga intrinsecamente una sua propria tendenza a produrre esseri via via più perfezionati e complessi ? Il fatto che la storia evolutiva sia una storia di aumento di complessità appare evidente: da semplici batteri, a cellule eucariote con un nucleo ed organelli interni, a cellule che si aggregano in forme coloniali, anche piuttosto elaborate come le grandi alghe, ed infine formano organismi con anatomia dapprima semplice, spugne, meduse, e poi via via più complesse lungo ciascuna delle diverse ramificazioni principali del nostro cespuglio, dai muschi alle piante con fiori, dai lombrichi ai crostacei e ai vertebrati. Come si può non vedere in queste successioni una storia di aumento di complessità ? E come si potrebbe non concludere che tale spinta verso la complessità sia in qualche modo un principio fondamentale che dirige il cambiamento evolutivo ?
In realtà, se noi esaminiamo il nostro cespuglio dell'evoluzione, a partire dal tronco di base, un iniziale capostipite batterico della vita sulla terra, lungo le innumerevoli ramificazioni, troviamo infine ancora batteri in quasi tutti i ramoscelli terminali, e solo alcuni gruppi molto ristretti di ramificazioni conducono ad esseri più complessi.
Il modo di gran lunga più frequente di essere vivo sulla terra è sempre quello di essere un batterio, cioè presumibilmente il livello di organizzazione più semplice compatibile con una vita autonoma.
Se poi studiamo l'andamento del cambiamento evolutivo all'interno di ciascun clade (un clade è l'insieme di tutte le specie derivate da un'unica qualsiasi specie ancestrale; nella nostra metafora del cespuglio è tutto ciò che ci rimane in mano se eseguiamo un singolo taglio ad un qualsiasi livello del cespuglio. Spero che un esempio possa chiarire il concetto: i mammiferi sono un clade, poichè discendono tutti da un progenitore comune e ne rappresentano tutta la discendenza; i rettili NON sono un clade, poichè il clade che include i rettili comprende anche uccelli e mammiferi, in quanto da essi derivati), entro i cladi non si trovano particolari tendenze verso la complessità: da specie ancestrali si hanno discendenti dotati indifferentemente di caratteristiche anatomiche e strutturali più complesse o semplificate senza nessuna prevalenza rilevabile.

La conclusione a cui voglio giungere al termine di questo ragionamento, è che se la media della complessità (comuque la si voglia misurare) è sicuramente aumentata nel corso della storia della vita, questo è dovuto all'allungarsi della coda estrema della distribuzione delle anatomie, rappresentata dalle forme complesse, dovuto semplicemente all'aumento della diversità dei modelli anatomici. Poichè il punto di partenza è la struttura vivente più semplice possibile, c'è un limite fisico che impedisce la diversificazione in direzione di modelli più semplici, e quindi l'allargamento della distribuzione dei tipi strutturali può procedere solo nella direzione della maggiore complessità: l'aumento medio della complessità anatomica non rappresenta una tendenza intrinseca dell'evoluzione, è solo un effetto collaterale della diversificazione, da un punto di partenza posto in prossimità di un limite invalicabile, la moda (il valore più frequente) batterica rimasta costante dall'inizio ad oggi (non c'è stata un'era dei trilobiti, nè un'era dei dinosauri: dall'inizio della vita sulla terra, tre miliardi e mezzo di anni fa, viviamo nell'era dei batteri, e di lì non ci siamo mai mossi).

Qualche insolito evento di frane di fango su antichi fondali marini ci mette oggi a disposizione pochissimi e preziosissimi campioni fossili completi di intere faune primordiali straordinariamente conservate. Un sito in particolare, la cava di argilloscisti di Burgess, sulle Montagne Rocciose canadesi, ha favorito condizioni di conservazione eccezionali e risale all'epoca "giusta" (530 milioni di anni fa) per una visuale della fauna appena successiva all'inizio della vita pluricellulare (che si stima intorno a 570 milioni di anni fa). I concetti che si ricavano dallo studio di quella fauna degli esordi, riassunti veramente all'essenziale, ci dicono che:

1) c'era già tutto. Sono riconoscibili i precursori, se non i primi esponenti già ben differenziati, di tutti i principali gruppi animali: tutti i quattro grandi gruppi di artropodi: i trilobiti (oggi estinti), i crostacei, i chelicerati (oggi rappresentati da ragni e scorpioni), e gli unirami (che oggi includono gli insetti); e poi spugne, una varietà di "vermi" che va dagli onicofori ai priapulidi agli anellidi ai molluschi, fino a un piccolo esserino, neanche molto rilevante in quella fauna come frequenza numerica, simile ad un pesciolino appiattito e nastriforme, con fasce muscolari a forma di V come i pesci moderni, chiamato Pikaia, che è il primo cordato documentato, cioè noi. C'erano già tutti i principali gruppi animali, o comunque i loro progenitori riconoscibili come tali. Nessun nuovo modello anatomico principale ha avuto origine da quello stadio iniziale ad oggi.

2) C'era molto di più. La maggior parte delle specie della fauna di Burgess Shale non è collocabile in alcun gruppo tassonomico attuale. Per rimanere agli artropodi, oltre ai quattro gruppi principali indicati sopra, le specie di artropodi di Burgess non incorporabili in alcun gruppo conosciuto sono almeno tredici (ma più probabilmente oltre venti: la revisione continua): oggi sono classificate molto più di un milione di specie di artropodi e tutte rientrano nelle quattro suddivisioni principali, ed un singolo giacimento fossile richiederebbe l'istituzione di una ventina di ulteriori gruppi diversi per classificare poche decine di specie ! Ed esistevano animali con strutture corporee generali che ora semplicemente non esistono più, e che potrebbero sembrare usciti da qualche film di fantascienza.
Per darvi appena un'idea, vi presento, nel suo status attuale di reperto fossile e nella ricostruzione che potete trovare anche su Wikipedia, la Opabinia, dotata di cinque occhi e di un singolo organo prensile simile ad una chela, posto all'estremità non di un arto, ma di un'appendice flessibile. Nulla di simile esiste oggi.






Si può stimare che le specie animali di oggi siano complessivamente più numerose di allora, ma comprese in un numero molto più ristretto di gruppi tassonomici (cioè di tipi di architettura anatomica); quesito insolubile: la biodiversità è dunque aumentata o diminuita ?
Tutta questa "esplosione" iniziale di diversità, in reltà non deve meravigliare. il fatto di essere i primi animali pluricellulari consentiva di adottare modi di vita mai esistiti fino ad allora, ed occupare spazi ecologici del tutto "vuoti": in questo senso si può dire che "qualsiasi cosa avrebbe funzionato", e l'evoluzione potè sperimentare le più varie modalità di costruzione anatomica.
Possiamo ipotizzare che siano sopravvissuti i tipi anatomici più funzionali e si siano estinti quelli da qualche punto di vista più carenti, anche se è difficile comprendere la sopravvivenza, tanto per dare un'idea, delle linee genealogiche A e C e l'estinzione della linea B ad esse intermedia. Aggiungiamo che estinzione o sopravvivenza tei tipi animali di quel mondo di oltre 500 milioni di anni fa non hanno alcuna relazione con la loro frequenza relativa in quella fauna (cioè con il successo conseguito fino a quel momento): alcune tra le specie più abbondantemente rappresentate non hanno lasciato discendenti, e gruppi allora molto rari oggi prosperano. Sappiamo inoltre che almeno due (ma forse più) eventi di estinzione di massa si sono verificati nel frattempo, presumibilmente causati da immense catastrofi naturali. Tutti ormai hanno imparato la storia dell'asteroide che impattò la Terra circa 65 milioni di anni fa, causando alterazioni climatiche che provocarono l'estinzione della grande maggioranza delle specie viventi, e la scomparsa dei dinosauri; ma un'estinzione ancora più completa si verificò intorno a 225 milioni di anni fa, quando ben oltre il 90% delle specie allora esistenti sparì; ebbene, se la causa principale delle estinzioni di linee filetiche fosse legata ad eventi di questo tipo, i pochi gruppi tassonomici superstiti, che avranno il privilegio di essere all'origine di nuove diversificazioni e ramificazioni, non potrebbero attribuirsi nessun valore, abilità, o capacità particolari superiori a quelle occorrenti per vincere una lotteria (la selezione naturale non può sviluppare adattamenti per sopravvivere a enormi catastrofi, non c'è la possibilità di "esercitarsi" prima).
Dunque, sappiamo a posteriori che la Pikaia, sulla quale, in base alla sua abbondanza nella fauna di 530 milioni di anni fa, sarebbe stato molto azzardato scommettere, sopravvisse e non si estinse, e che qualche particolare situazione contingente e imprevedibile fece sì che 225 milioni di anni fa qualche pesce suo discendente fu tra i pochi animali a trovarsi tra le pinne il biglietto buono della lotteria, e possiamo considerare molto plausibile che se 65 milioni di anni fa, alcuni mammiferi (in forma di piccoli insettivori notturni dediti più che altro a nascondersi in un mondo dominato da grandi rettili) furono in grado di sopravvivere all'impatto dell'asteroide e, dopo milioni di anni di "anonimato", colonizzare così tanti ambienti e diversificarsi nell'attuale varietà di forme, devono questa opportunità soprattutto alle loro piccole dimensioni, un effetto collaterale della loro marginalità di allora. Altro che marcia ineluttabile del progresso verso la perfezione inevitabile dell'uomo !

Ritengo ora di avervi fornito un primo e grossolano servizio di pulitura dell'iconografia classica sull'evoluzione (la salutare "igiene iconoclasta" è una delle mie attività preferite) che permette di mettere in evidenza il ruolo fondamentale delle irripetibili situazioni occasionali nella costruzione degli eventi evolutivi: nulla è ineluttabile e predefinito, e se potessimo riportare indietro il film della storia della vita, per farlo ripartire, nelle stesse condizioni, da un punto qualsiasi del passato, non arriveremmo mai un'altra volta allo stesso fotogramma di oggi. La selezione naturale, il grande motore dell'evoluzione, non realizza progetti e non risponde ad aspettative; costruisce adattamenti immediati e locali per il "qui ed ora", ed il "qui ed ora" sono contingenze storiche mutevoli e spesso non prevedibili (ma vorrei anche sottolineare che "non prevedibile" è molto diverso da "casuale": tutto si svolge seguendo rigorosamente le leggi di natura, ma non possiamo mai sapere quale combinazione di eventi si realizzerà tra le molte possibili, ed ogni possibile svolgimento diverso della storia sarebbe altrettanto interpretabile a posteriori, se solo esistesse qualcuno in grado di farlo).
Ora, dovremmo essere abbastanza saggi da non sentirci sminuiti per il fatto di non essere l'apice inevitabile di una tendenza verso il progresso, ed anzi apprezzare la serie fortunata di circostanze che ha condotto proprio noi e non altri a poter indagare e meditare sulla nostra storia, le nostre origini ed il nostro ruolo del mondo, e dovremmo anche guardarci intorno, a contemplare la varietà della natura che ci circonda, con quel tanto di ammirazione che non guasta, per la lunga serie di vicissitudini storiche che ha portato tutti gli esseri viventi ad essere qui ancora oggi, tre miliardi e mezzo di anni (ed infinite ramificazioni, e ripetute drammatiche decimazioni) dopo un batterio progenitore.

Oggi probabilmente ci troviamo ancora ad uno di quei punti di svolta in cui il film della storia della vita potrebbe di nuovo cambiare completamente scenario. Una singola specie ha acquisito una enorme diffusione demografica ed una capacità mai vista prima di modificare il proprio ambiente, dissipando ad una velocità folle le stesse risorse su cui fonda la propria sopravvivenza.
L'uomo possiede la capacità di astrarre e progettare, e può utilizzarla, come finora ha fatto, per escogitare sistemi sempre più ingegnosi per sfruttare le risorse del pianeta più velocemente possibile. Può utilizzare la stessa capacità intellettuale per riconoscere che questo pianeta non è in grado di sostenere consumi così accelerati, e per definire una pianificazione su scala mondiale dell'utilizzazione delle limitate risorse della Terra, al fine di impiegarle solo per i fini essenziali di sopravvivenza, anzichè sprecarle per fabbricare fesserie inutili come motociclette e foulard. Questa capacità di pianificazione, ambiziosa ma necessaria, si scontra con la difficoltà di creare una comunità di intenti in tutta l'immensa popolazione mondiale, e sarà evidentemente difficile da raggiungere, ma è inutile sbrodolarsi in lodi per le straordinarie capacità del nostro cervello, se poi rinunciamo ad usarle nel modo appropriato. Se ne saremo capaci, riusciremo a slavaguardare mari, suolo, aria, foreste, acqua potabile e clima, dai quali dipende la sopravvivenza nostra e delle prossime generazioni. Se invece continueremo ad utilizzare la nostra intelligenza per sfruttare il pianeta oltre le sue possibilità, ai fini del nostro massimo profitto immediato, il film andrà comunque avanti senza di noi, e in un caso o nell'altro i batteri continueranno a rappresentare la moda della vita, del tutto indifferenti tanto alla nostra presenza quanto alla conclusione della strana e fuggevole parentesi dell'umanità, meno che un istante nella scala del tempo geologico.
Nell'estensione di questo post, già lungo, ho indegnamente ridotto ai minimi termini trattazioni di temi che richiederebbero centinaia di pagine. Per chi fosse interessato ad approfondire, consiglio:

Stephen Jay Gould: La vita meravigliosa - I fossili di Burgess e la natura della storia - Feltrinelli 1990

e, sulle distribuzioni asimmetriche che inducono false percezioni di tendenze generali, e molto altro ancora:

(1) Stephen Jay Gould: Gli alberi non crescono fino in cielo - Mondadori 1997

sabato 6 giugno 2009

La signora


"E le regine del tua culpa affollarono i parrucchieri.”

Fabrizio de Andrè - La domenica delle salme


La signora aveva passato due orette, anche due orette e mezza, nei paraggi del cancello con una vicina a scambiare reciproci aggiornamenti sui più svariati campi dello scibile condominiale, pettegolezzi vari sul vicinato, vicende avvincenti di pluridecennali serie televisive, negozi, abbigliamento e calzature. Due orette – due orette e mezza dedite a tali attività culturali sono lo stretto indispensabile per potere arrivare a sera potendo dire: oh come sono stata impegnata in continuazione oggi, non ho avuto neanche un attimo di respiro e non ho potuto fare quasi niente; e andare a dormire con la coscienza a posto.
Poi salì sul suo SUV per affrontare i tre chilometri e mezzo fino al suo MegaIperSuperCentro Commerciale preferito tra i trentadue MegaIperSuperCentri Commerciali della città. Sì, ci sarebbero state anche altre automobili da comprare, magari anche un pò più pratiche e meno ingombranti; ma quando era stata presa la decisione per l’acquisto, il fattore sicurezza aveva avuto un peso determinante: questo qui è bello alto, mica vorrai rischiare che se vai a sbattere magari qualcuno con la macchina più alta arrivi col paraurti nel tuo abitacolo, no ? Sarebbe pericolosissimo; così il paraurti più alto ce l’ho io e sto tranquilla.
Tra soste ai semafori, aria condizionata accesa ed ogni altro comfort, la mostrocilindrata del veicolo risucchiò nel tragitto tre etti di benzina, pari a quasi un chilo di anidride carbonica dispersa nell’atmosfera (non è un'esagerazione letteraria: un rapporto in peso di uno a tre tra idrocarburi bruciati ed anidride carbonica prodotta è piuttosto veritiero).
Nel MegaIperSuperCentro Commerciale, la signora acquistò circa un chilo di prodotti vari per la manutenzione e la tinteggiatura dei capelli, una mezza dozzina di creme emollienti, rilassanti, antirughe, lucidanti, idratanti e tonificanti per la plastificazione della pelle, una gamma completa di deodoranti, profumanti, assorbiodori per togliere la puzza di plastica dalla pelle plastificata, e una ulteriore varietà di coloranti, rassodanti, proteggenti in versioni da giorno e da notte in tutte le combinazioni possibili, e prodotti di bellezza di varia indole e consistenza di cui nessun essere umano di sesso maschile conoscerà mai la funzione, destinati, ciascuno con la propria specificità, ad adulterare la sua umana morfologia naturale, per un totale, tra produzione e trasporto di ciascun cosmetico, di un paio di barili di petrolio-equivalenti.
Nel reparto frutta e verdura, la bolgia nella quale l’uomo perde ogni memoria storica della faticosa costruzione di organizzazioni sociali civilizzate e regolate, e si abbandona ad ogni sorta di razzia e di scorreria predatoria, esercitandosi così alla sua futura condizione di dannazione eterna, tra massaie immerse a testa in giù fino alla cintola nella cesta degli asparagi intente a ravanare in cerca del mazzetto più bello, aitanti sportivi che fulminei disfogliano cespi di lattuga per trarne solo il pallido e tenero cuoricino, abbandonando dietro di sè catene collinari di tumuli verdi, gentiluomini incravattati che perpetrano ogni sorta di imbroglio sulle pesature, scambi di etichette e qualsiasi altra pensabile fattispecie di frode, la signora notò su un banco alcune vaschettine di mirtilli. “Oh, che voglia. Non sapevo che si potessero trovare già in aprile. Dice la TV che fanno bene per un sacco di cose, e anche per l’abbronzatura, e con questo caldo che c’è già in questa stagione... è proprio una buona idea.”
L’etichetta “Product of Chile” non attivò nessun rimando mentale ad un volo transoceanico su un grosso aereo da trasporto che inonda l’Atlantico di un aerosol di kerosene per far arrivare fin lì una vaschetta da 50 grammi di mirtilli. “Ah, mi pareva che non fosse la stagione. Che cosa meravigliosa che ormai possiamo avere qualsiasi tipo di frutta in ogni momento dell’anno.”
Terminata la spesa nel MegaIperSuperCentro Commerciale, la signora si diresse verso un negozio di abbigliamento a 150 metri di distanza. Col SUV. Se avesse avuto delle scarpe più comode sarebbe senz’altro andata a piedi, ma con un vestitino così, non puoi mica metterci delle scarpine basse, starebbero malissimo, ci vogliono per forza delle scarpe con un tacco un pò alto. Per forza. Lo dice sempre anche la TV che le donne italiane sono proprio le migliori al mondo per la scelta degli abbinamenti giusti delle scarpe con i vestiti. Dal punto di vista di un uomo si potrebbe obiettare che è la scelta degli abbinamenti delle scarpe con il mondo circostante a lasciare talvolta a desiderare, ma gli uomini, si sa, non capiscono nulla di moda.

Ai 150 metri lineari, il tragitto del SUV aggiunse quattro giri dell’isolato nella disperata ricerca di due parcheggi liberi adiacenti.
Piazzato finalmente il mostro in diagonale su due posti-auto ("Bisogna proprio che la porti in officina, questa macchina, tutte le volte che la parchggio tende sempre a mettersi un pò di sbieco, deve avere qualche difetto, magari ha le candele sporche."), la signora acquistò per pochi euro una cianfrusaglia che aveva un colore che le piaceva, che non avrebbe mai indossato, ma il colore era irresistibile, e un'altra cianfrusaglia iridescente che cambiava la sfumatura del riflesso secondo l'esposizione alla luce.
Una cianfrusaglia bellissima. Non avrebbe mai indossato neanche quella, ma era veramente bellissima. E poi costava così poco.
La signora tornò a casa, stanca e accaldata per la giornata intensa e proficua. Ebbe un momento di indecisione tra accendere il condizionatore o aprire le finestre per rinfrescare le stanze caldissime; nel dubbio, fece entrambe le cose.

"Ah, che caldo. E siamo solo in aprile. Dice la TV che è l'effetto serra, tutti questi gas che buttano nell'aria chissà poi per fare che cosa, l'amadriade carbonchia, che disastro. Guarda che roba, siamo solo in aprile e mi tocca già accendere il condizionatore. E ci fosse qualcuno che facesse qualcosa per risolvere il problema !" Orgogliosa di questo sussulto di coscienza civile e di sacrosanta indignazione, la signora si sedette e accese la TV.

venerdì 5 giugno 2009

Ventennio

"Ricordarsi che le fotografie del Duce non vanno pubblicate se non sono state autorizzate" - 1936, direttive alla stampa

martedì 2 giugno 2009

47 milioni di anni fa, noi



Uno degli eventi più affascinanti degli ultimi tempi è stata l'esposizione, al Museo di Storia Naturale dell'Università di Harvard, a New York, del fossile della così soprannominata "Ida", tecnicamente Darwinius masillae, un primate, con pollice ed alluce opponibili, quindi mani e piedi prensili, e unghie piatte anzichè artigli, datato circa 47 milioni di anni fa, che anatomicamente potrebbe essere considerato come una vera e propria scimmia, ma dotato ancora di caratteri di transizione propri delle proscimmie, cioè dei primati più antichi.

In realtà il reperto è stato scoperto in Germania, nei dintorni di Francoforte, nel 1983, e si è perso un pò di tempo nello studio perchè, per motivi che ignoro, sono state vendute e conservate separatamente, l'una negli Stati Uniti e l'atra ad Oslo, parte e controparte (i fossili vengono portati alla luce dalla separazione di due strati di roccia sedimentaria, uno dei quali, per farla molto semplice, presenta la figura in rilievo, e l'altro il corrispondente "stampo" concavo; entrambe le facce possono essere informative in egual misura, ma ulteriori informazioni si possono ricavare dal confronto fra le due; parte e controparte sono state infine riunite solo nel 2007, per me incomprensibilmente). Molta parte dell'interesse del fossile è dovuto al suo eccezionale stato di conservazione, pressochè perfetto: si è potuto individuare persino il contenuto dello stomaco: frutta e foglie sono state il suo ultimo pasto; ma soprattutto per il fatto che questo animaletto (lungo 24 cm, più oltre 30 cm di coda), è un possibile antenato comune di tutte le scimmie vere e proprie, dai babbuini ai gorilla, che sarebbero discese dagli altri primati più antichi, le proscimmie, cioè lemuri e tarsi, attraverso una forma di transizione di questo tipo (L'avete mai visto un Tarsio ? Ve lo presento. Conoscete nessuno più simpatico ?). L'attribuzione ufficiale del nome generico Darwinius al possibile progenitore comune delle scimmie è una celebrazione un pò enfatica del bicentenario, ma va bè. Leggendo i vari resoconti qua è là, la prima cosa che balza agli occhi è che i giornalisti, quando vanno ad affrontare argomenti di questo tipo, non hanno davvero un'idea di che cosa stanno parlando: "Scoperto l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia", "Trovato l'anello di congiunzione che conferma la teoria di Darwin" ed altre cialtronerie del genere sono state all'ordine del giorno nelle ultime settimane. Intanto, sono insopportabili le banalizzazioni degli "anelli di congiunzione" che "confermerebbero" l'evoluzione. L'evoluzione ormai è un fatto già bello e confermato da un pezzo, da centinaia (no, migliaia) di dati empirici del tutto evidenti, e dal fatto che forme di transizione come questa si trovino giusto nella sequenza temporale predicibile in un quadro storico evoluzionistico. Gli "anelli mancanti" o "anelli di congiunzione" sono nostre idealizzazioni fittizie. Da una forma ancestrale A ad una forma derivata B, io potrei trovare anche 10000 forme intermedie, e nell'esatto ordine temporale prevedibile; ed allora i Testimoni di Geova o chi per essi verrebbero senz'altro a chiedermi conto dei 10001 "anelli mancanti" che a quel punto mi servirebbero per colmare tutti gli intervalli. Infine "Ida" non ha alcuna collocazione intermedia tra uomo e altre scimmie; casomai tra scimmie ed altri primati (il che la rende comunque un nostro possibile antenato); altrimenti la datazione di 47 milioni di anni sarebbe a dir poco imbarazzante, se consideriamo che la estesa diversificazione dei mammiferi, da piccoli insettivori notturni primordiali, è partita dalla grande estinzione di massa che ha portato alla scomparsa, tra gli altri, dei dinosauri 65 milioni di anni fa, che l'ultimo progenitore comune di uomo e scimpanzè è stimato a circa 8 milioni di anni fa, e che l'altra mitica "mamma di tutti noi", Australopithecus afarensis "Lucy" una scimmia nel suo aspetto complessivo, ma che camminava in piedi, eretta, risale a 3,2 milioni di anni fa.
In realtà è appunto la possibilità di risalire per immagini a quella prodigiosa continuità di discendenza e ramificazioni genealogiche, che ci fa guardare con la stessa rispettosa sorpresa alle fotografie in bianco e nero di nostri antenati sconosciuti con i baffi a manubrio impomatati, e ad ossa miracolosamente conservate che ci permettono di immaginare che oltre tre milioni di anni fa "eravamo" qualcosa che assomigliava a "Lucy" e nello stesso modo, indietro di decine di milioni di anni, tempi che non riusciamo neanche a concettualizzare, che i nostri antenati erano probabimente simili a una "Ida".
Non è sufficiente questa straordinaria continuità per emozionarsi, senza bisogno di cialtronerie avventate ed enfatizzazioni eccessive ?

Il telefono, la tua croce

Adesso è periodo di telefonate. Tutte le sere, verso l'ora di cena, mi telefona qualcuno. Purtroppo sono solo voci registrate. Io tutte le volte ascolto i primi due secondi, giusto per capire chi è, poi metto giù; e poi mi pento, perchè mi sarebbe piaciuto sentire quali argomenti avrebbero tirato fuori per convincermi a votarli. E il fatto che si presentino con monologhi registrati senza possibilità di esporsi a domande od obiezioni la dice lunga su quale sia il tipo rapporto che ritengono di avere con noi elettori. Domande ed obiezioni sono riservate a programmi telvisivi addomesticati.
Quache sera fa dall'altra parte della cornetta avevo l'ectoplasma di Pierferdy Casini in persona (si fa per dire); si vede che nel suo partito Totò Cuffaro ha invece l'incombenza della propaganda per corrispondenza, spedisce in giro i pizzini.
L'altra sera una donna si è qualificata come l'unica vera novità del panorama politico: i Moderati. A momenti svengo dalla gran novità. Dice che i Moderati difendono i valori della famiglia. Io che sono single avrei voluto fare una domanda interessata: "ma i valori della famiglia li difenderete con moderazione, mica come una cosa su cui asserragliarsi, sennò cosa vi chiamate Moderati a fare, allora chiamatevi Mujaheddin della famiglia che si capisce meglio..." niente da fare, le registrazioni sono impermeabili alle obiezioni.
Stasera il rompiballe di turno era un virgulto del Popolo Delle Libertà che, con voce giovanile e tutte le tipiche "o" piemontesi, vuole portare la sua esperienza di imprenditore nel Parlamento Europeo, ma prima esordisce con il proclama: Compra Italiano !
Ma come ! I paladini del liberismo, gli adoratori del totem del Libero Mercato ? Verrebbe da dire: ce l'hai scritto nel nome del Partito; ma non si sa bene in che senso vada intesa quella libertà lì: c'è sempre il dubbio, visto di che partito si tratta, che sia un'invocazione di libertà anche solo con la condizionale, anche la libertà dietro cauzione andrebbe benissimo. Ma non eravamo rimasti che si doveva lasciar fare agli imprnditori tutto quello che volevano che tanto poi ci avrebbero pensato le capacità tauamturgiche del Mercato e della Concorrenza a rendere il mondo sano e felice ? Per anni ci hanno fatto i maroni a fettine con i lacci e lacciuoli (da scriversi sempre con la u) burocratici che ostacolavano l'esprimersi della libera creatività imprenditoriale: dovunque ti giravi c'era qualcuno che lamentava capacità produttive tristemente imbrigliate in lacci e lacciuoli (con la u) imposti da leggi che ponevano troppe regole, e ci raffiguravano un'Italia popolata di laboriosi imprenditori geniali e inventivi pronti a librarsi in volo come aquile grazie alla loro sconfinata creatività, e invece costretti a razzolare a terra come tacchini dai mille impedimenti regolamentari.
E allora abbiamo depenalizzato il falso in bilancio, perchè creare fondi neri per poter pagare le tangenti è già abbastanza seccante che si debba farlo di nascosto, e finire pure in galera per questo sarebbe un ben pesante laccio o lacciuolo. E anche scrivere una dichirazione dei redditi un tantino veritiera per l'imprenditore italiano è sempre stato un lacciuolo mica da ridere.
E abbiamo legalizzato lo schiavismo con la legge Biagi, in nome della flessibilità "come negli altri paesi europei". Ecco, quando vi dicono "come negli altri paesi europei" la truffa è garantita. Io so che in altri paesi la flessibilità negli orari di lavoro va incontro (anche) alle esigenze dei lavoratori, con part-time su misura che permettono di evitare di dover assumere una baby-sitter, per esempio. Non mi risulta che altrove la flessibilità sia intesa come un imprenditore libero di lacci e lacciuoli che può mantenere un dipendente precario a vita sotto eterno ricatto.
Ed ecco che imprenditori finalmente liberi da tanti lacci e lacciuoli possono mantenere in funzione delle linee di lavorazione come quella della Thyssen-Krupp di Torino.
Mi sa che non erano aquile, erano avvoltoi.
Ebbene, giovane epigone in bagna cauda di cotanto Premier, dopo tutte queste liberazioni per lanciarvi creativi ma decisi ed aggressivi nel rutilante mondo della concorrenza e del mercato, mi ti rifugi nel Comprate Italiano ? Sfuggi all'agone internazionale per rintanarti nel triste cortile del protezionismo ?
I liberisti non li sopporto, ma quelli che sono liberisti a giorni alterni fanno veramente schifo.

Cosa non si farebbe per il loro bene

Il commercio degli schiavi fu una delle attività economiche più importanti e lucrose dall'inizio del XVI secolo al suo progressivo declino nel corso del XIX secolo. Non è possibile ottenere statistiche precise dai dati documentali disponibili, che sono molto lacunosi ed incerti, ma gli storici stimano, con ampia approssimazione, che in questi tre secoli ed oltre, le persone deportate dalle coste dell'Africa occidentale siano state circa 12 milioni (o forse più), 10 milioni (o forse meno) delle quali sarebbero arrivate ancora vive a destinazione, in America (sulle condizioni di trasporto ci sarebbe da scrivere un saggio a parte, non è detto che prima o poi non lo faccia).
Uno statista moderno, se dovesse mai affrontare l'argomento, direbbe che la tratta negriera non è mai esistita, che è una montatura diffamatoria della stampa comunista, e che la sua condanna storica come attività immorale è frutto di spirito giustizialista degno di magistrati eversivi impegnati solamente a mettere i bastoni fra le ruote ad imprenditori onesti e laboriosi che non si concedono un atttimo di riposo pur di creare ricchezza, benessere e posti di lavoro, e che in realtà tanti simpatici giovanotti abbronzati africani hanno voluto per forza andare in America semplicemente perchè leggevano sempre Le Vacanze Intelligenti di "Panorama" (e gli elettori italiani gli crederebbero e lo voterebbero in massa).
Ma anche nell'epoca storica stessa, le autorevoli prese di posizione a dir poco raccapriccianti (perchè reali, mica immaginarie !) non mancarono: già nel 1514, il vescovo domenicano B. de las Casas caldeggiava fortemente un'intensificazione del trasporto di schiavi dall'Africa, a tutela degli Americani autoctoni, i quali, una volta messi al lavoro come schiavi, tendevano a morire un pò troppo rapidamente; gli Africani parevano invece un pò più resistenti (1) (si lascia immaginare quali potessero essere le condizioni di lavoro): motivazioni, come si vede, profondamente umanitarie.
Ma mai quanto quelle della Chiesa cattolica di fronte ai primi movimenti d'opinione che iniziarono a circolare in Europa sulla immoralità dello schiavismo, già prima dell'epoca Illuminista. Sollecitata, la Chiesa assunse una posizione ferma e precisa da par suo: se da una parte c'erano effettivamente degli abusi deplorevoli nel trattamento degli schiavi, è pur vero che d'altra parte, essi, durante il trasporto, venivano battezzati e ciò poteva contribuire alla salvezza della loro anima. Poichè un simile colpo di fortuna difficilmente avrebbe potuto capitare loro se avessero continuato a vivere nel cuore dell'Africa, tutto sommato si agiva per il loro bene.
Amen.

(1) G. Calchi Novati, P. Valsecchi: Africa: la storia ritrovata - Ed. Carocci, 2005